Caterina… la pelle e l’acqua

Quarantaquattro anni e sentirli. E guardarli in faccia. Guardarli proprio in faccia.

Là dove la pelle sta cambiando consistenza, perde la tensione di sempre e quella porzione di superficie corporea dove si concentra l’espressività, il volto, si sistema ora in modo differente intorno alla bocca e agli occhi, sulla fronte, vicino al naso ha pieghe diverse e lancia una sfida di riconoscimento a Caterina.

Soprattutto appena sveglia. Nelle fotografie da vicino. Certe sere in cui è più stanca o triste o quando ride, la pelle prende ondine nuove. I segni degli anni, si dice.

Che cosa raccontano, ma più che del passato, del futuro? Quale storia prospettano? Potrebbe restare lucida e vispa di mente, godersi la vita, stare insieme alle persone che ama scrivere fino a 80, 90, 100 anni, se ha fortuna,

Caterina, ma il corpo? Che limite pone? Quanto tempo c’è ancora per fare le cose che solo un corpo in salute e giovane può fare? Come mantenerlo elastico, tonico, sano, mobile, libero, sensibile, bello?

C’è un brano di un romanzo di Milan Kundera che Caterina ama: “Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Quello che l’attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo.

Credeva di vedere solo la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa”.

Ma questa piccola scena potente non finisce qui, c’è un’altra frase, che la chiude e che a Caterina fa sempre salire le lacrime, da sotto, da dentro, da quel tesoro di esperienze vissuti sogni malinconie rimpianti dolori e relazioni che fanno l’anima, e sciolgono il kajal nero sotto le ciglia.

È una frase che toglie il respiro e lo restituisce più profondo. È una frase alla quale Caterina ha ripensato, durante le vacanze di Natale trascorse sull’isola di Lanzarote, quando era impegnata con tutt’altra superficie, non quella della sua pelle.

Era la superficie dell’oceano che si increspava in onde sotto la tavola da surf, provata per la prima volta. Una prima volta per il suo corpo poco allenato ma desideroso di movimento, una prima volta in cui ha sentito l’energia del mare e della sua anima che si muovevano insieme, un’energia che le è rimasta dentro e negli occhi per giorni, anche se su quella tavola è stata, di fatto, in piedi solo pochi secondi dopo una mattina di tentativi avvolta dalla potenza del mare.

E la frase è questa: “Quando riusciva a vedere se stessa era un momento di ebbrezza: l’anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta”.

Canta il canto del mare, in ondine e onde nuove, nelle quali riconoscersi ancora.

GG caterina la pelle e acqua1

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