Meglio l’autosvezzamento o il baby food?

Verso il sesto mese di vita del bambino le famiglie vivono una piccola rivoluzione. A fatica ci si è guadagnati una routine di poppate, cambi, nanna e bagnetti. Arriva lo svezzamento e di nuovo tutto cambia. Siamo pronti?

L’introduzione nel mondo del cibo “da adulti” fino a qualche anno fa seguiva linee precise: il pediatra indicava come e quando far assaggiare la prima mela grattugiata, seguita dall’inesorabile progressione di zucchino bollito, olio extravergine d’oliva e parmigiano. Qualche anno fa si è affermata una nuova tendenza:

l’autosvezzamento, cioè l’attesa di spontaneo interesse da parte del bambino per il cibo proposto quotidianamente in famiglia. E contemporaneamente industria e legge hanno fatto passi avanti sulla produzione di alimenti specificatamente pensati per i bambini, con controlli di sicurezza molto stretti e rigorosi. Il cibo destinato ai bambini si chiama “baby food”. Meglio l’autosvezzamento o meglio il baby food? Quali sono i benefici e i problemi dell’uno e dell’altro?

L’autosvezzamento

autosvezzamento

Svezzamento deriva dalla parola “vizio”, un lento e graduale inserimento del bebè nel mondo del cibo degli adulti. L’autosvezzamento è una pratica antica che si è riproposta nella modernità e che dice, sostanzialmente, che non serve preparare le pappe per il bebè a un momento prefissato dello sviluppo.

È meglio piuttosto attendere che il bimbo manifesti attenzione per il cibo che la famiglia porta in tavola e che può essere condiviso da tutti. L’autosvezzamento viene anche chiamato “alimentazione complementare a richiesta”. “Complementare” perché dal sesto mese il cibo è un complemento al latte che, per tutto il primo anno di vita, può rimanere l’alimento prevalente. “A richiesta” perché la volontà di assaggiare nuovi cibi deve arrivare da una richiesta del bambino, che può essere messo a tavola con i genitori e lasciato libero di sperimentare.

Portare in tavola un cibo adatto all’autosvezzamento significa una forte presa di coscienza da parte dei genitori, nonché la loro disponibilità a mettere in discussione le abitudini alimentari. La dieta ideale per un bambino prevede alimenti di stagione, di origine sicura, cucinati con cotture delicate (al vapore per esempio), con pochi condimenti e preferibilmente a crudo. Insomma, non è il bambino a doversi adattare alla dieta dei genitori, ma sono i genitori a dover avere una dieta idonea a un bimbo piccolo (e salutare, ovviamente, anche per tutti gli altri componenti).

Quando si parla di alimentazione complementare non si può non nominare Lucio Piermarini, il pediatra autore del libro “Io mi svezzo da solo! Dialoghi sull’autosvezzamento”. “Intendere uno svezzamento con una modalità errata porta al rischio di travisare il modo in cui il bimbo si approccerà al cibo quando questa fase sarà terminata – dice Lucio Piermarini -.

Il rischio che si corre, mettendo in pratica uno svezzamento scorretto nei modi e nei tempi, è il rifiuto di alimenti come la frutta e la verdura di cui il bambino non sa riconoscere forma e sapore. Un rischio possibile è che diventi eccessivamente selettivo e schizzinoso”. Autosvezzamento e baby food sono considerati in antitesi: da un lato c’è il cibo di famiglia, dall’altro i prodotti ad hoc creati per i bambini. “A livello nutrizionale non si può dir nulla di negativo sul baby food – continua Piermarini -.

Sono prodotti ben fatti, bilanciati e controllati. Il rischio non è nel baby food, ma nel modo in cui il baby food è inserito nella dieta quotidiana. Mangiando solo omogeneizzati il bambino rischia di aver difficoltà a riconoscere gli alimenti e ad accettarli nella dieta futura. Utilizzando omogeneizzati per lungo tempo si ritarda l’introduzione di cibi solidi, con il rischio che, succhiando e non masticando, si rallenti lo sviluppo psicomotorio. Sfamare i bambini passivamente potrebbe portare a difficoltà di masticazione”.

L’utilizzo di baby food in generale, e di omogeneizzati in particolare, porterebbe dunque a due tipi di problemi: la scarsa conoscenza del cibo “vero”, che come conseguenza fa crescere bambini e poi adulti selettivi, e lo scorretto sviluppo del bambino che, limitando la sua autonomia, rallenta anche capacità come masticare, afferrare le posate e mangiare da solo.

Le tappe dell’autosvezzamento

le tappe dell'autosvezzamento

Una delle “regole” dell’autosvezzamento è il non forzare le tappe nell’introduzione dei cibi diversi dal latte. Attendere cioè il sesto mese, momento in cui il bambino manifesta segnali evidenti (star seduto da solo, dimostrare interesse per il cibo e aver perso il riflesso di estrusione, ovvero quel riflesso che fa tirare fuori la lingua se si stimola la bocca, necessario per la suzione al seno, e che molti confondono con l”abitudine al cucchiaino”). “Rispettando i tempi del bambino – dice Lucio Piermarini – è possibile inserire il cibo dei genitori senza rischi per allergie e intolleranze”.

Una paura che spinge molti genitori a optare per uno svezzamento classico con l’utilizzo di omogeneizzati è il timore del cibo in pezzi. “Molti genitori pensano che il baby food sia meno rischioso perché più fluido – continua Piermarini – e si sentono tranquilli a svezzare i propri bambini con gli omogeneizzati anche in maniera precoce rispetto alle linee guida, introducendo frutta omogeneizzata o yogurt già a quattro mesi.

