La prima volta: ovvero, cosa ti passa per la testa mentre sei nel passeggino?

“Se è vero che nei primi tre anni di vita i neonati ripercorrono la storia evolutiva della specie, mio figlio in quel momento ripercorreva i cinquantamila anni precedenti”

La foto che vediamo qui sotto è l’opera d’arte più antica dei musei della Corona britannica, nonché una della più antiche sopravvissute alla storia dell’umanità. Una zanna di mammut elaborata delicatamente e minuziosamente dalle mani di una donna o di un uomo di circa tredicimila anni fa, durante l’ultima era glaciale. 

Swimming reindeer british museum

La zanna è stata rinvenuta lungo un corso d’acqua dell’attuale Francia e vi sono rappresentate due renne, la femmina davanti e il maschio dietro, mentre attraversano un fiume. L’artista, un lui o una lei cosiddetta primitiva, ha inciso con precisione i dettagli anatomici usando quattro tipi diversi di rocce taglienti. Notate i genitali, le mammelle, le costole e lo sterno. La dimensione estesa e pienamente sviluppata delle corna chiarisce che l’artista sedeva sulle sponde di un fiume, d’autunno, a osservare gli animali e l’ambiente. Ed è questo il punto che rende l’opera un caso emblematico nella storia – oserei dire – dell’universo.

Swimming reindeer

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Non ho avuto la fortuna di incontrare dal vivo la “Swimming Reindeer”, come è chiamata al British Museum, ma l’ho incontrata virtualmente qualche anno fa in un libro. Ricordo bene quel periodo. Mio figlio aveva circa sei mesi e stava compiendo il suo passaggio dal latte alla frutta e alla verdura leggera. 

Pensavo alla gioia e alla sorpresa di ogni essere umano quando scopre la sostanza delle patate o la dolcezza succulenta di una pesca. Ogni pasto era una scoperta per lui.

E per me.  Rivivo mentalmente la gioia di come divorò la sua prima banana. Esattamente come rivivo il terrore causato dalla stitichezza dei due giorni successivi.

Mi ricordo anche di quando si è liberato. Ma ciò che caratterizza di più quel periodo, per me, non è il sapore o l’odore. È un altro dei cinque sensi: la vista.

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Lo sguardo di mio figlio a sei mesi aveva acquisito una profondità e un’intensità inaspettata. Passava molto tempo in quiete a osservare l’ambiente, sia che fosse a casa, nel passeggino o seduto al parco. Molto più tempo di quanto ne aveva passato durante i primi mesi di vita o nei mesi a venire, quando avrebbe iniziato a gattonare.

Posso immaginare che stesse cercando non solo le informazioni necessarie alla sua sopravvivenza (garantita peraltro dall’adulto che spingeva il passeggino) ma anche un “nuovo senso” a tutti gli oggetti che popolavano il suo ambiente.

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Se è vero che nei primi tre anni di vita i neonati ripercorrono la storia evolutiva della specie, mio figlio in quel momento, secondo il mio intuito sommario, ripercorreva i cinquantamila anni precedenti al momento dell’immortalgalleggiamento delle nostre renne galleggianti. L’inizio dell’era in cui l’Homo sapiens, l’uomo pensante, cominciò a uscire della gabbia animale dell’autoassorbimento. Il momento in cui smise di essere unicamente se stesso, di percepire l’ambiente come semplice fonte di nutrimento, procreazione e minaccia. 

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Il nuovo animale – e qualsiasi bambino nei suoi primi sguardi – a un certo punto ha cercato di trovare un senso nuovo a quello che lo circondava, scrutando con lo sguardo gli esseri e le superfici, assorbendo più sfumature di colore possibile, applicando criteri di separazione e di unione, focalizzando continuità e contrasto, laddove nessun animale prima aveva visto alcunché di simile. 

Lì, in quel momento, il nuovo animale aveva creato con il suo sguardo la bellezza.

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Decine di migliaia di anni di questa osservazione, passiva e creativa al tempo stesso, hanno avuto un impatto inedito sulla mente e sul cervello del nuovo uomo, fino ad arrivare al momento della creazione del nostro capolavoro. Per la prima volta nella storia del Sistema Solare – e forse nell’universo intero – un essere vivente non si è limitato a osservare la bellezza, ma – voglio proprio stressare l’affermazione –  ha tentato di replicare la bellezza percepita. 

Qualcuno vede l’empatia nello sguardo dell’artista, il suo tentativo di essere le renne stesse. Di sicuro, con gli occhi sul fiume, tenendo fra le mani la zanna di mammut e le rocce affilate per l’incisione, la mente pensante è uscita fuori della gabbia del sé e del proprio egocentrismo.

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L’arcivescovo di Canterbury, nel suo commento a quest’opera, vide la genesi delle religioni. Nella spinta di quell’artista, quel lui o quella lei che incisero l’emigrazione delle renne, io vedo lo sguardo del mio bimbo di appena mezz’anno, la sua risposta geniale e creativa allo stress dell’ambiente, alle minacce costanti, alla pressione della sopravvivenza, alla preoccupazione per il futuro. Un risposta che ha dato al mondo un senso nuovo. Una risposta che, per nostra fortuna, è valida tutt’ora.

Leggi altre puntate de “Il sassolino nello stagno”, di Khaled Elsadat

 
 

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