Un modello che valorizza le donne o che rischia di trasformarsi in una forma di potere che le confina nella sfera domestica? Perché matricentrismo e matriarcato non sono la stessa cosa
Negli ultimi anni il termine matricentrismo è tornato al centro del dibattito culturale, soprattutto in riferimento alle società dell’America Latina, dove alcuni studiosi lo utilizzano per descrivere sistemi familiari in cui la madre occupa una posizione centrale, tanto sul piano affettivo quanto su quello organizzativo. Si tratta di paesi con un elevato tasso di separazione dopo la nascita di un figlio, in cui sono spesso le donne a farsi carico della cura di figlie e figli, generalmente con il supporto dell’altra figura femminile della famiglia, la nonna, pilastro che sostiene un peso ancora più significativo.
A prima vista potrebbe sembrare un modello “più equo” rispetto al patriarcato tradizionale: una famiglia che ruota attorno alla figura materna, che ne riconosce l’autorità e la capacità organizzativa. Eppure, però, ricercatori e attiviste femministe mettono in guardia da un equivoco: il matricentrismo non è il contrario del patriarcato, né una sua alternativa emancipante. Non è un matriarcato, non redistribuisce il potere sociale e non garantisce alle donne maggiore libertà.
Al contrario, rischia di trasformarsi in una trappola: un sistema che attribuisce alle madri un potere simbolico e domestico, ma che allo stesso tempo le carica di grandi responsabilità, le isola e le priva di riconoscimento sul piano pubblico, economico e politico.








































