Dalla brocca d’acqua al letto da rifare, i piccoli gesti quotidiani costruiscono autonomia, autostima e senso di comunità. Perché smettere di sostituirci ai bambini significa aiutarli davvero a crescere
Di rado noi adulti ci aspettiamo qualcosa di buono, in senso materiale, dai bambini. Ci attendiamo, certo, un buon rendimento scolastico o sportivo, ma non che si alzino da tavola per riempire una brocca d’acqua o che diano una mano a sparecchiare. Spesso brontoliamo perché “sono pigri”, salvo poi scattare immediatamente quando un ragazzino dice “voglio l’acqua”. Nelle famiglie italiane – e non solo – gli adulti anticipano i bisogni dei figli, li servono, li sostituiscono. E così i bambini crescono senza percepire l’immensa mole di lavoro che gli adulti svolgono anche per loro.
Uno studio pubblicato nel 2023 dall’Università del Minnesota, dedicato allo sviluppo dell’autonomia nei bambini tra i 2 e i 7 anni, ha mostrato che i piccoli a cui vengono affidati compiti domestici regolari sviluppano maggiore autostima, migliori capacità di problem solving e una più solida percezione di autoefficacia. Non si tratta di “farli lavorare”, ma di permettere loro di sentirsi competenti, utili, parte attiva della vita familiare.
Quando l’adulto fa troppo: un messaggio che ferisce
Nel nostro lavoro in Cascina Santa Brera (San Giuliano Milanese, MI) capita spesso di dover allontanare fisicamente i genitori – e ancor più i nonni – per evitare che riordinino o puliscano al posto dei figli. Lo stupore è grande, a volte persino l’indignazione, quando nelle feste di compleanno sono i bambini a preparare panini, tartine e biscotti e a servirli agli adulti. “Un bambino che serve un adulto?” sembra quasi un’inversione dell’ordine naturale. Eppure ciò che sfugge è la fierezza dei bambini, che finalmente vengono considerati capaci di fare qualcosa per gli altri.
C’è qualcosa di profondamente aggressivo in un adulto che ti serve di tutto punto, che fa al posto tuo ciò che potresti fare benissimo da solo, e al tempo stesso si lamenta che “non fai mai niente”. Il messaggio implicito è: “Tu non sai fare nulla. Senza di me saresti perduto.” Da una parte l’onnipotenza dell’adulto, dall’altra l’incapacità del minore. Non stupisce che molti ragazzini abbiano scarsa autostima, poca iniziativa, difficoltà a mettersi in gioco. Perché impegnarsi, se c’è sempre qualcuno che farà meglio e più in fretta?
La cura – di sé e degli altri – è un elemento fondativo dell’educazione. È attraverso la cura quotidiana che si comprende la fatica materiale dell’amore, che nasce l’empatia, che si sviluppa il senso di comunità e di responsabilità verso l’ambiente e gli esseri viventi. Eppure questo ambito viene spesso svalutato, forse perché ancora oggi ricade prevalentemente sulle donne, forse perché non è retribuito e quindi “non conta”.
Come insegnare la cura: regole semplici per una rivoluzione quotidiana
Vogliamo insegnare la cura ai nostri figli? Non è difficile, ma richiede costanza e un cambio di sguardo. Ecco un metodo semplice, sperimentato in molte realtà educative:
-
Riuniamoci intorno a un tavolo e decidiamo insieme chi fa cosa. I compiti devono essere proporzionati alle possibilità, ma è importante che siano i bambini a proporre, non solo gli adulti a distribuire.
-
Scriviamo un cartellone con turni e attività, e iniziamo a sperimentare senza aspettarci risultati perfetti.
-
Partiamo dall’autonomia personale, ma passiamo presto a quella collettiva: – a 2 anni un bambino può lavarsi e vestirsi da solo (se gli diamo tempo), – a 3 può mettersi le scarpe, riordinare i giochi, rifare il letto, sparecchiare.
-
Chiediamo spesso ai figli di fare qualcosa per noi, anche solo portarci un bicchiere d’acqua mentre siamo impegnati.
-
Se combinano un piccolo disastro, come rovesciare l’acqua o rompere un piatto, non sgridiamoli: chiediamo con fermezza gentile che rimedino da soli, spiegando come fare.
-
Facciamoli arrivare fino in fondo: se si cucina insieme, si riordina insieme; se si inizia un compito, lo si porta a termine. È una questione di responsabilità verso gli altri.
Tenete duro: se per una volta si pranza alle due, o si salta un pasto, non succede nulla. Ma la lezione resta. E i risultati arrivano presto: bambini che collaborano spontaneamente, orgogliosi di sé, consapevoli di far parte di una comunità. E un clima familiare più sereno, con meno lavoro sulle spalle degli adulti.






























