Tira fuori la lingua

Tra moda e necessità, l’insegnamento delle lingue straniere ai bambini, e in particolare dell’inglese, sta prendendo piede sempre più e sono numerose le scuole materne e anche gli asili nido che offrono corsi ai bambini. Molti genitori sono entusiasti all’idea di crescere dei piccoli poliglotti cittadini del mondo, altri sono piuttosto scettici e preferirebbero vedere la loro prole giocare nel verde in tutta libertà invece di costringerli a seguire le lezioni. Ma come stanno davvero le cose? Come imparano i bimbi? E cosa offrono le scuole torinesi? Giovani Genitori è andato a vedere cosa succede.
Innanzitutto una premessa. I bambini sono ‘linguisti universali’. La definizione, molto suggestiva, data dalla linguista Patricia Kuhl, sta a significare la speciale disposizione per le lingue propria dei bebé, che già da piccoli sono in grado di riconoscere la lingua madre dalle altre lingue e sembrano preferirla ad altri idiomi. E mentre nei primi mesi reagiscono allo stesso modo a suoni propri della lingua madre e di altre lingue, entro il primo anno di età riescono a discriminare suoni che rappresentano unità di significato nella loro lingua. Per fare un esempio, nella lingua giapponese non esiste la distinzione tra le lettere R e L (a differenza dell’italiano in cui sono unità di significato che distinguono parole che le contengono. Per esempio “pero” e “pelo” sono distinte proprio in virtù di queste due lettere). I parlanti giapponesi non distinguono perciò le due lettere. Ora, pare che un bebé giapponese a 6 mesi sia in grado di percepire la differenze tra la R e la L, ma perde molto in fretta questa abilità, già intorno ai 12 mesi. Lo stesso discorso vale per i parlanti di tutte le altre lingue. Analogamente a questa capacità di discriminare suoni appartenenti alla loro lingua, i bebé posseggono anche una straordinaria abilità nel riprodurli. Questa capacità si riduce progressivamente con gli anni, ed è per questo che se si impara una lingua da grandi si fatica molto a pronunciare certe parole e si ha l’impressione di non “perdere” mai l’accento.

Prima è meglio è

Insomma, da piccoli è più facile imparare le lingue e questo lo avevamo sempre sospettato. Ma uno studio molto interessante effettuato da ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e dell’Università di Berlino dimostra che l’età in cui si apprende una lingua è fondamentale per il modo in cui il cervello si attiva quando la elabora. Quanto prima ciò avviene, tanto più la lingua straniera viene trattata come la lingua madre. I ricercatori hanno analizzato la competenza linguistica in tedesco di tre gruppi di adulti italiani – un primo gruppo che non conosceva bene la lingua, un secondo che la conosceva molto bene e l’aveva appresa in età adulta e un terzo che l’aveva appresa nell’infanzia -, analizzandone l’attività cerebrale tramite la risonanza magnetica. Se tra i due gruppi con ottima conoscenza del tedesco non si sono notate differenze dal punto di vista della competenza linguistica, dal punto di vista dell’attività cerebrale le differenze ci sono state. Sottoposti a esercizi di grammatica, quelli che avevano imparato la lingua da adulti attivavano una porzione più ampia dei lobi del cervello rispetto agli altri (ossia, le aree dell’attenzione e della concentrazione). In coloro invece che avevano appreso la lingua da piccoli il cervello si attivava in modo analogo a come si attiva per la lingua madre. Insomma, quando si apprende una lingua straniera, l’età di apprendimento è un fattore decisivo per il modo in cui il cervello la elabora. Questa scoperta suggerisce che l’infanzia è davvero un momento ottimale per imparare una seconda lingua. Le premesse ci sono tutte: da bambini le lingue si imparano prima e meglio. E, aggiungiamo, le nuove generazioni non potranno esimersi dal conoscerle bene, almeno l’inglese, pena essere tagliati fuori dal mondo del futuro. Come si diceva sopra, se la generazione dei giovani genitori ha iniziato a studiare le lingue solo alle medie, ai nostri figli vengono insegnate sempre prima. Obbligatorio l’inglese alle elementari, non sono poche le scuole materne e gli asili nido che lo propongono ai più piccini, partendo dal presupposto che impararlo giocando costi poca fatica e sia un gran vantaggio. Siamo andati a intervistare le insegnanti di un asilo nido, una scuola materna e una elementare per capire cosa imparano i piccoli, come e con quali risultati.

