I Beatles, Marilyn e i ritratti di Steve McCurry in mostra

Prima delle parole e prima ancora dell’espressione delle emozioni c’è lo sguardo: volti e occhi che scrutano il mondo e allo stesso tempo rivelano squarci di vita. Da uno sguardo, dipinto o fotografato, si può scoprire la vita di una persona, conoscere la sua storia, penetrare la sua anima. Dietro lo sguardo di Marilyn Monroe, per esempio, si coglie la donna fragile e vulnerabile segnata dall’infelicità e dalla solitudine. “Marilyn Monroe, la donna oltre il mito”, fino al 19 settembre a Palazzo Madama, invita a scoprire proprio la persona celata dietro l’icona. Marilyn amava leggere e possedeva una biblioteca di oltre quattrocento volumi. Si è battuta contro la discriminazione razziale, appoggiando la cantante di colore Ella Fitzgerald. Ha studiato all’Actors Studio di New York con Lee Strasberg e fondato una propria compagnia di produzione cinematografica. La sua storia viene raccontata a Palazzo Madama attraverso una collezione di oggetti personali, composta da circa 150 pezzi, divisa in otto sezioni. Si parte dalla bambina, Norma Jeane Baker, nata a Los Angeles nel 1926, con l’esposizione della tazza d’argento da cui beveva il latte. “Metamorfosi” racconta gli anni in cui Norma, con determinazione, costruisce il suo personaggio tra bigodini, cosmetici, jogging, pesi e libri di poesia, psicologia, storia e politica. Norma diventa Marilyn e da lì, sezione dopo sezione, si scopre il mito, tra vestiti di scena (come il leggendario abito bianco di “Quando la moglie è in vacanza”), copioni di film, contratti cinematografici, fotografie, inedite e originali, per arrivare al dipinto di Andy Warhol che ha trasformato il volto di Marilyn in un’icona della contemporaneità.

Si parla di mito anche in “Nothing is real. Quando i Beatles incontrarono l’Oriente”, al MAO fino al 2 ottobre. La mostra, curata da Luca Beatrice, si ispira a un verso della canzone “Strawberry Fields Forever” ed è la storia di un incontro, quello di Paul, John, George e Ringo con il “Faro dell’Himalaya” Maharishi Mahesh Yogi e di un viaggio, quello compiuto l’anno successivo, nel 1968, dai Fab Four a Rishikesh, in India. Il misticismo indiano che tanto ha affascinato i Beatles viene ricreato attraverso un percorso olfattivo avvolgente che stimola i sensi. Ascoltate i suoni, seguite i profumi del frangipani e del gelsomino uniti alle note del sandalo e guardatevi intorno percorrendo le undici sale del Museo d’Arte Orientale dedicate alla mostra. Tra fotografie originali del viaggio dei Beatles e cover di lp degli anni ‘60 e ‘70 vi troverete in pieno clima “Flower power”. Non aspettatevi opere di arte orientale alle pareti, ma provate ad andare oltre l’immagine, interpretando le opere di Alighiero Boetti, Aldo Mondino, Luigi Ontani, Francesco Clemente – artisti europei ispirati dall’Oriente – per scoprire nuovi soggetti, divinità e paesaggi, diversi usi e costumi, differenti culture e tradizioni. “Nothing is Real” dei Beatles invoca il miracolo di saper fondere stili tanto diversi tra loro e influssi provenienti da culture e mondi altri, non ammettendo distinzioni perché “niente è reale, tutto è fantasia”.

Veri, invece, nonostante le accuse di abuso di Photoshop, sono gli sguardi colti in un “clic” dalla macchina fotografica di Steve McCurry, esposti nella mostra “Il mondo di Steve McCurry” nella Citroniera delle Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria, fino al 25 settembre. In più di 250 scatti di grande formato sospesi su teli in un’installazione di forte impatto, si attraversano mondi – dall’Afghanistan all’India, dal Sudest asiatico all’Africa, da Cuba agli Stati Uniti, dal Brasile all’Italia – si conoscono culture e si scoprono storie di vita sui volti delle persone. Gli sguardi intensi, gli occhi penetranti, parlano di conflitti, di tradizioni antiche e di culture contemporanee. Dal bianco e nero al colore, McCurry racconta l’Afghanistan, dove era riuscito nel 1979 a entrare clandestinamente con i ribelli che combattevano contro l’invasione sovietica; mostra l’India dei nomadi e la loro vita destinata a scomparire; parla del Tibet e della Birmania, della Guerra del Golfo e del Giappone dopo lo tsunami. Coglie volti e ritrae paesaggi, fotografa le Torri Gemelle dal suo studio a New York e immortala una “Ragazza afgana” nel campo profughi pakistano di Peshawar in un’immagine diventata icona della fotografia mondiale e simbolo di speranza e di pace.

[Simona Savoldi]

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