Di Lea Iandiorio
Li guardiamo crescere tra mille stimoli, sommersi da informazioni, eppure spesso li vediamo bloccati. Come se avessero una mappa dettagliatissima del mondo, ma avessero paura di fare il primo passo fuori di casa. È il paradosso della generazione “iper-preparata” ma “poco esperta”. In un’epoca in cui il disagio giovanile cresce e l’incertezza sul futuro sembra l’unica costante, c’è chi ha scelto di non offrire ai ragazzi risposte, ma sfide. Abbiamo parlato con Miriam Cresta, CEO di Junior Achievement Italia, per capire come l’educazione imprenditoriale a scuola non serva a creare “piccoli manager”, ma giovani adulti capaci di abitare il cambiamento senza paura. Perché la fiducia in sé stessi non si insegna a parole: si impara facendo.
Cosa succede quando mancano occasioni per misurarsi
Qual è il bisogno educativo più urgente che avete intercettato nei ragazzi in questi anni? “Il bisogno più evidente non riguarda tanto le conoscenze, quanto la possibilità di usarle davvero. I ragazzi oggi sanno molte cose, ma hanno meno occasioni per misurarsi con ciò che sanno fare. Questo si intreccia molto con il benessere emotivo. I dati più recenti ci dicono che il disagio tra i giovani è in crescita e riguarda età sempre più precoci: circa un adolescente su sette convive con un problema legato alla salute mentale, e la maggior parte di queste fragilità emerge prima dei 24 anni. Quando mancano occasioni in cui misurarsi davvero, è più facile convincersi di non essere abbastanza. E quella convinzione è difficile da spostare con le parole: si sposta solo facendo. È quello su cui lavoriamo con Junior Achievement Italia: portiamo nelle scuole percorsi esperienziali in cui i giovani possano mettersi alla prova, creando vere mini-imprese, sviluppando business plan, gestendo risorse, realizzando qualcosa da portare sul mercato. Solo nell’ultimo anno scolastico abbiamo raggiunto 587 scuole in tutta Italia, con oltre 500.000 esperienze educative erogate e più di 3.000 volontari aziendali che sono entrati in aula ad affiancare i docenti. Cosa sta cambiando oggi nel modo in cui i giovani immaginano il proprio futuro? “Quando ho iniziato a lavorare con i giovani, la domanda che si sentiva di più era “cosa devo studiare per trovare lavoro”. Adesso sento qualcosa di diverso: “come faccio a fare qualcosa che mi rappresenti davvero”. Questo cambiamento racconta molto di dove sta andando questa generazione, che è molto più attiva di quanto spesso si tenda a pensare. Secondo la ricerca Junior Achievement Italia-SWG, la maggior parte dei giovani lavoratori tra i 18 e i 29 anni immagina un cambiamento nel proprio percorso nei prossimi anni, e una quota significativa pensa anche di avviare qualcosa di proprio. Il punto è che questa spinta non sempre trova gli strumenti per concretizzarsi. Se non viene accompagnata, rischia di trasformarsi in frustrazione. Se viene intercettata al momento giusto, può diventare qualcosa di molto potente.
Le competenze del futuro
Quando si parla di “competenze del futuro”, quali sono quelle che vedete mancare più spesso? “Le competenze più critiche sono quelle che la scuola a volte rischia di sottovalutare. Non perché siano difficili da insegnare, ma perché sono difficili da misurare, e quello che non si misura tende a non essere insegnato. Eppure il 40% dei giovani tra i 25 e i 29 anni si sente poco preparato a gestire problemi e imprevisti proprio nel momento in cui entra nel mondo del lavoro. Non all’inizio del percorso scolastico, alla fine. Parlo di cose molto concrete: saper collaborare, comunicare, chiedere aiuto, ma anche proporsi, portare un’idea, anche se ancora imperfetta. Un ragazzo o una ragazza che sa stare in un gruppo difficile, che sa ripartire dopo un errore senza sentirsi in difetto, è già avanti.C’è un’esperienza o un progetto con gli studenti che vi ha fatto capire in modo particolare l’impatto del vostro lavoro? “Ce ne sono molte, ma c’è una frase che torna spesso, detta dai ragazzi stessi alla fine di un percorso: “non pensavo di essere capace”. Ogni volta che la sento, capisco esattamente perché facciamo questo lavoro. Quello che cambia, quando i ragazzi lavorano davvero su un progetto concreto, è il modo di stare nel percorso. Non è solo quello che imparano, ma il modo in cui iniziano a vedersi. Prendono decisioni, si dividono i ruoli, si confrontano anche nei momenti di difficoltà. Smettono di aspettare che qualcuno dica loro cosa fare, diventano più presenti, più responsabili, più coinvolti. E i dati lo confermano: nella ricerca condotta con l’Università di Bergamo e ABB, il 64% degli studenti che partecipano ai nostri programmi vuole proseguire gli studi con maggiore consapevolezza”.
