Il campione

Il Sassolino nello stagno, il nuovo blog di GG. In questo post: lo sport è la fabbrica dei campioni, ma che cosa ci facciamo con gli scarti?

In un famoso spot pubblicitario di qualche anno fa, una ragazzina si allena nonostante gli ostacoli che quasi la spingono a mollare. Grazie al costante e decisivo sostegno della mamma arriva a gareggiare alle Olimpiadi e, nel climax finale, vince e abbraccia la madre in lacrime (lacrime che, inesorabili, scendono anche a chi guarda). È la storia verosimile di tanti campioni e di tante mamme. Quello che non si vede, però, sono le mamme di chi non ha (mai) vinto. Fino a metà Ottocento la Storia era considerata la raccolta di gesta e opere di Eroi (o di Re o di Generali). Poi gli storici si sono accorti che la storia è fatta anche dall’uomo comune. Non se n’è accorto lo sport, che nella sua narrazione è rimasto allo stadio ottocentesco. Libri, riviste, film e pubblicità mostrano solo volti e storie di campioni, solo vincitori e medaglie d’oro. Che male c’è? Lo sport per sua natura è competitivo, è fatto per vincere. Sacrosanto! Con questo spirito bisogna sempre scendere in campo. Ma consideriamo qualunque disciplina sportiva praticata dai ragazzi. Su un milione, solo un migliaio potranno avere titoli e salire sul podio. Gli altri ci interessano? Queste ragazze e ragazzi che passano dieci, quindici anni della loro vita senza mai vincere, come vivranno questa mancanza di vittoria, questo ”fallimento”? Lo sport avrà dato loro qualcosa di significante? Avrà aggiunto qualcosa? Ne sarà valsa la pena, la fatica e il sacrificio della mamma (le tantissime mamme non citate nella pubblicità)? O è stato tutto inutile, come per chi non ha mai passato l’esame?

Consideriamo ora i coetanei che invece dello sport fanno teatro nella parrocchia di quartiere o si iscrivono a danza in una piccola associazione. Qui il traguardo è l’attività in sé. Se fai teatro, ti serve per tutta la vita, anche se non reciti al Piccolo di Milano, anche se non sei Gassman o Pina Bausch. Perché allora al ragazzo che si allena in palestra tre volte alla settimana neghiamo la stessa dignità? Prima di accompagnare il figlio alla partita, prima di dirgli “mi raccomando vinci”, chiediamoci cosa c’è nello sport. C’è la vittoria e c’è la sconfitta, c’è la fatica, il contatto col proprio corpo, c’è l’invidia, la (s)correttezza, le regole, le eccezioni, il gruppo, l’odio, la frustrazione, le paure (anche le più infantili), la battaglia con i propri fantasmi e tanto altro. Che peccato sprecare questa ricchezza d’animo, questa dimensione fisica e sociale e ridurre tutto al solo binomio vittoria/sconfitta. Il quotidiano inglese The Guardian ha raccolto le storie di ex campioni mondiali che una volta terminata la (generalmente breve) carriera, si trovano in difficoltà a relazionarsi col mondo reale (incluso quello del lavoro). ”L’ossessione alla tabella delle medaglie mi ha consumato. Bisogna tornare a godere lo sport” ha detto Gail Emms, atleta e giocatrice di badminton, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene nel 2004.

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