E, finalmente, Aurora: la nascita dopo la fecondazione assistita

da | 23 Mag, 2022 | da non perdere, Lifestyle, Persone

Due percorsi di fecondazione assistita, l’idea dell’adozione, la pandemia e poi la nascita di una meravigliosa e desideratissima bambina

Alcune famiglie vengono su numerose, velocemente, quasi inconsapevoli. Altre si formano alla fine di un percorso lungo e sofferto, superando ostacoli e difficoltà. È di questo tipo, ma con lieto fine, la storia che ci raccontano Serena e Nicola, oggi genitori felici di Aurora che ha un anno e mezzo ed è una bambina deliziosa, buffa, solare. 

Un progetto comune

Era il 2017. “Nicola e io stavamo insieme da cinque anni quando ci siamo sentiti pronti per un figlio – racconta Serena -. Siamo stati forse lenti a capire che volevamo un progetto comune, desideravamo prima sentirci sicuri come coppia. Resto incinta molto velocemente ma al terzo mese perdo il bambino, un’esperienza veramente brutta: eravamo del tutto impreparati a questa eventualità e ci siamo rimasti malissimo. Ci riproviamo senza troppe ansie, ma la gravidanza non arriva. Dopo un anno di tentativi infruttuosi iniziamo a pensare alla fecondazione in vitrio, perché avevo quasi 40 anni e non c’era tempo da perdere.

Nei centri pubblici le tempistiche sono lunghissime, così decidiamo di provare nel privato. Scegliamo un centro e iniziamo il percorso di procreazione assistita, investendo, oltre a un mare di speranze, anche un bel po’ di soldi, circa 10.000 euro. Sono stata sottoposta a un’infinità di esami (mentre Nicola non è stato considerato) e non è emerso alcun problema particolare. Quando abbiamo chiesto quante erano secondo loro le possibilità di portare a termine una gravidanza sono stati molto incoraggianti: non vi preoccupate, andrà tutto bene, state tranquilli”.

Stress, dubbi, delusioni

Inizia così il percorso di fecondazione assistita. Un periodo fatto di mille visite, emozioni forti, notizie al cardiopalma, tanti dubbi. A iniziare dalle punturine sulla pancia che Serena deve fare ogni sera. “Le starò facendo nel modo giusto? Non starò compromettendo ogni chance di diventare mamma perché sbaglio a farle?”. Al termine del periodo di sovrastimolazione ormonale – che per fortuna non l’ha fatta stare male – è arrivato il momento del prelievo degli ovuli, il pick. 

Al percorso di fecondazione si accompagna tutta una nuova terminologia da acquisire. “Ogni giorno una notizia, sempre concitata. Abbiamo un ovulo! Ne servono tre! Ora sono cinque! Cinque va bene. Alla fine, ne sono rimasti due, fecondati. Ma il risultato dell’analisi di laboratorio è stato demoralizzante: non erano buoni, non si potevano impiantare.

Lì ci è crollato il mondo. Abbiamo deciso che non ci sarebbe stato un altro ciclo, non avevamo l’energia, la giusta positività e neanche abbastanza risparmi per permettercelo. Ma poi una nostra amica ci ha raccontato che lei era riuscita a portare a termine una gravidanza dopo vari tentativi in un centro a metà strada tra il pubblico e il privato. Ci ha rassicurato che al secondo giro sarebbe stato più facile perché ero già pronta, bombardata di ormoni”.

Perdere una parte di sé

Nicola e Serena decidono di tentare, per la seconda volta, un ciclo di fecondazione assistita. “La prima cosa che ci ha stupito era che in questo nuovo centro vigeva un protocollo diverso, hanno fatto mille esami anche a lui, mentre nel primo centro li avevo fatti solo io. Ci ha molto sorpreso che non ci fosse un protocollo unificato per tutti i centri”. 

Scoprono che Andrea soffre di un’infezione batterica che potrebbe rendere più difficile il concepimento, per cui gli viene prescritta una terapia antibiotica prima di ricominciare il percorso che porta al pick di sei ovuli.

“È una cosa strana quella che ti succede durante una fecondazione assistita, perché c’è una parte di te che covi per un po’ di tempo e poi viene tirata fuori e diventa un numero, un numero che deve comportarsi bene fuori dal tuo corpo. E tu non ci puoi fare niente, devi stare lì ad aspettare, con questo pezzetto di te che è lontano e non sai come stia andando finché non ne ricevi comunicazione. Ma anche stavolta non va bene e ci chiamano per dircelo subito prima del primo lockdown. Io a questo secondo giro ero fiduciosa, mentre Nicola non ci credeva più, ma ci è rimasto malissimo. Eravamo entrambi a pezzi, invasi dalla tristezza, senza trovare le parole per consolarci l’un l’altro, perché non c’era niente da dire. Stavamo vicini, in silenzio”.

