Maggioranza. Ovvero, perché dimentichiamo di essere stati genitori?

Ci sono due categorie di persone. Le prime siedono tra la comoda maggioranza di chi possiede i mezzi per vivere. Le seconde appartengono all’invisibile minoranza di chi ha sempre bisogno del sostegno altrui. Ma davvero la distanza è così insormontabile?

David Remnick è uno dei giornalisti più acclamati al mondo. David guida da più di vent’anni The New Yorker, il settimanale americano di cultura e politica più venduto al mondo. Vende 1,2 milioni di copie ogni weekend, ha vinto più volte il premio Pulitzer, ha scritto la più letta tra le biografie di Barack Obama. 

Cresciuto in periferia, da un padre dentista non molto bravo (e deceduto precocemente) e da una madre malata di sclerosi multipla, David sognava di fare il romanziere e non il giornalista, ma non si lamenta. In una recente intervista a Zeit Magazin confessa che sia lui che la moglie fanno un’ora di esercizi – malvolentieri – al mattino prima di andare al lavoro. “Vogliamo vivere più a lungo possibile. Per nostra figlia Natascia” che è completamente dipendente da loro, causa una severa forma di autismo. “Il ruolo di ogni genitore è di attrezzare i figli per la vita, amarli e quando arriva il momento lasciarli volare via. Ma questo non sarà mai il caso di Natascia”.

Siamo parte della maggioranza 

Sogno anch’io di fare il romanziere e non il giornalista. Nonostante non abbia un decimo del successo di Remnick, mi reputo, come la maggioranza, più fortunato di lui, anche se nella mia vita si è presentato varie volte il rischio di scivolare dalla comoda maggioranza di chi possiede i mezzi per vivere, all’invisibile minoranza di chi ha sempre bisogno del sostegno altrui.

La prima volta è stato quando è comparsa all’orizzonte la parola Amniocentesi. È il test che si fa durante la prima fase di gravidanza per segnalare eventuali complicazioni o addirittura deformazione del feto. Quel periodo che separa la prima fase del test dalla seconda fase, più certa, è stato il periodo più lungo della mia vita e credo della vita di ogni genitore che ci è passato. In quei dieci giorni (e solo allora) mi ne sono accorto dell’esercito nascosto di madri e padri che hanno dedicato la vita a sostenere i figli con difficoltà e disabilità, sia fisica che cognitiva. Inutile dire quante fatiche incontrano quegli ignoti eroi. E che lotta infernale è la loro esistenza.  

Sperimentare il sentimento di “minoranza” 

Quell’inferno, in minima misura, l’ho sperimentato anch’io negli anni in cui ho dovuto fare una vita normale con un semplice bambino in passeggino, la cosa più simile rispetto a chi assiste qualcuno su una sedia a rotelle. I due gradini per salire o scendere dal tram, i dieci gradini all’ingresso del palazzo, gli ascensori piccolissimi. Impedimenti che non avevo mai notato e che in realtà decidono se qualcuno può o non può fare quello che vuole autonomamente. Nel chilometro da casa al nido c’era un particolare marciapiede che rappresentava una terreno di battaglia quotidiana: sette piccoli alberi che dimezzano la strada e buche capaci di rovesciare il passeggino, poi un gradino altissimo per arrivare a delle strisce pedonali posizionate male, in curva, dove le macchine che viaggiano ad alta velocità ti vedono all’ultimo, nel fortunato caso in cui nessuno ostruisca il passaggio parcheggiando la macchina.

Mi chiedevo come facciamo a non renderci conto di queste difficoltà, nonostante più dell’80 percento di chi ha compiuto 45 anni sia un genitore. Cancelliamo la realtà, felicemente. Esattamente come trattiamo i bambini e i loro desideri “capricciosi”, come se non fossimo mai stati bambini anche noi. Giudichiamo gli adolescenti dimenticando quello che eravamo una volta. Ma ho deciso di reagire. Scoprire di quale ente pubblico è quel tratto di strada, raccogliere le firme e non mollare finché non fosse stato sistemato.

Da una parte all’altra il passo è breve

Mio figlio cresce e mano a mano presenta sempre più sintomi di maggioranza e autonomia. Anche se il rischio di minoranza è sempre dietro l’angolo. Potrebbe essere un orientamento sessuale “non maggioritario”, una scelta migratoria o un semplice incidente. Comunque adesso possiamo correre per raggiungere il tram e saltarci dentro. Che gioia! Scesi dal tram qualche sera fa, abbiamo incontrato un signore che ha più di quarant’anni, che non ha avuto la fortuna di avere dei genitori come i Remnick e con la sua sedia a rotelle sta dribblando i famosi sette alberi, tentando a fatica di non farsi rovesciare dalle stesse buche. Gli blocca la strada una macchina parcheggiata troppo comodamente che lo costringe a passare sulle rotaie. È troppo ipocrita descrivere i miei sentimenti di quel momento. Un momento che ha sigillato il mio passaggio definitivo alla maggioranza che adora esprimere la solidarietà a parole e che si è scordata del tutto cosa significa essere una minoranza.

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