Identità, riscatto, femminismo: Adele è il nuovo romanzo di Anna Vivarelli

Un romanzo sulla libertà femminile, le identità negate e l’importanza dello studio: intervista ad Anna Vivarelli

La portineria di un palazzo borghese è il luogo in cui cresce Adele, la protagonista del nuovo romanzo, edito da Sinnos, di Anna Vivarelli, che torna alla narrativa storica per ragazzi e ragazze con una storia coinvolgente che affonda le radici nella Torino operaia degli anni Sessanta.

È un romanzo di formazione che si muove tra i primi passi del femminismo in Italia, prima che la parola diventasse comune, che racconta di identità omosessuali innominabili e costrette al silenzio, di classi sociali che non comunicano tra loro e del potere della scuola come unica via per immaginare un futuro diverso. Un libro che, pur ambientato sessant’anni fa, affronta temi che hanno ancora una grande eco nel presente. 

Donne in gabbia

In Adele, la condizione femminile è un tema costante, quasi un personaggio aggiuntivo. Le donne presenti nella storia ricoprono ruoli troppo stretti, spesso soffocanti, e la protagonista, Adele, cresce osservando queste dinamiche cercando le parole per definirle.

“Essere ragazze negli anni 70 significava sentire, in molti casi inconsapevolmente, un grande senso di soffocamento. Per quanto mi riguarda, io lo sentivo tantissimo”, ricorda Anna Vivarelli, “nonostante sia cresciuta in una famiglia molto all’avanguardia per l’epoca: mia madre era coinvolta in molte lotte politiche e nella causa femminista, come quella a favore del divorzio. Ma osservando le mie compagne di scuola ho capito presto che la mia famiglia non rappresentava la normalità: nelle loro case regnava un modello rigido, un padre che decideva e una madre che eseguiva”.  

Nel romanzo la madre di Adele è portinaia, un lavoro che la tiene “sotto controllo”, confinata tra le mura del palazzo; il padre, operaio Fiat, esercita un’autorità che oggi definiremmo patriarcale. 

“Quando dice alla moglie ‘Al mercato ci vado io’, in realtà sta comunicando molto più di quello che sembra”, anticipa Anna Vivarelli. “Come se volesse impedirle di avere una vita fuori dal palazzo. E lei reagisce in silenzio: sbatte le pentole perché non può parlare. Il suo mondo inizia in cucina e finisce nelle scale del palazzo che deve pulire. Una vita da cui, una volta diventata vedova, deciderà di scappare. E Adele, crescendo, lo capirà”.

Una condizione che ritroviamo in tutte le donne della storia, seppur in forme diverse: “Anche la madre affidataria di Adele, donna piccolo-borghese che vive condizionata negli stereotipi di genere, ha un momento di ribellione quando la ragazza la porta a vedere il palazzo della sua infanzia. È un sussulto minimo, ma significativo: anche lei, come le altre, sente il peso di un ruolo che non ha scelto”.

Il rifiuto dell’autocommiserazione

Adele è un personaggio complesso, lontano dall’idea della protagonista “buona” e accomodante. È intelligente, osservatrice, a tratti ruvida e poco empatica. Nonostante la sua difficile esperienza di vita, orfana di padre e abbandonata dalla madre, non si concede fragilità, non cerca consolazione, non si racconta mai come vittima. “Questo aspetto del suo carattere è da leggere come una provocazione a un modello che oggi va molto di ‘moda’’: mettere in evidenza le proprie fragilità a tutti i costi, con il rischio di auto-commiserarsi, spesso sembra l’unico modo per risultare interessanti. Adele non si autocommisera, non pensa mai di non farcela o non essere adeguata”.

La sua durezza nasce da un’infanzia segnata dalla solitudine: niente amici, nessuno spazio per sé. Il suo letto è piegato nel mobile di ingresso della portineria. 

