Le classi italiane sono attraversate ogni giorno da lingue, storie e appartenenze plurali. È necessaria una riflessione che vada oltre la parola “integrazione”, per costruire, dentro e fuori le aule, un dialogo transculturale
Come si racconta una scuola dove un bambino parla tre lingue prima ancora di imparare bene l’italiano, e dove i ragazzini si scambiano parole arabe, cinesi e slang milanese nello stesso cortile? Ne abbiamo parlato con Rahma Nur, maestra di scuola primaria da trent’anni, di origini somale, autrice di poesie e di un libro per ragazzi sulla diaspora somala – Il figlio del sole e della tempesta, oggi anche formatrice per colleghe e colleghi di ogni parte d’Italia, in cerca di pratiche condivise sull’intercultura in classe.
Dalla sua esperienza, da bambina straniera in una scuola italiana, prima, e da maestra “straniera” in una scuola sempre più plurale, poi, emerge un’idea chiara: il vocabolario che usiamo per parlare di scuola e diversità è rimasto indietro rispetto a quello che succede davvero nelle aule. Passare dalla multiculturalità all’interculturalità, e da questa a una condizione nuova che si diffonde tra i banchi – la transculturalità – non è una questione di etichette, ma di sguardo.







































