In difesa, ovvero, dove si va a scuola di paternità?

da | 17 Dic, 2020 | Lifestyle, Persone, sassolino

Quando giochi in difesa impari ad affinare le tue priorità. Cos’è esattamente che devi proteggere e a quale costo?

Quanti anni sono stato a scuola? Come libero professionista alla soglia dei quaranta, avrò trascorso mediamente venti anni tra i banchi. Venti anni solo per la laurea, senza contare i master, gli esami di Stato, i concorsi, i corsi di aggiornamento e via dicendo.

All’ingresso di mio figlio nel sistema scolastico non poteva mancare la resa dei conti con tutti quegli anni.

Ho generalmente goduto della scuola nei suoi vari gradi. Il livello di godimento varia da un grado all’altro: gli anni degli elementari sono stati i più difficili, ma crescendo tutto è migliorato. La scuola superiore era la mia arena preferita. In venti anni di scuola non sono mai riuscito a rispondere alla domanda: “qual è la materia che ti piace di più?”. Mi piaceva tutto.

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Dopo circa quindici anni nel mondo del lavoro mi devo chiedere quanto di tutto ciò che mi ha dato la scuola è stato veramente utile e quanto superfluo. Ci insegnavano i rimasugli del passato? O ci mandavano a scuola soltanto per tenerci occupati? Qui – per non aprire un dibattito infinito – dirò l’unica cosa di cui sono sicuro. Di tutti quegli anni, corsi, manuali, POF, voti, lauree lunghe e brevi, classi e insegnanti, nulla mi ha preparato a essere un genitore. Un lavoratore sì, qualche volta. Un cittadino, forse. Ma la possibilità di diventare genitore non è contemplata nei programmi scolastici. L’unica ora di scuola utile per svolgere il mio ruolo di futuro padre e care-giver è stata “la mezz’ora di attesa del bus per tornare a casa”. 

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Il nostro scuolabus faceva due turni, il primo per quelli che abitano vicino e poi il nostro. Nell’attesa, nel piccolo cortile dietro l’edificio principale, giocavamo a pallone. La regole tacita era: chi è meno abile a gestire la palla sta in porta, chi è bravo sta in attacco, il resto in difesa. Io ero abbastanza abile, ma giocavo in difesa, perché mi piaceva di più. O così mi piace pensarla.

“In difesa” la maggior parte del tempo non hai la palla. Quello che cerchi di fare è impedire che i più abili ti scartino e segnino. Per mia sorpresa quell’ora di pallone in attesa dello scuolabus si è rivelato il momento più utile con mio figlio quando era neonato, quando ha iniziato a gattonare e poi quando ha imparato – a circa quattro anni – a sottostare alle regole (giuste o meno) degli adulti.

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Quando sei “in difesa” non devi pensare solo agli strani rimbalzi della palla. Il tuo compito è intuire come pensa di usarli il tuo avversario e anticiparlo con i gesti e col pensiero. Leggere i sottili movimenti del corpo, essere il più veloce a reagire. 

Lo stesso è accaduto quando mio figlio ha cominciato a camminare o a correre. Scansionavo l’ambiente per cogliere i possibili pericoli, decifravo le cose che lo potevano attirare ed ero sempre pronto a intervenire.

“In difesa” impari ad affinare le tue priorità. Cos’è esattamente che devi proteggere e a quale costo. La porta? Devi recuperare la palla o basta che si allontani dall’area di rigore? Devi bloccare il tiro o è sufficiente togliere visuale all’attaccante? Può passare senza palla o devi impiegare tutto il tuo fisico?

Lo stesso succedeva sia a casa che al parco. L’importante è che non cadi. O forse basta che tu cada sul morbido. Quale mano devo tenere libera per salvare il bicchiere di vetro dalla sua caduta? Quando servono tutte e due le mani libere per salvarti dal baratro?

Tutto questo deve avvenire, oltreché in tempi rapidissimi, nella misura e nella distanza giusta. “A quanti passi devo stare da te – che con i tuoi tre anni puoi fare la qualunque – affinché tu ti senta libero e allo stesso tempo io sia in grado di recuperarti quando decidi d’improvviso che vuoi scendere dal marciapiede?”. 

Erano questi i miei pensieri. Tenere un occhio sulla palla e un occhio sull’avversario e il resto degli occhi sui compagni e sulla porta. Tenere un occhio all’email, uno ai fornelli e gli altri su di te che giochi per terra.

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Ogni volta che riuscivo ad anticipare un incidente di mio figlio, che fosse una caduta grave o una collusione con un dondolo in movimento, sentivo addosso un eroismo da campione del mondo. Sono molto grato al sistema scolastico per tanti motivi, tuttavia, da padre, sono più grato ai ragazzi del primo turno dello scuolabus. Lo è anche mio figlio, perché quando hai un guardiano abile, ti permette più libertà.

All’uscita del primo giorno di scuola, ho fatto il test di ammissione al mio pargolo. Pallone, una porta e due avversari per vedere dove collocarlo sul campo. Disinteresse totale! Appena la palla gli si avvicina la prende sottobraccio e va via col vento. Assomiglia a un giocatore di rugby. Chissà che tipo di padre diventerà.

Leggi altre puntate de “Il sassolino nello stagno”, di Khaled Elsadat

 
 
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