Caterina e l’estate che é stata

L’estate che è stata e non se ne va. Rimane in piccoli barattoli colorati da aprire nei giorni stinti

A volte il presente nega il passato fino a farci dubitare che sia esistito davvero, con i colori che ci hanno cambiato lo sguardo, il timbro e il volume di una voce che canta, i sapori sorprendenti di un cibo mai assaggiato. Il primo giorno ottobrino di cielo scolorito, di aria fredda, di pioggia storta, di pasta scotta sembra dire: l’estate? Che cos’è? Una stagione mai sentita, chi l’ha vissuta, dove mai sarà accaduta, a chi!

Invece l’estate, quest’anno, è stata, è stata per davvero e Caterina ha bisogno di dirlo al cielo così bianco e a se stessa, per non farsi ingannare da giorni che si svegliano sbiaditi e in cui lei si sveglia sbiadita…

È stata: una stella marina con il suo colore acceso, un fuoco, che hai raccolto dal fondo del mare verde e blu e restituito subito alla profondità e una stella cometa, un graffio nel buio, mentre tu non guardavi.

È stata: una notte al pronto soccorso con i suoi non-colori sui quali spiccano i crampi alla pancia, il sangue, le formule mediche con parole magiche da tradurre in ricette.

È stata: d’oro, l’oro dei fritti nell’olio d’oliva, troppo cacao sul tiramisù, la nuvola di ricotta dei baci di Pantelleria, i fiori di zucca, piccoli e al forno, che scoppiavano di formaggio in una notte di vento.

È stata: il vino rosso con sentore di cappero, il vino di zibibbo che sapeva di struggimento, il passito del pescatore con i suoi segreti, l’uva raccolta quando era già sdraiata sulla terra riarsa.

È stata: La campana di vetro di Sylvia Plath e la sua scrittura d’argento, spezzata, che taglia e rende trasparente ciò che era opaco, per guardare in faccia il dolore quando nessuno intorno lo accoglie, lo comprende, lo coccola.

È stata: le amiche con cui prendere un treno, raggiungere un mare vicino, chiacchierare ogni minuto, progettare un altro viaggio, inaugurare l’estate e gettare un ponte oltre essa, fino a questo ottobre quando ripartiranno insieme per Venezia.

È stata: comprare vestiti indiani colorati e un coprispalle bianco.

È stata: la pioggia di Londra che ne esalta i colori, il rosso, il blu, l’oro, il verde, l’azzurro.

È stata: la torta di cioccolato, due fette, regalata dalla fornaia del Borough Market chissà perché, per gioia forse o per semplice umanità.

È stata: guardare e riguardare (e imparare a memoria le canzoni) di A star is born.

È stata: un lago azzurro al centro di un’isola, un azzurro tenue, turchese, grigio ai bordi, limaccioso sul fondo, da cui raccogliere un fango nero che ha reso la pelle morbida, pura. È stata: un rifugio in montagna dove scrivere e scrivere e dove vive un bambino le ha chiesto: vuoi mezza molletta da bucato di legno? Forse a casa tua hai un’altra mezza molletta che ha bisogno di essere riparata, tieni, prendila.

È stata: un’ape che ha lasciato un pungiglione nel suo ginocchio, un topolino che Caterina ha intrappolato – e non avrebbe voluto – nel buio di un armadio con una noce che l’ha tradito e uno scatto secco sulla sua testolina.

È stata: otto gattini per trenta giorni con lei e l’Atleta in un giardino con lavanda e fiori rossi.

È stata: gli appunti a matita 2H su un quaderno a quadretti del Figlio Grande, l’invisibile metafora di un altro modo di scrivere sul mondo, il suo.

È stata: il colore del mare a ogni ora del giorno, scoprire che la notte è più buio lui del cielo, non se n’era mai davvero accorta.

È stata: la vastità striata di vento del Mediterraneo visto dalle stradine alte sull’orlo di un’isola. 

L’estate quest’anno è davvero stata e anche ora sta, non se ne va, sta sulle mensole dell’anima in piccoli barattoli di colori da spalmare sui giorni, quando stingono un po’. 

Fine estate

 

Leggi anche –> Caterina…la pelle e l’acqua

Iscriviti alla newsletter

X