Uno studio di Stanford su 68 bambini tra gli 8 e i 10 anni mostra che la discalculia riguarda anche il modo in cui si sceglie come risolvere un problema, e individua nel cervello segnali che la distinguono
Quando un bambino si blocca davanti a un problema di matematica, spesso si pensa che gli manchi esercizio. Una ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience, firmata da Oliver Lasnick, Yunji Park, Percy Mistry e Vinod Menon della Stanford University, suggerisce un quadro più complesso. Nella discalculia evolutiva non è in gioco solo la capacità di calcolare, ma anche quella di decidere come farlo e di cambiare approccio quando serve.
Meno efficienti in tutte le strategie
Gli autori hanno osservato 68 bambini tra gli 8 e i 10 anni mentre risolvevano problemi aritmetici. Quelli con discalculia erano meno efficienti in tutte le strategie usate: contare, recuperare il risultato dalla memoria, scomporre il problema in parti più semplici. Emerge però anche una difficoltà di controllo, definita metacognitiva. Questi bambini impiegavano più tempo a passare da una strategia all’altra, reagivano meno al variare della difficoltà e sceglievano con minore capacità di adattamento la strategia più adatta, come riportano Cronache di Scienza e AGI.
Un segnale che passa da più aree del cervello
Il secondo risultato riguarda l’attività cerebrale. Combinando modelli computazionali e decodifica dell’intero cervello, il gruppo di Stanford ha distinto i bambini con discalculia dai coetanei a sviluppo tipico in base a schemi di attivazione distribuiti tra corteccia frontoparietale, ippocampo e regioni visive ventrali. I metodi tradizionali, che guardano una regione alla volta, non ci riuscivano. Gli stessi schemi permettevano di prevedere l’efficienza nel contare e la prontezza nel cambiare strategia. C’è anche un dettaglio curioso: il legame tra attività cerebrale e comportamento era positivo nei bambini senza discalculia e negativo in quelli con discalculia, soprattutto nell’ippocampo.
Lasnick sottolinea la variabilità individuale: il disturbo non ha un’unica origine, ma coinvolge più processi cognitivi e neurali. Il campione è contenuto e lo studio non offre uno strumento per la diagnosi, che resta clinica.
Quanti bambini riguarda
Secondo gli autori, la discalculia interessa il 7-10% dei bambini. In Italia i numeri certificati sono più bassi. Nell’anno scolastico 2022/2023, stando ai dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito riportati da Orizzonte Scuola, gli alunni con diagnosi di DSA erano 354.569, il 6,0% dei frequentanti, e la discalculia pesava per il 21,5% di questi casi. Il confronto va letto con prudenza, perché stime di ricerca e certificazioni scolastiche non misurano la stessa cosa. Anche la neuropsichiatra infantile Roberta Penge ha spiegato che i disturbi specifici dell’apprendimento riguardano il 5-6% della popolazione scolare e che l’aumento delle diagnosi non è un’epidemia: dipende da una maggiore capacità di riconoscerli.
Cosa possono fare famiglie e scuola
Come ricordava un servizio ANSA, i DSA sono diagnosticabili alla fine della seconda e terza elementare, mentre per i più piccoli si può parlare solo di rischio. Tra i segnali indicati ci sono la fatica con le tabelline e con i concetti numerici di base e la confusione tra simboli come il 6 e il 9. Se questi segnali persistono, la strada è rivolgersi a uno specialista, non aumentare i compiti a casa.
La ricerca non propone interventi, ma sposta l’attenzione: oltre al calcolo, può contare aiutare i bambini a scegliere e cambiare strategia, dando loro tempo. È un’ipotesi che gli studi futuri dovranno verificare. Intanto un messaggio è già chiaro: davanti a un bambino che fatica con la matematica, impegno e intelligenza non c’entrano.









