Ma è nettamente più pericoloso uno svezzamento anticipato con baby food (anche se in crema) su di un bambino che non è ancora fisiologicamente pronto a ingerire nulla di diverso dal latte, che non un’alimentazione complementare a richiesta in cui è il bambino che volontariamente ingerisce cibo. Il consiglio, in ogni caso, qualunque sia il tipo di svezzamento adottato, è quello di seguire un corso di primo soccorso, perché il pericolo di soffocamento per i bambini c’è sempre, anche giocando”.

Un altro dubbio dei genitori è: il mio cibo sarà abbastanza sano? ”Sì, se il cibo è sano per il genitore lo è anche per il bambino – dice Piermarini -. Le famiglie devono riscoprire la buona tavola, intesa come buona dieta, sana e corretta. Solo una famiglia che mangia bene potrà insegnare al proprio bambino a godere del cibo e dell’esperienza del cibo. Ecco perché è necessario che i genitori imparino a mangiare, così potranno condividere il percorso con i bambini”.

Pesticidi e metalli pesanti

autosvezzamento - pesiticidi e metalli pesantiParlando di baby food si parla di quei cibi pensati e preparati per la dieta dei bambini. Esperto di nutrizione infantile è Ruggiero Francavilla, medico gastroenterologo pediatrico del Policlinico di Bari. Il suo lavoro verte soprattutto sugli elementi contaminanti presenti negli alimenti, che possono compromettere nel medio e lungo periodo la salute dei bambini. Perché per un bambino conviene l’utilizzo di baby food? “L’autosvezzamento è un modo naturale per svezzare i propri figli e in questo non ci sono problemi – dice Ruggiero Francavilla -. Il vero rischio è legato non al tipo di svezzamento, ma ai prodotti che vengono utilizzati e che possono essere potenzialmente pericolosi.

Una famiglia che vuole seguire l’autosvezzamento deve essere disposta a rivedere in maniera drastica i propri stili di vita, adattando in tutto la propria dieta a quella di un bambino. Come principio teorico l’autosvezzamento non è da demolire, è nella pratica che si riscontrano i problemi. Pesticidi e metalli pesanti presenti negli alimenti sono gestibili da un fisico adulto, non da quello di un bambino. Proprio perché difficilmente le famiglie sanno mangiare bene mi sento di consigliare il baby food”. Si tratta dunque di una questione di sicurezza degli ingredienti, ma come si può essere sicuri che i prodotti di baby food siano realmente sani?

“La risposta è semplice: ci sono severissime norme europee che regolamentano il baby food. Tutto ciò che è etichettato come baby food deve sottostare a questa normativa. C’è una legislazione molto precisa per cui non ci devono essere pesticidi e altre sostanze potenzialmente tossiche, la legge impone che le aziende la rispettino e quindi sono previsti controlli a monte, cosa che per gli altri prodotti alimentari non è richiesta né garantita”.

A questo punto, decidendo di scegliere uno svezzamento classico con baby food, a che età è possibile passare ad alimenti uguali a quelli dei grandi? “Più è grande il bambino più si riducono i rischi da contatto con alimenti contaminati – dice Francavilla -. Non esiste una soglia entro cui smettere di utilizzare il baby food, molto dipende dalle abitudini della famiglia e dalle preferenze del bambino.

Se in casa si consuma molta pasta e il bambino è abituato a mangiarne quotidianamente, si può scegliere di proseguire almeno fino ai 2 – 3 anni utilizzando pasta baby food anche solo alcune volte a settimana. In questo caso si parla di baby food come metodo per diluire i contaminanti. Nel grano, ingrediente alla base della pasta, il DON (la microtossina del deossinivalenolo che può determinare fastidiosi effetti collaterali) può essere presente in dosaggi fino a 450 mg ogni kg, nella pasta baby food la soglia massima di tolleranza è di 200 mg.

Si capisce che un bambino grande mangiatore di pasta è esposto a una fonte di rischio maggiore in presenza di cibo non baby food. Un altro semplice esempio: tra gli alimenti a maggior rischio ci sono alcuni pesci naturalmente ricchi di contaminanti che non possono essere utilizzati per la dieta di un bambino. Quelli utilizzati per produrre omogeneizzati sono pochissimi tipi selezionati”.

Mangiare insieme è cultura

Autosvezzamento - mangiare insieme è cultura

Nell’autosvezzamento però il cibo non è solo nutrimento, è anche cultura. Non c’è il rischio che con una dieta contenente baby food questo fattore si vada a perdere? “Un bambino utilizzerà il baby food in maniera completa per circa 6 mesi, dunque solo per un periodo, questo fa sì che non venga compromesso il ruolo culturale ed educativo del mangiare insieme.

Bisogna sempre contestualizzare la dieta di ogni singolo bambino, individuare le possibili aree di rischio e lì intervenire con il baby food. L’esempio precedente della pasta è uno, un discorso analogo si potrebbe fare con il latte, se si hanno bambini non allattati ma grandi bevitori di questo alimento. I latti di crescita potrebbero essere una soluzione, poiché meno ricchi di proteine e antibiotici. Il baby food non è in antitesi a una dieta di famiglia, bisogna pensare alla tutela del bambino e, se si vuole portare avanti un percorso di autosvezzamento, individuare le aree di rischio e intervenire con prodotti ad hoc”.

Sembra dunque che autosvezzamento e svezzamento classico non siano due teorie totalmente in contrasto. L’idea alla base è garantire, quanto più possibile, una dieta sana, giusta e adatta ai bambini. Variano solo i modi e nulla vieta di integrare le due strade, adattandole allo stile di vita della famiglia tenendo sempre ben saldo l’obiettivo finale: dare una corretta educazione alimentare ai bambini.

 

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