Nuove aspettative

A quel punto Serena inizia a pensare all’adozione: “Ho scoperto per caso che la regione offriva due giornate di formazione destinate alle coppie interessate. In un periodo di sofferenza, quei due giorni sono stati belli, una parentesi nel dolore, un modo di ritrovarci noi due, prenderci del tempo insieme. E poi è stata un’esperienza molto interessante, con formatori competenti. Ci siamo ritrovati a parlare di noi e delle nostre aspettative, in un momento che è stato dolce e tenero. Alla fine dei due giorni ci hanno consegnato i moduli per l’adesione ed eravamo convinti di volerlo fare, Nicola soprattutto. Ma ci siamo resi conto, con amarezza e un po’ di stupore, che non essendo sposati non potevamo neanche firmare la preadesione”. 

Una sorpresa di compleanno

Serena e Andrea tornano a casa, con i loro moduli in mano e tante a cose su cui riflettere. “Proprio in quei giorni inizia il lockdown, ci chiudiamo in casa, pensiamo al futuro. Io non ho il ciclo ma non ci faccio troppo caso: dò per scontato di non essere incinta. Gli anni precedenti avevo monitorato il ciclo con assoluta precisione, sapevo esattamente quali erano i giorni fertili e al minimo ritardo ne ero consapevole. Ma dopo aver abbandonato l’idea di una gravidanza, avevo un po’ perso i riferimenti.

Le settimane passano e Andrea mi suggerisce di fare il test di gravidanza. Non ne avevo molta voglia, però in casa avevo due vecchi test conservati nell’armadietto del bagno. Ne faccio uno, risulta negativo. Aspetto una settimana, lo rifaccio: è positivo. A quel punto siamo sotto choc. Non avevo neanche più una ginecologa di riferimento, perché la mia era legata al primo centro di fecondazione.

Cerco un altro medico e il 12 maggio, giorno del mio compleanno, da sola, in pieno lockdown, attraverso una città deserta per andare dal nuovo ginecologo. Che conferma: sì, è incinta. Il mio regalo di compleanno”.

Un lungo abbraccio avvolgente

All’inizio Serena era pessimista, non pensava che la gravidanza sarebbe andata a buon fine. Con il passare dei mesi però acquista fiducia. Aurora nasce il 6 dicembre del 2020, prematura di un mese, ma già bella grande (3,8 kg!). Rimane una sola settimana in terapia intensiva. “Dopo il parto, un cesareo, non potevo alzarmi, ma quando Andrea veniva a trovarci in ospedale mi mandava le foto di Aurora dal reparto TIN”.

I tempi che seguono la nascita di Aurora sono molto difficili per Serena, dopo due anni costellati di ansie, dolori e delusioni, con una pandemia in corso. “Ho avuto paura di crollare, di non farcela. Per superare le prime settimane ho fatto una seduta di psicoterapia al giorno. Per fortuna, prima che Aurora nascesse avevo seguito un corso sull’utilizzo della fascia che è stato utilissimo: spero che il contatto stretto e il calore del mio corpo l’abbiano protetta dalle mie tristezze.

Dopo i primi tempi, Nicola doveva tornare al lavoro a tempo pieno ma io ero uno straccio, avevo perso dieci chili. Non potevo né volevo restare da sola, così, quando Aurora aveva meno di un mese, siamo partiti in direzione di casa dei miei, in Puglia, attraversando l’Italia in treno. E loro mi hanno rimessa in piedi.

È stato un grande e lungo abbraccio: la famiglia mi ha avvolto nel suo calore, con semplicità e ciascuno a modo suo. L’amore e la cura dei miei genitori. La presenza costante di mia sorella che ogni sera in pieno lockdown veniva da noi (se ci fanno una multa pagheremo!) per dormire insieme nel lettone mano nella mano. Mia mamma cucinava i miei piatti preferiti, mio papà accendeva il camino sapendo quanto mi piace. E io stavo seduta davanti al fuoco, con i pasticciotti, Aurora in fascia e i lacrimoni che mi scorrevano sulle guance.

Le zie passavano a salutare e guardare la bimba dalla finestra e lasciavano regalini sul davanzale. Per me è stato come un balsamo. Ricordo ancora le prime gite al mare: il senso di leggerezza, di piacere, provato di nuovo dopo tanto tempo. Ci ho messo più di un anno per riuscire a godermi la mia bambina. Lei è molto meglio di quanto mi potessi sognare, è simpaticissima, sempre allegra. E le paure si sciolgono davanti ai suoi sorrisi”.

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