Se la depressione colpisce il papà

Senso di inadeguatezza, smarrimento, ma anche rabbia e aggressività. È il volto sconosciuto del baby blues maschile, la depressione post partum che colpisce il 7% dei neopapà di fronte al primo figlio. Ne abbiamo parlato con Maria Caterina Cattaneo, psicologa e psicoterapeuta del consultorio Genitori Oggi attivo presso la Clinica Mangiagalli di Milano.

Dal 2007 l’equipe di psicologia perinatale “Mum in the gap”, attiva presso il consultorio dell’ospedale milanese, ha monitorato il fenomeno per rilevare l’incidenza del rischio depressivo post partum nelle donne e nei loro compagni. “Anche i papà possono soffrire di una sintomatologia ansioso-depressiva che spesso viene sottovalutata dalla comunità attorno alla coppia – dice la dottoressa Cattaneo -. Durante le gravidanza e nel post parto tutto sembra ruotare attorno alla donna e spesso non ci si accorge che il neopapà soffre di ansia, senso di inadeguatezza, baby blues o a volte di una sintomatologia depressiva vera e propria. Nella nostra ricerca svolta su 244 coppie al primo figlio, il 7% dei padri presenta sintomi depressivi nei primi trenta giorni di vita del neonato. Dopo due mesi la percentuale decresce, ma aumenta nuovamente ai sei mesi di vita del bambino, soprattutto se anche la neomamma soffre di sintomi depressivi”.

Le cause della depressione paterna

A differenza di quanto accade alle neomamme, per i papà non entrano in gioco fattori biologici quali gli sbalzi ormonali legati alla gravidanza, al parto e all’allattamento. E allora dove vanno rintracciate la cause del baby blues paterno? “Entrano in gioco aspetti socio-culturali ed economici, oltre a precedenti stati depressivi. Il dato clinico – sottolinea la dottoressa Cattaneo – ci rivela che i neopadri vengono ‘travolti’ dall’assunzione della nuova identità paterna. Subito dopo il parto l’uomo vive momenti di smarrimento: non sa come e dove posizionarsi davanti alla simbiosi madre-bambino e sente di non avere più un ruolo o un valore. In molti casi la depressione paterna comincia così: con la rabbia, con il senso di inadeguatezza, con la paura di essere dimenticato, con un senso d’inutilità. Il primo sintomo non è, come nella donna, la tristezza, ma proprio la rabbia, l’aggressività”.

E poi c’è l’esperienza del parto, che “costituisce uno dei più grandi fattori di rischio per la depressione post partum sia materna che paterna”, soprattutto lì dove è stato particolarmente complicato.

Dancing in the blues

Età, formazione culturale, professione sono elementi che incidono poco sul senso di inadeguatezza dei neopapà. Piuttosto, è il rapporto con la compagna e, prima ancora, con la famiglia d’origine a giocare una parte importante. “Il profilo di rischio – spiega la dottoressa – non è costituito da un dato anagrafico o sociale, ma da un dato relazionale: quando l’uomo diventa padre, si riattivano in lui le esperienze di figlio. Tornano a galla lo stile paterno ricevuto dal proprio genitore e l’attaccamento alla propria figura paterna. Incide molto anche la depressione post partum della compagna – aggiunge – tanto che la nostra equipe ama parlare di ‘dancing in the blues’, un passo a due sulle onde emotive del blues”.

Come intervenire

La prevenzione è la prima arma. “Gli uomini devono imparare dalle donne e prepararsi al parto, non solo attraverso i corsi preparto ma anche leggendo, informandosi e soprattutto, cosa che fanno fatica a fare, confrontandosi con altri uomini, amici e parenti che sono già padri”. Anche nonni, zii e amici possono essere di grande aiuto: “La famiglia allargata è molto importante, ma deve riuscire a trovare la giusta distanza dalla coppia di neogenitori: né troppo vicino, per non essere invasiva, né troppo lontano, per non essere anaffettiva e fredda. I parenti devono essere di supporto nelle cose pratiche, per esempio riempire il frigo, che può essere vuoto dopo il ritorno a casa dall’ospedale. Essere vicini affettivamente significa far capire che la famiglia allargata è lì, di supporto, di sostegno e di aiuto. Ma al bisogno”.

L’aiuto di un esperto

È importante capire quando è necessario l’aiuto di uno specialista. “Quando i sintomi ansiosi o la rabbia diventano incontenibili o, nell’uomo in particolare, vi sono delle somatizzazioni continue (mal di pancia o mal di testa) o ancora in presenza di un disturbo del sonno importante, al di là di naturali risvegli del neonato, è necessario ricorrere alla figura di uno psicologo perinatale o comunque chiedere aiuto a chi è vicino, la compagna, prima di tutto, e poi amici o parenti. È davvero importante non vergognarsi a chiedere aiuto se ci si sente in una situazione di sofferenza o malessere”.

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