Attenzione alla carne che costa poco: meglio poca ma buona

La carne che costa poco è carne di qualità? Come può costare così poco? Sono gli animali, i produttori e i lavoratori e le lavoratrici che pagano quello che il consumatore sta risparmiando.

Che il consumo di carne andrebbe ridotto drasticamente lo sappiamo. Fa male alla nostra salute e pure all’ambiente. Con il 14,5% delle emissioni totali di gas serra, il settore zootecnico è una delle principali fonti di gas climalteranti, oltre ad essere una delle principali cause della deforestazione. Secondo le linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità sono sufficienti 25 chilogrammi in un anno (circa 500 grammi a settimana). Riducendone il consumo, potremo quindi scegliere carne leggermente più costosa, ma allevata in maniera sostenibile, che rispetti l’ambiente, gli animali e la nostra salute. Compriamo meno carne allora, ma che sia di qualità.

La carne che piace agli italiani

L’Osservatorio nazionale sul consumo di carne, promosso da Agriumbria, ha diffuso i dati raccolti nel 2018: le famiglie italiane hanno aumentato il consumo di carne del 5% rispetto agli anni precedenti. Gli italiani in realtà mangiano meno carne rispetto agli altri Paesi europei ( 80 chilogrammi pro capite l’anno) e sono pure molto attenti alla filiera e alla qualità. Secondo i dati, il 45% dei consumatori privilegia la carne proveniente da allevamenti italiani, il 29% sceglie carni locali e il 20% quella con marchio DOP, IGP o altre certificazioni di origine. Esiste però una buona parte di consumatori che acquista nei supermercati e nei discount (vendite in crescita del 27% a discapito di un calo delle vendite dei mercati rionali del 18%) anche prodotti freschi. Ma la carne che al discount è in vendita a 3 euro al chilo può essere di qualità? Perché costa così poco?

Risparmiare sulla pelle degli animali

Quelli che pagano il prezzo più alto della carne low cost sono gli animali. La maggior parte della carne che si compra a poco prezzo nella grande distribuzione proviene da allevamenti intensivi, dove il benessere degli animali è secondario alla loro “produttività”. Qui gli animali sono semplici macchine di materia e soldi. La loro vita non deve avere costi importanti, quindi è tutto ridotto al minimo indispensabile, sia a livello di spazio che di consumi. Gli spazi a disposizione degli animali sono piccoli e stretti; spesso gli animali sono legati. Quasi sempre vengono castrati (senza anestesia per risparmiare), vengono tagliati becchi, code, ali e disincarnate le corna per evitare che per nervosismo gli animali si attacchino tra di loro ferendosi. Anche le condizioni del trasporto al macello sono poco dignitose. Lo spostamento comporta di solito molte ore di viaggio in condizioni di sofferenza, maltrattamenti e stress.

La dieta degli animali low cost

Negli allevamenti intensivi gli animali non pascolano liberi. Secondo quanto sostenuto da Slowfood si nutrono prevalentemente di mangini, soia, insilati di mais, sottoprodotti industriali (compresi etanolo, fruttosio e derivati dello sciroppo di mais), cereali, integratori e antibiotici. Non mangiano erba e fieno. Questa dieta innaturale produce gonfiore allo stomaco, diarrea e altri problemi. Ma per ridurre i costi di allevamento è necessario risparmiare sulla dieta degli animali; sulla quantità e sulla qualità dei loro mangimi industriali.

Il prezzo della carne imposto dalla grande distribuzione

La grande distribuzione ha un grande potere decisionale sui prezzi di acquisto delle materie prime. Per abbassare i prezzi di vendita al consumatore, tende ovviamente ad abbassare anche i prezzi di acquisto a favore del produttore. Allevatori e macellatori non hanno grandi margini di negoziazione se vogliono stare sul mercato (un mercato dove il ricavo maggiore è proprio della grande distribuzione, di salumifici e stagionatori). Per riuscire a sopravvivere ai prezzi imposti dalla distribuzione a basso costo, produttori e allevatori devono innanzitutto tagliare sul costo del lavoro, come succede in moltissimi altri settori dell’agroalimentare.

Il lavoro poco dignitoso

Secondo stime delle organizzazioni sindacali e di precedenti ricerche diffuse da Slowfood, su circa 58mila addetti nel settore della macellazione e trasformazione della carne in tutta Italia, oltre 10mila risultano essere lavoratori e lavoratrici in appalto. Oltre al risparmio sul costo del lavoro, l’appalto permette di avere una manodopera molto più̀ flessibile, con possibilità̀ di estendere l’orario di lavoro o lasciare gli operai a casa se necessario. Il lavoro poco dignitoso include anche lo sfruttamento di lavoratori stranieri, sottopagati con salari di 6-8 euro l’ora a fronte dei 13-15 previsti e orari disumani (fino a 300 ore al mese, a fronte delle 168 dichiarate). Se la carne costa poco, in fondo in fondo c’è qualcun altro che sta pagando la differenza. Meglio poca carne ma pagarla il giusto.

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