Collezioni. Quella insensata capacità infantile di dare e cercare senso

“Solo lì capirai che il senso profondo della nostra esistenza… – ha fatto una pausa per dare suspence – … è la procreazione”.

A dirmelo fu un docente universitario divenuto amico a forza di chiacchiere nei corridoi. Chiacchiere sulla Storia con la S maiuscola e il senso dell’opera umana nei secoli.

Ad accompagnare l’affermazione, una grossa risata che contrastava con il virtuosismo intellettuale e speculativo delle nostre precedenti discussioni sul Demiurgo, le forze creatrici del mondo, sul perché siamo l’unica specie che ha avuto la possibilità e soprattutto il bisogno di formare religioni, civiltà e guerre. Me lo disse quando venne a sapere che aspettavo un bambino.

La sua risata tradiva, o meglio traspirava, quel misterioso miscuglio di gioia e di dolore che è fare il padre, ma anche quel profondo e occulto piacere di coglierne il senso.
Ultimamente mio figlio ha sviluppato l’abitudine di fermarsi a raccogliere rametti d’albero mentre andiamo a spasso. All’inizio sembrava una comprensiva raccolta casuale. Osservandolo invece ho notato che non raccoglie qualsiasi rametto. A volte li scarta a vista, altre volte li prende in mano e dopo un accurato esame tattile-visivo decide se aggiungerli alla sua collezione oppure no. Non mi è chiaro né il senso che dà a questi rametti, né il criterio di selezione. Un giorno che era uscito con la madre, ho approfittato della sua assenza per prendere in esame la collezione, alla ricerca del criterio o del senso segreto. Le decine di minuti che ho trascorso da quel momento mi hanno portato un po’ lontano.

Tra i quattro e i sei anni avevo la passione di collezionare i biglietti del pullman. Erano di vari colori: blu, marrone, verdi. Poi c’erano i rossi, molto rari. Alcuni con disegni e altri soltanto con scritte e numeri. Adesso mi vedo con mia mamma a passeggiare. Di colpo mi fermo, lascio la sua mano e corro dieci passi indietro per esaminare e prendere un biglietto caduto a terra. 

Mi stupisco di quanto mia madre tollerasse questo gesto. Le continue interruzioni della passeggiata, il ficcarmi in tasca un oggetto buttato per terra e calpestato da tanti piedi. Anche allora i genitori erano bombardati, certo meno di noi, da prodotti per l’igiene che mostravano ovunque i microbi, quel nemico fatale.

Ma soprattutto il mio hobby sembrava non aver alcun senso. Mamma addirittura mi regalò una scatola bianca dove mettere il bottino. Non ho però ricordi di me che apro quella scatola per ammirare la mia collezione o la sua varietà.

In mano un rametto curvo di mio figlio, che assomiglia a tutti gli altri anche se è diverso da tutti loro, mentre lo guardo con l’attenzione del naturalista che non sono. E mi accorgo che nemmeno mio figlio sfoglia o ammira la sua collezione. Ammirare un accumulo di oggetti al quale si è attribuito valori di rarità o altro, richiede una complessità cognitiva e una percezione dello spazio e del tempo che i bimbi fortunatamente ancora non hanno. Mentre io mi perdo a cercare il grande senso della collezione, a lui piace soltanto il semplice gesto di fermarsi e raccogliere un oggetto inutile a bordo strada. Questo forse è il senso profondo.

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