Il cibo del futuro: cosa mangeremo nel 2050?

Un viaggio nel futuro del nostro cibo: cosa mangeremo tra trent’anni? Una domanda che interessa tutti i genitori

Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a 9 miliardi, dai 7,7 miliardi attuali. Nel 2100 toccherà gli 11,2 miliardi, per poi cominciare a declinare. Sebbene questi dati siano stati oggetto di critiche e ritenuti non sempre ben stimati,  al di là delle cifre, il problema dell’aumento della popolazione rimane e si pone in relazione a tematiche legate all’alimentazione e al cibo del futuro, che a loro volta si allacciano profondamente ai temi ambientali. 

Il cibo del futuro: cambiare paradigma

Il cambiamento climatico in corso deve una parte di responsabilità al nostro modo di nutrirci, di produrre e persino di sprecare il cibo.

Gabriele Volpato, docente di Ecologia e Zoologia Gastronomica all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo,  sostiene che la crescita dell’umanità ha portato a un’estrazione di risorse che la Terra non è più in grado di sostenere. Bisogna pensare a quale sarà il nostro cibo del futuro, un futuro sostenibile. 

“Stiamo minando la stabilità di tutto il pianeta con un accumulo di CO2, derivante da questa estrazione che è cresciuta in tempi rapidissimi, solo 300 anni. I sistemi alimentari sono fattori essenziali, perché contribuiscono alla biodiversità e influiscono sul cambiamento climatico”. 

Abbandonare le colture intensive

Secondo Volpato, se non si cambia in fretta paradigma, il numero di specie animali e vegetali diminuirà. Questo a causa del processo che vuole standardizzare la produzione a scapito della cultura agricola e della varietà del cibo come la conosciamo oggi.

“La foresta dell’Amazzonia, per esempio, viene tagliata per lasciare spazio a coltivazioni di soia geneticamente modificata.  

Una soia necessaria per alimentare animali da allevamento intensivo, a loro volta rivenduti a prezzi competitivi. In quest’ottica, se vogliamo fare la differenza, diventa importante porci domande come: cosa mangiamo? Come lo produciamo? Che effetti sociali provoca?” 

Date queste premesse, torniamo alla domanda: cosa troveremo in tavola nel 2050? In quali direzioni si orienterà la produzione di cibo da qui al prossimo futuro?

Alternative naturali 

Secondo Stuart Farrimond – medico, scrittore di scienze dell’alimentazione e conduttore radiofonico della BBC – il futuro della nutrizione vedrà due campi separati. Uno volto a soddisfare quelle persone che vorranno sempre di più cibo naturale, incontaminato, organico. Queste persone abbandoneranno l’industria della carne – a causa del suo impatto ad alta intensità di carbonio –  e potrebbero optare per l’alternativa economica alcune miscele in polvere ad alta percentuale proteica che hanno un minor impatto rispetto alla carne.

Alla base delle miscele ci sono gli insetti. “Sono sempre stati una risorsa importantissima, soprattutto ai tropici e all’Equatore – spiega Volpato -. Forniscono proteine e grassi a diverse popolazioni e per questo l’entomofagia viene considerata come un possibile sviluppo dell’alimentazione del futuro. Sicuramente ha grandi potenzialità, ma dubito che si vedranno sulle tavole occidentali, se non nella forma di farine o di ingredienti di barrette proteiche. In Italia si sta già sperimentando la farina di grilli, per esempio”.

Alternative sintetiche

L’altro campo in cui secondo Farrimond si svilupperà il futuro della nutrizione sarà l’esatto opposto.  Cibo personalizzato e progettato in laboratorio sulla base della genetica dei singoli individui. Il test sul DNA permetterà di formulare piani pasto ad personam, pillole di integratori avanzati, programmi alimentari ispirati al biohacking. 

