Due figlie e altri animali feroci: intervista a Leo Ortolani

Un lungo percorso di adozione, tre figlie che crescono: l’esperienza della paternità raccontata da Leo Ortolani, con molta ironia e altrettanto amore

Non ha bisogno di presentazioni, Leo Ortolani. Tra i fumettisti più noti e amati d’Italia, il papà di Rat-Man è anche papà di due bambine colombiane, Johanna e Lucy Maria, che insieme alla moglie Caterina ha adottato nel 2010, e sono ora affidatari di una terza bambina, Alexia. Nel 2011 Leo ha raccolto nel libro “Due figlie e altri animali feroci – diario di un’adozione internazionale” le lettere che aveva scritto ai familiari e amici nei due mesi passati in Colombia, con un prologo sul percorso di adozione e un epilogo “un anno dopo”. Il favoloso volume è tornato in libreria nel 2019 in una nuova edizione di BAO, riveduta e arricchita di cinquanta pagine di vignette inedite. La testimonianza di Leo Ortolani continua a essere una lettura formidabile in tema adozione.

fumetti adozione

Leo Ortolani, 10 anni dopo

Come è stato riprendere in mano il tuo “diario di bordo epistolare” e ricominciare a parlarne?

“Il bello dei libri è che si possono fissare dei momenti, delle storie, che a differenza dell’autore resteranno per sempre giovani. Quando la storia parla di bambine che hanno 3 e 4 anni e di te che ne hai 43, riprendere in mano quella storia, quasi dieci anni dopo, è un salto temporale bello ma impietoso.

Tu, l’autore, a forza di urlare e di scannarti per educare i velociraptor, pari il ritratto di Dorian Gray. Proprio il ritratto, intendo. Loro, i velociraptor, nel frattempo sono diventate altissime, la Lucy anche più di te, altissime e bellissime.

Quando ti chiedono come stanno le tue figlie, tu rispondi sempre ‘Crescono in bellezza e arroganza’, perché poi camminano sulla Terra come semidee a cui tu devi sacrificare ogni sera un vitello grasso.

Che poi sei sempre tu. E insomma, riprendi in mano quel libro, aggiungi 50 pagine a fumetti, di cose che sono sempre successe là in Colombia, cose che non avevi raccontato sul momento e ne esce fuori una cosa preziosa. Per noi, famiglia Ortolani, preziosissima, perché è da lì che la nostra famiglia ha avuto inizio e da lì in poi la nostra vita è cambiata. Nonostante tutto, in meglio, perché adesso abbiamo un futuro”.

Il percorso dell’adozione

Dal prologo si capisce che quello dell’adozione è stato un percorso sfiancante durato dieci anni. Cosa ricordi di quel periodo?

“Che si stava benissimo e nemmeno ce ne rendevamo conto! Che adesso, con due figlie adolescenti (tre, se aggiungiamo Alexia, che è la nostra figlia in affido) ci vorremmo solo fermare un attimo a prendere fiato. E invece puoi a malapena emettere un peto e poi “Hop! Di corsa! Che c’è da fare un sacco di cose…” e ripensi con nostalgia ai tempi dei colloqui con gli assistenti sociali, che in fondo erano momenti in cui eri pure seduto. Cosa volere di più? “

Spesso nel libro riprendi i discorsi dei “teorici dell’adozione” sui tempi che ci sarebbero voluti per cementare la famiglia, raccontando di come invece l’innamoramento con le tue figlie sia stato istintivo e immediato.

“È vero, ci siamo innamorati subito. Poi, la vita ha cementato. Ma la nostra è una storia d’amore. Altrimenti non è che ogni mattina ci baceremmo, ci abbracceremmo. Sempre così. Oh, poi bastano cinque minuti di vita insieme e le mie figlie, uscendo per andare a scuola mi mandano affancucco. Ma è che sono colombiane, sangue latino che ribolle, passione totale, senza mezze misure. Mica come noi, vissuti nella nebbia della bassa, come il culatello, appesi a una sorta di placida esistenza, che il massimo della passione pare un film di Olmi, L’Albero degli Zoccoli, dove lui ama lei e al massimo le dice “Ci posso dare la buonasera?”. Il culatello, se lo togli dalla nebbia di San Secondo, se lo stacchi dal gancio e lo porti a Cali, in Colombia, impazzisce. Invecchia male, si consuma. Ma almeno vive.”

leo ortolani

La difficoltà di completare il quadro

Avete adottato Johanna e Lucy Maria che avevano 3 e 4 anni, paracadutando loro con voi e voi con loro nella genitorialità: che tipo di genitore hai scoperto di essere? 

“Allora, io, più che un padre, ho scoperto di essere una madre. Non so bene come spiegarlo, ma è così.”

Spesso nel diario vi interrogavate sul passato delle bambine, sul loro mondo prima di voi. Nel frattempo avete costruito il vostro vissuto comune, ma cosa resta di quel tempo? Sentite ancora il desiderio di saperne di più? 

“Quello che sappiamo è poco e resterà poco. È naturale che, soprattutto in adolescenza, quando ti domandi chi sei, questi vuoti facciano più male. Ti impediscano di risolvere delle questioni, di rispondere a delle domande. Per cui fanno fatica più degli altri ragazzi a completare il quadro. Devono inventarsi, trovare scorciatoie, chiedere a noi. Arrabbiarsi con noi, mentre magari, chissà, sono arrabbiate con chi non le ha sapute amare. Sì, però, che cosa c’entro io, che mi sto facendo un mazzo così da dieci anni? E smettila di rispondere così! Ma tu guarda che carattere! Tutta suo padre! Chiunque esso sia.”

E Johanna e Lucy Maria che figlie sono diventate?

“Allora, finita la stagione dell’infanzia, stiamo navigando a vista nel mare mosso di Tiktok e di Instagram. Non si vede ancora terra, per cui meglio che stia zitto, non voglio gufarmi le cose. È difficile? È difficile. Ci sentiamo soli? Sì, anche se non è vero. Anche se ci sono persone che ci aiutano. Magari non sono quelle da cui ci saremmo aspettati un aiuto, ma ci sono, dai. Un giorno, chissà, forse rideremo di tutto questo. Ma non è questo, il giorno! Oggi è il giorno in cui noi combattiamo! Per tutto quanto abbiamo di più caro su questa nostra terra! Vi invito a resistere! Genitori adottivi! RRAAAAAAH! E si allontanano al galoppo, verso l’adolescenza che marcia verso di noi, composta da giovani debosciati tatuati e con la trap nelle cuffie” 

leo Ortolani

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