“È una bambina del proletariato che non vive nei quartieri popolari dove i bambini giocano per strada, ma in un palazzo borghese in centro città, e questo la isola ancora di più. Non appartiene a nessun mondo. È lì che Adele costruisce la sua corazza, quella che la rende capace di affrontare l’abbandono della madre, l’ingresso in un convento ostile e poi l’affido in una famiglia che non sa come accoglierla. Adele non è un personaggio del tutto positivo, e non volevo che lo fosse. È leale, è grata, questo sì. Ma non è affettuosa, forse perché non può permetterselo. Dopo tutto quello che ha affrontato, sarebbe poco credibile farne una figura caritatevole”.

Identità negate: parlare di omosessualità negli anni ‘60

Accanto alla storia di Adele, il romanzo intreccia quella di Giulio, l’amico d’infanzia che incontra in un angolo nascosto del cortile e che vive nel piano nobile del palazzo. Giulio partirà per gli Stati Uniti e tornerà solo dopo aver finalmente trovato un luogo in cui vivere il proprio orientamento sessuale senza paura. La sua vicenda illumina un altro aspetto dell’Italia di quegli anni: l’impossibilità per gli uomini omosessuali non solo di nominarsi, ma anche di esistere.

“La soluzione dell’omosessualità maschile era sposarsi, farsi una famiglia, fingere”, ricorda Anna Vivarelli. “Non c’erano parole neutre: esistevano solo termini offensivi. Giulio dice di sé che non sapeva neanche che nome darsi”.

La California diventa per lui un rifugio, uno dei pochi luoghi in cui poteva vivere senza essere costretti alla clandestinità. E il finale del romanzo, che a un primo sguardo potrebbe sembrare un lieto fine, è in realtà un momento di transizione: siamo alle soglie del ’68, e le prime crepe iniziano ad aprirsi.

“Ho cercato un finale che non fosse consolatorio”, rivela. “Giulio trova una complice, ma non una soluzione ideale. E Adele torna nel palazzo da cui era uscita, ma da un altro piano, quello nobile. È la storia di un riscatto sociale, non proprio il lieto fine di una favola”.

Lo studio come riscatto

Anche il riscatto sociale è tra i temi significativi del romanzo, e mette al centro l’importanza della scuola e dello studio come unica via per cambiare il proprio destino. Adele lo capisce presto: senza istruzione, il suo futuro sarebbe già scritto. “Appartiene a una generazione in cui  l’unico modo che hai per uscire dalla gabbia è studiare. Era un messaggio intuitivo, quasi ovvio”.

Oggi, secondo l’autrice, questo messaggio si è un po’ indebolito: “La scuola deve motivare, è vero, ma non si può chiedere agli insegnanti di convincere che lo studio porta valore all’individuo e alla società a chi non ci crede. Apprendere richiede fatica, e se dalla famiglia non arriva la spinta, la scuola da sola non basta”.

Adele lo dimostra con il suo percorso: ogni compito, ogni anno di scuola è un gradino verso un futuro che nessuno avrebbe immaginato per lei, tanto meno i suoi genitori. E quando, alla fine, guarda la portineria dall’alto del piano nobile, quel gesto racchiude tutto il senso del romanzo: la possibilità di cambiare, anche quando il mondo sembra dire il contrario.

Adele è un romanzo che parla di libertà, identità e coraggio. Ma, soprattutto, è un romanzo che restituisce complessità alle vite femminili e alle storie di chi non rinuncia a crescere e migliorare la propria condizione, di donne che non sono eroine perfette, ma che resistono e cercano aria, di ragazzi che non hanno parole per raccontarsi e che non riesco a trovare il proprio posto nel mondo. 

E spiega ai ragazzi e alle ragazze, e lo ricorda anche agli adulti, che i diritti conquistati, come quelli delle donne o delle persone LGBTQ+,  non sono mai garantiti per sempre.

Un messaggio che vale ieri, oggi e sempre, verso un ideale di società al quale ancora aspiriamo.

libri 8 marzo

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