Del resto, alcuni progetti di cibo sintetico sono già in stadio avanzato di sviluppo. Un esempio valido per tutti è quello dell’incubatore di startup in ambito alimentare che si trova in Israele, il Kitchen FoodTech Hub, in cui si trovano già 13 realtà visionarie, fra cui Yofix che produce yogurt senza latte; Zero Egg che fa le uova senza uova; Flying Spark che studia l’impiego delle proteine degli insetti nella nostra dieta. E in questo contesto si colloca anche Aleph Farms, che sta facendo parlare molto di sé perché sta portando avanti ricerche affinché la carne non provenga più da allevamenti di animali, bensì da colture in vitro di cellule animali. Si tratta del primo esperimento di questo genere: si differenzia dalle azioni finora condotte che invece hanno puntato a riprodurre sapore e consistenza della carne partendo da sostanze vegetali.

Cibo hi-tech

Come la Novameat, startup catalana fondata dall’italiano Giuseppe Scionti, impegnata a produrre bistecche usando stampanti 3D modificate che estrudono filamenti sottili di un mix vegetale, assemblati in modo da restituire un prodotto finale simile alla carne.

Secondo Volpato non si tratta di una tendenza efficace. 

“Non ho fiducia nelle soluzioni tecnologiche, non ritengo sia possibile nutrirsi con carne riprodotta sinteticamente o verdura coltivata in serie. Secondo me le soluzioni tecnologiche illudono, restituiscono la falsa idea che il problema ambientale si possa risolvere con dei trucchetti hi-tech.

A mio avviso, la soluzione è nella direzione del sistema pianeta: dobbiamo accettare l’idea che siamo parte di questo sistema e che non possiamo dominarlo. Dobbiamo produrre cibo nel rispetto della terra”.  

La sostenibilità come linea guida

Tim Griffin, consulente delle più recenti linee guida dietetiche statunitensi, è convinto che la sostenibilità diventerà il criterio che caratterizzerà ogni fase della produzione, dell’acquisto e della preparazione del cibo.

I consumatori di domani saranno decisamente consapevoli di ciò che metteranno nel loro piatto, con risposte esaurienti ed esaustive alle domande: “Cosa ho intenzione di mangiare per cena e che impatto avrà su X, Y e Z?”.

I consumatori, secondo Griffin, stanno affinando sempre più la loro consapevolezza e sempre più aumenta la loro influenza su ciò che accade al sistema alimentare, arrivando, nel futuro, a orientare anche le decisioni politiche. “L’attenzione a cosa si mangia e alla sua provenienza diventa uno strumento fondamentale, necessario per evitare anche quelle tendenze di consumo estreme che non tengono conto della sostenibilità a tutto tondo”, afferma Volpato, pensando ai casi della dieta vegetariana e vegana che, se condotta in modo non consapevole, procura danni al sistema pari della dieta onnivora. “Un avocado, per esempio, include nella sua storia di prodotto taglio di foreste, spostamento di contadini, consumi di acqua esagerati. Se è vero che gli allevamenti intensivi hanno conseguenze disastrose sull’ambiente, è altrettanto vero che se tutti rinunciassimo, in Italia, a carne e formaggio, causeremmo la scomparsa della transumanza e dell’alpeggio caratteristici di certi territori, perdendo patrimonio culturale e contribuendo alla modifica del paesaggio. Per questo è necessaria una rilocalizzazione, ovvero riportare prodotti che non ci sono più nei loro territori originali”. 

Biodiversità e flessibilità

Indipendentemente dalla visione ottimistica o meno sul futuro del nostro modo di alimentarci, rimane il dato di fatto che si rende necessaria una riorganizzazione del sistema. “A mio avviso due sono le vie che potranno aiutarci” dichiara Volpato: “una è continuare ad assicurare la biodiversità, perché consentirà di trovare specie capaci di sopravvivere nei nuovi microclimi che emergeranno. L’altra è la flessibilità della politica e della burocrazia, ovvero garantire la capacità di adattamento a un’organizzazione necessariamente nuova”.

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