Disforia di genere: maschio, femmina oppure X?

da | 4 Mar, 2021 | Lifestyle

Lui si sente lei e viceversa: una condizione che si manifesta anche prima dell’adolescenza e che segna l’inizio di un percorso complesso. Come affrontare la disforia di genere?

È un tema di grande attualità la disforia di genere, quella condizione esistenziale nella quale la persona si sente appartenere a un genere diverso da quello biologico. In un mondo che è sempre meno binario, a sentirsi “sfumati” rispetto alle classiche identificazioni maschio-femmina sono sempre più i giovani e i giovanissimi.

La disforia si differenzia dall’identità, che invece indica la percezione del genere, e dall’orientamento, che indica l’attrazione verso il sesso maschile o femminile – ci spiega la psicologa e psicoterapeuta Maddalena Mosconi -. Questa condizione è stata trattata per lungo tempo come una malattia. Oggi si sta riconoscendo come condizione e non più come patologia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che si tratta di una sfumatura dell’identità di genere”. 

La disforia viene tuttavia mantenuta nell’ICD – ovvero nella classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati, stilata sempre dall’OMS – per dare un sostegno alle significative cure mediche che la condizione richiede. 

Verso un cambiamento

Maddalena Mosconi è responsabile dell’area minori nel “Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica” dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma. “Dal 2005 seguo gli adolescenti, ma nella mia esperienza ho osservato che l’età si sta abbassando. Oggi le famiglie per fortuna non provano più vergogna a chiedere supporto al nostro servizio. Ci si rende conto che non si è più solo maschi o femmine, c’è un continuum. Per esempio, in diversi paesi è stato introdotto il terzo sesso, che si indica con la X”. 

In Italia siamo ancora molto indietro e salvo rarissime occasioni non è consentito identificarsi in altro che M o F. Chi non si sente parte dell’uno o dell’altro schieramento spesso viene irriso. “Per consentire agli adolescenti di essere chiamati come desiderano lavoro molto con le scuole. Questa condizione è intimamente legata al bullismo e all’abbandono scolastico. Questi adolescenti presi di mira sviluppano ansia, depressione, autolesionismo. Per questo è importante intervenire”. 

Cosa fare in famiglia

“È un percorso da condurre in parallelo tra genitori e figli – spiega la psicologa -. All’inizio c’è sempre molta sofferenza, rabbia, dolore, preoccupazione. Il lavoro che devono fare i genitori consiste nel capire che non si tratta di una scelta, bensì di una condizione che porta sofferenza. I genitori sono preoccupati che il loro figlio non avrà mai un partner o un lavoro, poi si rendono conto che sono timori dettati dai pregiudizi. È un percorso simile all’elaborazione del lutto, dove la perdita coincide con l’immagine precostituita del figlio che deve essere sostituita con un’altra. Nel momento in cui i genitori cominciano a comprendere, anche i figli stanno meglio”. 

Cosa succede invece a chi si sente affetto da disforia? “Per prima cosa è necessaria un’accurata valutazione, per capire se la condizione è realmente sentita. Durante questa fase l’adolescente sta già meglio, perché si sente visto e accolto. Nel momento in cui la verifica è terminata, si inizia con la somministrazione di ormoni che già dai 12 anni consentono di fermare la crescita, bloccando lo sviluppo dei tratti sessuali. È come se si mettesse il corpo in stand-by per permettere all’adolescente di liberarsi dall’ansia della trasformazione e di lavorare serenamente sulla percezione dell’identità. Dopo i 16 anni si inizia con la terapia cross-section”. 

Vincere l’ignoranza

La disforia di genere è una tematica delicata, avvolta da molti pregiudizi. “Si dovrebbe lavorare in sinergia con le scuole per fare una corretta informazione. Più se ne parla meglio è, perché nel momento in cui le persone capiscono davvero di cosa si tratta cambiano completamente l’approccio. Bisogna abbattere l’ignoranza”, dichiara Maddalena Mosconi. 

Dello stesso avviso è Elena Marchesini, autrice del libro per bambini Quando un bocciolo si sente gemma (Riga Edizioni), basato sulla storia vera di Parisa, figlia di un’amica di Elena, nata maschio ma in transizione verso la sua vera identità di genere femminile. 

L’intento del libro – la cui prefazione vede l’intervento di Maddalena Mosconi – è quello di fare ampliare la cultura. “È indirizzato a tutti i genitori – spiega Elena – non solo alle mamme e papà di bambini gender variant. È una favola adatta a tutti i bimbi e a coloro che vogliono partecipare alla vita di una società inclusiva. Che tipo di adulti vogliamo che diventino i nostri figli? Spettatori passivi di episodi di bullismo e discriminazione o costruttori attivi di una società giusta in cui si ostacola l’odio e la violenza? Il libro parla ai bambini in modo delicato e accessibile, ma anche ai genitori e agli adulti in generale, portando tante riflessioni. Con un messaggio fondamentale: Puoi essere diversa da te stessa? No, non puoi. Io credo nel valore delle emozioni, nel coraggio di esprimersi con il cuore. La felicità non si copia dagli altri. Ognuno deve trovare la propria e deve sentirsi libero di poterla manifestare”.

Come parlarne ai bambini?

“Esiste un pregiudizio, molto diffuso, secondo il quale ai bambini è meglio non parlare di temi riguardanti l’identità di genere, come se questo potesse avere influenza nella loro crescita e nell’identificazione al maschile o al femminile – afferma Elena -. Ma non è così. In realtà i bambini sanno comprendere. I bambini gender variant si sentono molto sollevati quando capiscono che non sono i soli a sentirsi così e che non è un tabù, si può parlare”. 

Le potenzialità della favola

Nel suo libro Elena Marchesini ha scelto di raccontare una favola: “È importante mettere i bambini nelle condizioni di comprendere il tema. La favola racconta le storie di personaggi in cui possono immedesimarsi. Ma non solo. In questo caso, serviva creare un intreccio comprensibile tra la realtà di un bimbo che diventa bimba e la naturalezza con la quale i bambini percepiscono ciò che li circonda.

Mi è sembrata perfetta la metafora dei fiori, ispirata alla bellezza della biodiversità in natura. Non diremmo mai che un fiore, per essere fiore, deve essere maschio o femmina. Riuscire a esprimere la propria autenticità non è qualcosa di innaturale. Ed ecco che in natura si trova la perfetta neutralità e correttezza del messaggio da esprimere”. 

Elena Marchesini

 

–> GenderLens: con i bambini e le bambine gender variant

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