È pancia o è la sindrome metabolica?

da | 30 Mar, 2021 | Partner

Un italiano su quattro è affetto dalla sindrome metabolica, una condizione poco conosciuta e spesso sottovalutata

Se si ha un po’ di pancia va bene senz’altro mettersi a dieta, ma oltre alla bilancia bisogna controllare alcuni parametri di alterazione del metabolismo che, riuniti, prendono il nome di sindrome metabolica. 

Si tratta di una condizione di malessere poco conosciuta e spesso sottovalutata, tant’è che solo di recente si è arrivati a una definizione univoca. Le conseguenze della sindrome metabolica sulla salute sono gravi, perché provoca un aumento significativo del rischio di morte per malattie cardiovascolari, infarto, ictus e diabete. 

Cos’è la sindrome metabolica

Chi ha problemi di sovrappeso, negli anni avrà sicuramente sentito parlare di sindrome X, poi di sindrome da insulino-resistenza, infine di sindrome pluri-metabolica. Solo negli anni Settanta si è arrivati al nome ufficiale, sindrome metabolica, scoprendo piano piano che è incredibilmente diffusa.

Ne soffrono le persone – uomini o donne, bambini, adulti e anziani – che hanno una circonferenza addominale elevata, la glicemia alta a digiuno (oppure il diabete conclamato), elevati livelli di trigliceridi, bassi livelli di colesterolo buono e pressione alta. È sufficiente che coesistano tre parametri alterati su cinque per diagnosticare la sindrome. 

Sono pochissime le persone che non presentano neppure un fattore di rischio, ma a sommarne tre è un terzo della popolazione italiana. Grave è la scoperta che ne soffrano anche i bambini e gli adolescenti, il cui organismo è più esposto al danno, con conseguenza come il rischio di malattie e l’abbassamento dell’aspettativa di vita. 

Esiste, ma non viene riconosciuta

La sindrome metabolica purtroppo non è reversibile, anzi peggiora con il passare degli anni. Da anni la medicina sa che aumenta il rischio di morte, eppure fatica a riconoscerla, a diagnosticarla e, per quanto possibile, ad arginare l’avanzata. Ne abbiamo parlato con il dottor Giuseppe Ventriglia, medico di medicina generale e docente al master interateneo in Clinical Pharmacy all’università di Milano, Cagliari e Granata.

“Le nostre scelte quotidiane sono quelle che condizionano la salute – spiega il dottor Ventriglia -. La sindrome metabolica va a braccetto che lo stile di vita della civiltà occidentale. Un’alimentazione eccessiva e sbilanciata sui carboidrati semplici e i grassi, le abitudini sedentarie e altri fattori come l’abuso di farmaci come antibiotici o inibitori della pompa protonica, provocano squilibri nell’organismo e uno stato di infiammazione costante”. 

La stessa adipe addominale è un organo che produce istanze pre-infiammatorie. Quando noi, con i nostri comportamenti, creiamo una condizione di infiammazione di basso grado e di alterazione del microbiota intestinale, aumentiamo direttamente il rischio di malattia. 

“Oltre a contenere la più alta concentrazione di cellule del sistema immunitario, l’intestino contiene il microbiota, cioè una popolazione di batteri che normalmente svolge funzioni benefiche, facendo assorbire all’organismo quello che c’è di buono negli alimenti. Quando, con uno stile di vita scorretto, si intacca la flora batterica, si produce una disbiosi che aumenta la permeabilità intestinale.

Questo significa che l’intestino lascia passare non solo il nutrimento, ma anche sostanze pericolose che creano una condizione di infiammazione sistemica”.

L’intestino è alla base della salute

Oggi risulta evidente che il primo protagonista di una buona salute è proprio il microbiota dell’intestino, considerato negli ultimi anni un vero e proprio organo metabolico.

“Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Scientific Reports ha dimostrato che l’alimentazione ad alto contenuto di grassi influenza il rapporto tra l’intestino e il fegato – spiega il dottor Ventriglia -. In particolare, è stato messo in luce che il microbiota reagisce a queste particolari condizioni alimentari con lo squilibrio del rapporto tra le specie batteriche che lo popolano, favorendo la proliferazione di alcune e la riduzione di altre”. 

