Bruxelles fissa nuove regole su età minima, “mini account” controllati dai genitori e limiti di utilizzo: von der Leyen parla apertamente di “cattura dei nostri bambini”. Ecco cosa prevede la proposta e cosa cambierà per le famiglie europee
C’è una frase, pronunciata da Ursula von der Leyen durante la conferenza stampa di presentazione, che da sola racconta lo spirito della nuova normativa: basta con la “cattura dei nostri bambini” da parte delle piattaforme digitali. Non è un modo di dire casuale. È la sintesi di anni di segnalazioni, studi e battaglie di associazioni di genitori in tutta Europa, che ora trovano una risposta concreta a livello comunitario con l’EU Kids Act, la proposta con cui la Commissione europea intende rafforzare la sicurezza dei minori online.
Cosa prevede l’EU Kids Act
La proposta, presentata a metà settembre 2026, introduce per la prima volta un impianto di regole comuni a tutta l’Unione sull’accesso dei minori ai social media. Il principio di fondo è semplice da riassumere anche se articolato nei dettagli: più piccolo è il bambino, più stretto è il controllo, fino ad arrivare a un vero e proprio divieto per le fasce d’età più basse.
I bambini tra i 3 e i 13 anni non potranno accedere ai social media, ma potranno utilizzare servizi di video sharing pensati specificamente per loro, sempre attraverso account gestiti dal genitore. Tra i 13 e i 15 anni entra in gioco un sistema intermedio: i cosiddetti “mini account”, creati dal genitore e utilizzati dal figlio tramite l’account dell’adulto, con garanzie precise come contatti sociali limitati e un tempo massimo di utilizzo di un’ora al giorno. Solo a partire dai 15 anni un ragazzo potrà aprire un account autonomo sui social.
Un altro elemento centrale della proposta è il principio dell’inversione dell’onere della prova: per le piattaforme di dimensioni molto grandi, non saranno più i genitori o le autorità a dover dimostrare che un servizio è pericoloso, ma saranno le aziende stesse a dover provare che i loro prodotti sono sicuri fin dalla progettazione e adeguati all’età di chi li usa.
Basta scrolling infinito, notifiche notturne e contatti da sconosciuti
Al di là delle soglie d’età, la parte forse più interessante della proposta riguarda il design stesso delle piattaforme, quello che gli esperti chiamano “dark pattern”: tutti quei meccanismi pensati per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile, indipendentemente da chi sta guardando lo schermo.
L’EU Kids Act vieta esplicitamente lo scrolling infinito privo di punti di interruzione, i meccanismi di ricompensa e le notifiche push durante le ore di sonno, oltre alle funzionalità progettate per creare dipendenza e ai feed di raccomandazione basati sulla profilazione che possono trascinare i minori verso contenuti dannosi. Vietati anche i contatti non richiesti da parte di estranei. I profili dei minori dovranno essere privati per impostazione predefinita, con geolocalizzazione, fotocamera e microfono disattivati, e le piattaforme dovranno offrire strumenti semplici per bloccare altri utenti e gestire il proprio tempo online.
I numeri che hanno spinto la Commissione ad agire
Dietro alla proposta ci sono dati che difficilmente lasciano indifferenti. Von der Leyen ha ricordato che il 92% degli europei ritiene necessario rafforzare la tutela di bambini e ragazzi online, mentre circa il 70% si dice preoccupato per fenomeni come cyberbullismo, molestie e adescamento online.
Ma è forse il dato sul tempo trascorso davanti agli schermi a colpire di più: in Europa i giovani passano in media dalle 4 alle 6 ore al giorno online, una cifra che sale a 7-8 ore per chi ha iniziato a usare i social prima dei dieci anni — un tempo paragonabile a una giornata lavorativa completa per un adulto. “Troppi bambini vengono esposti troppo presto al mondo online”, ha commentato la presidente della Commissione, sottolineando come i minori restino spesso soli davanti a strumenti pensati, prima di tutto, per generare profitto.
Non solo minori: in autunno arriva il Digital Fairness Act
Un aspetto che vale la pena sottolineare è che la Commissione non considera l’EU Kids Act come un punto di arrivo, ma come il primo tassello di un intervento più ampio. In autunno 2026 è infatti attesa una nuova proposta, il Digital Fairness Act, pensata per affrontare i meccanismi di dipendenza digitale che riguardano tutti gli utenti, non solo i più giovani. “Non solo i minori sono a rischio — ha spiegato von der Leyen — ci sono design delle piattaforme che creano dipendenza e danneggiano tutti, minorenni o adulti che siano”.
Cosa cambia per le famiglie italiane
Per chi segue da tempo il tema, l’EU Kids Act si inserisce in un percorso già avviato da singoli Stati membri: il Regno Unito, pur fuori dall’Unione, ha annunciato pochi mesi fa il divieto totale di accesso ai social per gli under 16, mentre Francia, Spagna, Grecia e Slovenia stanno discutendo misure simili a livello nazionale. La differenza, questa volta, è che si tratta di una proposta a livello comunitario, pensata per creare regole uniformi in tutti i 27 Stati membri, evitando che le famiglie si trovino di fronte a un mosaico di normative diverse a seconda del Paese.
Va ricordato che si tratta ancora di una proposta della Commissione, che dovrà ora affrontare il negoziato con Parlamento europeo e Consiglio prima di diventare legge applicabile: i tempi di approvazione definitiva, e le eventuali modifiche al testo, restano quindi da monitorare nei prossimi mesi. Quello che intanto emerge con chiarezza è un cambio di paradigma: non più solo la responsabilità individuale del genitore che, la sera, prova a dire “basta telefono”, ma un intervento strutturale sul design stesso dei prodotti che i nostri figli usano ogni giorno. Se sarà sufficiente, e come verrà applicato in concreto, è la domanda a cui i prossimi mesi dovranno dare una risposta.






































