Il metodo di studio

Esiste un metodo per far studiare i figli? Qualcosa stile Estivill, autore di “Fate la nanna”?
Marcella

Chissà cosa proporrebbe Eduard Estivill, autore di un controverso libro sul sonno dei bambini, per far studiare i figli? Magari di chiudere il genitore preoccupato in una stanza, impedirgli di uscire per controllare il figlio, lasciarlo a mangiarsi le unghie per cinque minuti, farlo attendere sempre più a lungo…  Scherzi a parte, ilmetodo” con la M maiuscola non esiste, né nello studio, né nel sonno, né in qualunque altro aspetto della relazione educativa. Un metodo è qualcosa che dovrebbe funzionare indipendentemente da chi lo usa; in alcune occasioni può rivelarsi efficace, ma l’imposizione acritica di una sequenza di azioni non è esente da rischi, perché impoverisce la relazione e limita la comprensione di cosa accade in sé e nelle altre persone.
Veniamo allo studio: la prima meta da raggiungere è sicuramente l’autonomia, che va proporzionata all’attività. Quando entra in gioco la scuola, molti genitori si lasciano sopraffare dalle aspettative. Ogni bambino, invece, ha un percorso di apprendimento tutto suo, personalissimo, nel quale entrano in gioco molti aspetti, per esempio l’autostima, le aspettative proprie e quelle percepite all’esterno. Più che proporre comportamenti corretti, nello studio è necessario suscitare e sostenere la motivazione. Poiché la motivazione non esiste in astratto e non è intercambiabile, va calibrata esattamente sulla personalità del figlio. Così, per insegnare a studiare non serve richiamarsi al dovere o alla nobildi star chini sui libri, men che meno serve l’esercizio del potere. La motivazione è un problema di educazione e, come in ogni atto educativo, bisogna accettare il rischio di fallire per poi riaggiustare il tiro avendo compreso aspetti nuovi dei figli. Da dove cominciare? Innanzitutto bisogna esplorare le difficoltà e le fatiche del proprio figlio:  talvolta i bambini alla prime esperienze di studio sono molto spaventati dalle aspettative; sovente si sentono paralizzati dall’ansia o dal confronto con fratelli “bravi a scuola”. In queste situazioni farsi raccontare l’esperienza emotiva è uno strumento efficace. Con i bambini attenti alla prestazione può essere utile concentrarsi sulle qualità e sulle competenze non scolastiche: l’autostima slegata dalla prestazione scolastica è fondamentale per affrontare la novità dello studio. Qualche volta la difficoltà è insita nello stare concentrati a lungo, oppure nell’incapacità di reggere la fatica e la frustrazione connesse ai tempi di assimilazione dei contenuti. Anche in questi casi è necessario rinforzare tali capacità al di fuori del contesto di studio.  Quello che può fare il genitore è, in poche parole, incoraggiare senza sostituirsi. Attenzione a non rubare l’ansia ai figli: capita spesso che il genitore si attivi così tanto nel leggere e studiare la lezione, che il figlio rimane passivo e non se ne preoccupa più. Alla fine non si sa chi deve studiare (“Questo weekend abbiamo tanti compiti?”) o chi teme di più l’interrogazione. E poi di chi sarà il voto?

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Giovani Genitori

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