Parliamo di soldi: l’autonomia economica è una forma di libertà
C’è qualcosa che i genitori spesso sottovalutano quando pensano al futuro dei propri figli? “I soldi, in Italia, sono ancora un argomento che si evita. Si sussurra, si gestisce con ansia, raramente si spiega. I figli crescono vedendo i genitori preoccupati per le spese, ma senza capire perché, senza strumenti per leggere quelle preoccupazioni. E quando arriva il momento di una scelta economica vera – un affitto, un contratto, valutare se un’opportunità vale il rischio – si trovano soli. Con tanto timore e pochissima pratica. L’autonomia economica non è una competenza tecnica, è una forma di libertà. Un ragazzo o una ragazza che sa valutare un rischio, che ha imparato a prendere una decisione con risorse limitate e a stare dentro le conseguenze, si muove nel mondo con meno paura. Nei nostri percorsi i giovani gestiscono budget reali, trattano con fornitori, decidono come investire le risorse. Accanto a loro ci sono volontari aziendali che quelle stesse decisioni le prendono ogni giorno: è un incontro che lascia il segno”. E concretamente cosa possiamo fare noi genitori? “Creare le condizioni, più che indicare la strada giusta, che è una tentazione comprensibile ma spesso controproducente. I genitori tendono a proteggere. È giusto, fino al punto in cui quella protezione diventa un ostacolo. Quando un figlio non prende mai decisioni vere, non sbaglia mai davvero, arriva ai vent’anni con un buon curriculum scolastico e una fragilità pratica enorme. Il mondo del lavoro è fatto di imprevisti e negoziazioni. Quell’allenamento non si improvvisa.
Concretamente: resistere all’impulso di intervenire. Non sempre, non su tutto. Lasciare che organizzi qualcosa e si assuma la responsabilità di come va. Smettere di anticiparlo non significa abbandonarlo. Il futuro non si prepara proteggendoli dall’incertezza, ma aiutandoli ad attraversarla.
I numeri della generazione “Z”
- Salute Mentale: 1 adolescente su 7 convive con un problema legato alla salute mentale; la maggior parte delle fragilità emerge prima dei 24 anni.
- Gap di Competenze: Il 40% dei giovani (25-29 anni) si sente impreparato a gestire problemi e imprevisti all’ingresso nel mondo del lavoro.
- L’impatto dell’esperienza: Il 64% degli studenti che partecipano a percorsi di educazione imprenditoriale prosegue gli studi con maggiore consapevolezza.
- Junior Achievement in Italia: 587 scuole raggiunte, 500.000 esperienze educative erogate nell’ultimo anno e 3.000 volontari aziendali coinvolti.
L’identikit: cos’è JA Italia
Junior Achievement è la più vasta organizzazione non profit al mondo dedicata all’educazione economico-imprenditoriale nelle scuole. In Italia, da oltre vent’anni, trasforma le aule in “palestre di vita”: i ragazzi non studiano solo la teoria, ma creano vere mini-imprese, gestiscono budget e imparano a collaborare, affiancati da volontari che arrivano dal mondo delle aziende. Tutti i loro percorsi sono gratuiti per le scuole e le famiglie.







































