Le mille bolle blu

Dici “bolle” e nella testa scatta subito il pensiero: “di sapone”. Perché? In primis perché ovunque c’è sapone ci sono bolle. Proprio la capacità di fare le bolle è quel che rende un sapone tale (niente bolle? Niente sapone!) e che fa sì che lo stesso faccia il suo dovere: permettere all’acqua di sciogliere i grassi. Senza andare troppo per il sottile, una bella lavata funziona così: l’acqua, per sua caratteristica fisica, non può legarsi con le molecole delle sostanze grasse. Le molecole dei tensioattivi contenute nei saponi (che ne sono la parte fondamentale) fanno da “ponte” tra acqua e grasso: sono in grado di legarsi con l’una con l’altra favorendo la “bagnabilità dei grassi”: insomma l’acqua diventa capace di portarseli via. Come effetto collaterale, l’acqua saponata fa le bolle. Tolto questo, cosa c’è dentro i saponi che troviamo in casa? Proviamo a leggere l’etichetta di un normale detersivo liquido per indumenti: il 5-15% è composto da tensioattivi “ionici e non ionici” (sono diverse formulazioni chimiche dei saponi). Un altro 5% è chiamato “sapone”: in questo caso si tratta del “sapone” per eccellenza, quello di Marsiglia, che le nostre nonne facevano in casa con il grasso del maiale e una soluzione di soda caustica in una bacinella smaltata. Il resto sono sostanze chimiche scritte in inglese: probabilmente chi commercializza il prodotto in Italia non si è preso la briga di tradurre la formulazione. Si tratta di sostanze come profumi (importantissimi nel marketing del prodotto, meno da un punto di vista di pura pulizia) oppure sostanze che aiutano i tensioattivi a fare il loro mestiere, per esempio penetrare meglio nelle fibre o disperdersi meglio, o ancora sostanze che agiscono sulla acidità o basicità dell’acqua. Cosa c’è invece nel detersivo per i piatti? Di nuovo troviamo il 5-15% di tensioattivi, questa volta anionici (è un’altra grande tipologia di molecola tensioattiva). Accanto a questo le solite molecole in percentuale minore al 5%. Vediamo un sapone liquido per le mani. Qui i componenti sono di più: per quanto siano delicate le nostre porcellane o le nostre guepière, le mani lo sono ancora di più e se si rovinano è più facile che ce ne accorgiamo. Anche i componenti sono scelti per un effetto “migliore”. Innanzi tutto troviamo aqua, che è ovviamente l’acqua, ma nelle formulazioni farmaceutiche/cosmetiche la si scrive in latino. Poi il sodium laureth sulfate, un tensioattivo usatissimo in cosmetica. Accanto a queste una serie di altri nomi, tra cui i più intriganti sono sodium chloride (si, è il sale da cucina), citric acid (…), alcune proteine (di grano, di riso, di avena) e castor oil (non è olio di castoro, ma di ricino). Alla fine della fiera, perché un sapone lavi, è importante che ci sia un tensioattivo e quelli ci sono sempre. Per cui, se siete alle strette, potete anche tranquillamente lavare i piatti con il sapone per le mani prevedendo di ottenere risultati discreti, oppure usare una goccia di sapone per i piatti per lavarvi le mani dopo aver impastato la pizza o riparato la bicicletta (a meno che le vostre mani non siano davvero delicate). Non mettete però il detersivo dei piatti in lavatrice: è più aggressivo di quello per i panni e potreste rovinare irrimediabilmente i vestiti.

[Ugo Finardi – Chimico, ricercatore CNR]

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