Il rapporto alterato tra le specie determina uno sbilanciamento nella composizione del microbiota, che favorisce così l’ulteriore assorbimento dei grassi ingeriti con l’alimentazione. Inoltre, si genera un aumento della permeabilità intestinale, che comporta il passaggio non fisiologico delle sostanze infiammatorie nel sangue.

In questo contesto il fegato, che riceve circa il 75% del sangue dall’intestino, riceve un eccesso di nutrienti e di sostanze infiammatorie che non riesce a gestire. Solo quando il microbiota è costituito da un’alta varietà di specie batteriche e da un sano rapporto tra di loro, l’intestino usa correttamente l’energia proveniente dagli alimenti e mantiene l’integrità della mucosa, la prima barriera fisiologica nei confronti degli agenti infiammatori”.

Come difendersi dalla sindrome metabolica?

L’identikit “ideale” di una persona affetta da sindrome metabolica è un individuo di età superiore ai 45 anni con la pancetta, ma la problematica è sempre più trasversale e sta coinvolgendo anche i bambini. 

L’obesità viscerale, cioè l’accumulo di grasso addominale, è un grasso pericoloso. Le cellule che lo compongono rilasciano le adipochine, sostanze che aumentano lo stato infiammatorio e le alterazioni metaboliche. 

“A disposizione dei medici c’è davvero poco per contrastare la sindrome metabolica – spiega il dottor Ventriglia -. Nelle linee guida internazionali si indica come prima prescrizione una “aggressive lifestyle modification”. Cambiare cioè, molto seriamente, lo stile di vita e l’alimentazione”. 

Bisogna intervenire tempestivamente prima che si strutturi il danno, perché, come detto, dalla sindrome metabolica non si torna indietro.

“Lo stato di infiammazione progredisce nel tempo e non è arrestabile. Un bambino obeso purtroppo ha l’intestino danneggiato e non è raro trovare nelle arterie dei più piccoli le placchette di aterosclerosi che una volta erano caratteristiche degli anziani”. 

Attività fisica, alimentazione e integratori

“Un bambino di dieci anni ha una aspettativa di vita di circa 100 anni – continua Giuseppe Ventriglia –, ma non basta la genetica per arrivare a essere anziani in salute. Le nuove frontiere della ricerca si concentrano sull’epigenetica, cioè sul modo in cui le abitudini e l’ambiente influenzano il nostro organismo. Se perseveriamo in stili di vita errati, accorciamo seriamente la nostra aspettativa di vita”.

Come proteggersi? “In primo luogo serve un’alimentazione bilanciata, che non abusi di grassi saturi e carboidrati semplici, tipici del cibo spazzatura. In secondo luogo serve attività fisica: mezz’ora di attività aerobica e un po’ di attività sotto sforzo, anche solo piegamenti sulle gambe, da 3 a 5 volte a settimana.

Purtroppo la risposta non è nei farmaci, perché non si è trovato nulla capace di arginare la sindrome metabolica nel suo complesso. Una scelta interessante viene dall’uso di sostanze naturali che, accompagnando un corretto stile di vita, producono miglioramenti reali.

Si tratta di sostanze che producono un gel in grado di sequestrare i carboidrati e i lipidi, rendendoli meno disponibili sia per l’assorbimento da parte dell’intestino che per i batteri costituenti il microbiota. Ciò favorisce un migliore utilizzo dei nutrienti da parte del fegato, promuovendo il riassesto di glicemia, colesterolemia, trigliceridemia e una diminuzione della circonferenza addominale”.

Come scoprire se si ha la sindrome metabolica? 

La prima cosa da fare è prendere un metro da sarta e controllare la propria obesità addominale. Se è superiore ai 94 centimetri nell’uomo e agli 80 centimetri nelle donne, conviene parlarne con il medico o il farmacista e fare controlli più accurati.

Se si riscontrano due o più parametri negativi tra quelli da tenere sotto controllo, come una elevata glicemia o l’insulino-resistenza, trigliceridi alti, bassi livelli di colesterolo buono HDL e pressione alta, allora è il caso di prendere provvedimenti”.

Bacchette magiche non esistono – conclude in dottor Ventriglia -, ma la consapevolezza del rischio aiuta a migliorare il proprio stile di vita, acquisendo abitudini che permettono di vivere meglio e più a lungo”.

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