La sculacciata? Rende aggressivi

L’Unicef sostiene che l’80% dei genitori sculacci i figli per educarli: ma quanto serve? Lo abbiamo chiesto a Ilaria Lesmo, dottoressa di ricerca in Antropologia della Contemporaneità, specializzata in antropologia medica, del corpo e della cura.

Sin dalla nascita dell’antropologia sono stati condotti studi sulle pratiche educative adottate in diversi contesti. È un tema evidentemente molto importante in un’ottica antropologica poiché le pratiche educative hanno a che fare con la società che si va a costruire: i messaggi e gli insegnamenti che passiamo ai bambini sono segni, metafore ed esempi di ciò a cui si da’ valore.

Un passo indietro: il concetto di infanzia

“I metodi educativi dipendono molto dall’idea che si ha dei bambini e dei rapporti con loro- spiega Ilaria Lesmo, che negli anni ha seguito diversi progetti di antropologia dell’infanzia presso l’ospedale Regina Margherita di Torino. Per quanto gli studi antropologici abbiano dimostrato che il concetto di “infanzia” sia diffuso nella maggior parte delle società umane, i contenuti associati a tale concetto variano moltissimo da luogo a luogo. L’idea di infanzia che abbiamo oggi in Europa, in particolare, è stata elaborata intorno nel XVII secolo. Da allora si è iniziata a destinare ai bambini una progettualità socio-culturale specifica. Li si è considerati esseri irrazionali, naturali, astorici e incompetenti, paragonandoli al modello di uomo “completo”: l’adulto razionale, socializzato e competente. L’educazione è stata allora considerata come un processo di plasmazione a senso unico: gli adulti “competenti” sono incaricati di plasmare i “piccoli” così da renderli uomini e donne adeguati. Oggi, tuttavia, questa visione è stata sottoposta a critica nella letteratura antropologica. I bambini sono individui “completi” in sé stessi e competenti rispetto al mondo che li circonda, compresi in particolare i rapporti di potere in cui sono iscritti. Essi sanno come e dove possono muoversi e adottano di conseguenza specifiche strategie di comportamento, sperimentandone di volta in volta di nuove”.

Aggressività da sculacciata

Uno studio pubblicato nel 2016 sul ‘Daily Mail’, condotto dai professori Elizabeth Gershoff dell’Università del Texas e Andrew Grogan-Kaylor dell’Università del Michigan analizzando diverse ricerche condotte negli ultimi 50 anni, prendendo in considerazione i casi di 160.000 bambini, aveva dimostrato che la sculacciata porta a comportamenti di sfida nei confronti dei genitori, anti sociali e aggressivi e che i bimbi picchiati frequentemente sono più inclini ad essere iperattivi e indisciplinati fuori casa, con ricadute negative sulla loro istruzione.

“Bisogna tenere conto che gran parte dell’apprendimento passa per l’”incorporazione” -continua l’antropologa- ossia una sorta di imitazione inconsapevole delle pratiche e dei modelli presenti in un certo ambiente. Va da sé che il bambino che viene sculacciato potrà più facilmente adottare atteggiamenti fisici e punitivi a sua volta. Comunicare attraverso la corporeità può essere più immediato, mi verrebbe da dire più “facile”, ma non educa il bambino alla comprensione di quanto sta accadendo, né lo prepara al dialogo. Tutt’al più (e neanche sempre) lo abitua al rispetto forzoso di certe regole, senza giustificare le regole stesse e senza facilitare in lui l’elaborazione di uno spirito critico”.

A volte scappa

Ci sono giorni in cui si è molto stanchi, in cui i bimbi sono particolarmente carichi e provocatori, in cui pare difficilissimo mettersi a tavolino a parlare e spiegare; allora la sculacciata scappa proprio. “Si, ci possono essere sculacciate più comprensibili di altre -ammette Lesmo. Quello del corpo è pur sempre un metodo comunicativo e può succedere che a volte il genitore perda la pazienza. I bimbi impareranno che anche questa è una conseguenza a cui possono andare incontro. Il genitore dovrebbe però essere ben consapevole di aver esercitato, in quel modo, il proprio potere e la propria forza dimostrandosi incapace di gestire altrimenti la sua relazione con il figlio, e potrebbe, a freddo, spiegare al bambino che cosa lo ha portato a reagire in quel modo”.

L’alternativa educativa

“Partendo dalla convinzione che il bambino è in grado di capire e riflettere -spiega ancora Ilaria Lesmo- stanno nascendo anche forme educative alternative a quelle normalmente in uso, che lavorano su una sorta di apprendimento reciproco. Si valorizzano gli stimoli che vengono dai bambini, soprattutto la loro dimensione creativa. Si cerca di non imporre regole dall’alto, ma piuttosto di decidere insieme ai bambini le regole da applicare nel contesto di interazione, ovviamente accompagnandoli nella riflessione e nella discussione. Ciò non significa lasciar decidere tutto ai bambini in una sorta di ribaltamento di ruoli. È piuttosto un lavoro di scambio e condivisione di visioni, significati, punti di vista. Gli adulti cercano di comprendere e valorizzare le proposte dei bambini, problematizzandole in base alla loro esperienza. In questo senso perde di senso anche parlare di castighi, la sculacciata in primis. È chiaro che di fronte all’adozione, da parte dei bambini, di un comportamento pericoloso si valuta il rischio: di fronte a un pericolo lieve si può anche scegliere di lasciare che essi si rendano conto da soli delle conseguenze, permettendo di apprendere dall’esperienza diretta anziché da regole o castighi imposti dall’alto. In caso di rischi grossi per la loro incolumità o per quella altrui, invece, si interviene spiegando i pericoli e le possibili conseguenze dei loro atteggiamenti. Si tratta, così, di favorire la comprensione e la considerazione del bambino come degno interlocutore, come portatore di significati, punti di vista, critiche e considerazioni valide ed utili per tutti. Tenendo conto di questi elementi, l’obiettivo vuole essere quello di creare una società di soggetti consapevoli, critici -eventualmente anche dissenzienti- più che di assoggettati, meccanicamente ubbidienti verso una serie di regole prescritte”.

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