L’arte si fa “Experience”, con le mostre che piacciono ai bambini

L’arte non lascia indifferenti. C’è quella che provoca turbamento e quella che incanta, quella contemplativa e quella interattiva. E c’è quella che coinvolge a 360 gradi, quella che immerge, quella che attira i sensi in un gioco di luci, suoni e immagini. Da qualche tempo, alle mostre di opere d’arte tradizionali si stanno affiancando le nuove mostre “experience”. Più che esposizioni, vere e proprie esperienze immersive e scenografiche, dove spesso ciò che manca è proprio l’opera d’arte.

“Van Gogh Alive – The Experience”, per esempio, racconta la vita dell’artista olandese nella Parigi degli impressionisti, ad Arles, Saint Rémy e Auvers-sur-Oise – i luoghi in cui creò i suoi capolavori – senza esporre neppure un quadro o un disegno, ma attraverso 3.000 immagini e quaranta proiettori, con la riproduzione di ben ottocento opere su tutti gli schermi e le superfici disponibili: pareti, colonne, pavimento, soffitto. Dopo aver fatto tappa in Australia, negli Stati Uniti, in Russia e in Italia (a Torino e a Firenze, per cominciare) l’esposizione multisensoriale itinerante, prodotta da Grande Exhibitions e Ninetynine, si ferma a Roma fino al 26 marzo, al Palazzo degli Esami a Trastevere (aperto per la prima volta al pubblico).

Firenze apre le porte alla scoperta della vita e delle opere dell’artista viennese Gustav Klimt con “Klimt Experience” all’auditorium della chiesa sconsacrata di Santo Stefano al Ponte, fino al 2 aprile. Settecento immagini ad alta risoluzione delle opere di Klimt, da quelle più note come il “Bacio”, “Giuditta” o “L’Albero della Vita”, a quelle meno conosciute, ci guidano nella vita dell’artista nella Vienna dei primi del Novecento ricostruita in 3D. Prodotta da Crossmedia Group, la tecnologia al servizio dell’arte diventa un attivatore di emozioni e di partecipazione attraverso trenta proiettori laser che trasmettono più di quaranta milioni di pixel sui megaschermi dell’allestimento, i tavoli interattivi touch screen e gli Oculus per “entrare”, letteralmente, con la realtà virtuale, nelle più celebri opere dell’artista.

A Bologna si vive la “Dalì Experience” a Palazzo Belloni, fino al 7 maggio. Più che un’immersione nelle opere fantasmagoriche, un viaggio plurispaziale e multidimensionale nell’immaginario di Dalì, curato da Loop e organizzato da con-fine Art. Si parte dall’esposizione di più di cento grafiche, bidimensionali, realizzate dall’artista catalano e tratte da dieci libri illustrati, per arrivare alla tridimensionalità di ventidue sculture museali e dieci opere in vetro (realizzate da Dalì alla fine degli anni ‘60 in collaborazione con la cristalleria Daum di Nancy); fino a raggiungere la quarta dimensione virtuale che vede alcune opere dialogare con installazioni interattive, come animazioni 3D, realtà aumentata e proiezioni immersive. L’invito è quello di sperimentare. Indossando gli appositi occhialini per vedere l’installazione con videoproiezione 3D stereoscopica o soffiando in un tubo per ammirarne gli effetti su un’opera. L’experience richiede un approccio attivo e partecipe, perché l’interazione con gli elementi multimediali è parte essenziale del percorso espositivo che continua anche oltre Palazzo Belloni. Prendete in mano la mappa della città per orientarvi e scovare le quattro sculture monumentali dell’artista, posizionate in punti strategici del centro storico, o cercate il Museo Ebraico dove, dal 14 marzo al 14 aprile si potrà vivere “A jewish experience” attraverso due suggestive serie grafiche “Moise et Monothéisme” e “Twelve tribes of Israel” che rivelano l’interesse di Dalì per il popolo e la terra d’Israele. Durante il tragitto, tenete il telefono a portata di mano per scattare foto, ma anche per osservare il paesaggio urbano con lo sguardo surreale di Dalì grazie all’app di realtà aumentata che vi consentirà di vedere l’orologio di Palazzo d’Accursio in piazza Maggiore trasformarsi, come per incanto, sotto i vostri occhi, in uno degli “orologi molli” di Dalì. E tutto questo, ovviamente, piace da matti ai bambini.

[Simona Savoldi]

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