Al nido

Presso il nido Babyworld di corso Moncalieri a Torino si insegna l’inglese giocando. “Si gioca in inglese e con l’inglese – ci racconta la titolare Simonetta Lanaro -. Due volte la settimana un insegnante madrelingua interagisce con i bambini da un anno in su. La maestra propone ai bambini una serie di attività, rivolgendosi loro sempre in inglese. L’idea è di coinvolgerli senza forzarli e trasmettere loro la lingua con naturalezza, senza imposizioni. La lingua è proposta in forma ludica attraverso il disegno, lavori manuali di vario genere, laboratori artistici e canto. Variando le attività varia anche il vocabolario appreso dai bimbi: disegnando imparano i colori, cantando “Nella vecchia fattoria” imparano gli animali, mangiando la frutta imparano i termini apple, pear, grapefruit”. E se nei primi tempi i bimbi si fanno i fatti loro, mano a mano che prendono confidenza con l’insegnante iniziano a interagire, ascoltano e fanno domande, inizialmente in italiano. Nel giro di qualche mese riescono anche a  rispondere con qualche parola in inglese. I bambini di 2-3 anni imparano velocemente e dicono anche piccole frasi, del tipo: “Are you ok?”, “I am fine, thank you”. Ai bimbi piace perché le attività proposte divertono. “La finalità, con dei bimbi così piccoli, è ottenere una certa familiarità con la lingua e l’acquisizione di un lessico di base. Sarei però curiosa di vedere cosa succederebbe se l’insegnante fosse qui tutto il giorno”, si chiede in conclusione Simonetta. Inglese tutti i giorni e a tutte le ore è proprio quello che propone la scuola materna Buddies di corso Agnelli a Torino, aperta tre anni fa da Magda Eltahir.

Alla materna

L’idea da cui è partita Magda è di fornire un servizio utile. “Per i bambini è facile e naturale imparare una lingua straniera e gli si risparmia la fatica dell’apprenderla quando sono adulti. I bambini imparano la lingua “per osmosi”, grazie alle insegnanti, tutte madrelingua (quest’anno due inglesi, un’australiana e una scozzese) che si rivolgono loro solo ed esclusivamente in inglese”. Buddies non propone l’inglese come materia didattica, ma come lingua per comunicare. “Le attività sono quelle di una normale scuola materna ma tutto si svolge in inglese – ci spiega Magda -. La maggior parte dei bambini sono italiani ed è sorprendente la velocità con cui imparano. Nel giro di un paio di mesi capiscono già le insegnanti senza problema. La maggior parte però continua a rispondere in italiano per tutto il primo anno. Ci sono poi alcuni bambini che hanno più timore del giudizio, che non osano parlare la lingua, ma noi tendiamo a non forzarli e ad aspettare che si sentano pronti”. E alla fine tutti parlano inglese: li abbiamo sentiti noi stessi rispondere alle domande dell’insegnante con perfetto accento “british”.

Alle elementari

Cosa succede in una scuola elementare pubblica? Lo abbiamo chiesto a Giulia Bottari, che insegna all’Istituto comprensivo Martin Luther King di via Germonio 4, a Torino. “Con la riforma Moratti l’insegnamento dell’inglese è obbligatorio in tutte le classi dalla prima elementare. Nel corso dei cinque anni si cercano di sviluppare gradualmente le quattro abilità linguistiche: comprensione, parlato, lettura, scrittura. In prima elementare l’approccio è soft: si inizia con giochi, canzoncine, filastrocche e attività ludiche di vario genere. Questo approccio si mantiene anche in seconda, ma si introducono, sempre a livello discorsivo, alcuni elementi di base, come i numeri, le lettere, gli animali. A partire dalla terza si comincia a sviluppare la conoscenza della lingua, approfondendo il lessico e iniziando con un poco di grammatica. Questo approfondimento, poi, ovviamente, prosegue in quarta e quinta”. Anche alle elementari l’approccio seguito è di incuriosire i bambini per stimolarli all’apprendimento: “La prima fase della lezione d’inglese è il “warming up” (riscaldamento). Si parte da attività che piacciono ai bimbi per coinvolgerli”. In conclusione. Ci sentiamo tranquillizzati: niente tomi, coniugazioni, regole e relative eccezioni ma giochi, attività e stimoli alla curiosità. Don’t you wish you had learned English that way?

Imparare le lingue per invecchiare meglio

Secondo uno studio della York University di Toronto, in Canada, pubblicato sulla rivista “Psychology and Aging”, chi conosce almeno due lingue ottiene migliori prestazioni cognitive rispetto a chi ne conosce una sola e il miglioramento delle prestazioni, curiosamente, aumenta con l’età. La psicologa Ellen Bialystok e il suo team hanno sottoposto a esperimenti di tipo cognitivo persone monolingui e bilingui di diverse fasce d’età e scoperto che le persone che sono state bilingui per la maggior parte della vita avevano tempi di reazione molto più veloci nel rispondere. Significativamente, l’effetto positivo associato al bilinguismo aumenta con l’aumentare degli anni e aiuta a prevenire il declino cognitivo associato all’età.

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