L’immancabile Biennale di Venezia, arte a misura di bambini

La Biennale di Venezia è un labirinto. E come in tutti i labirinti è bello perdersi, tra le sale d’armi dell’Arsenale e tra i Giardini a cercare le opere d’arte sparse nelle calli e nei campi della laguna.

Nella 57° Esposizione Internazionale d’Arte, in programma fino al 26 novembre, sono 120 gli artisti da scoprire, provenienti da 51 luoghi del mondo, 86 i padiglioni dei paesi partecipanti e 9 i capitoli che, come in un libro, si succedono in maniera fluida scandendo il percorso dall’Arsenale ai Giardini e oltre. Il titolo “Viva Arte Viva”, scelto dalla curatrice Christine Macel, è un’esclamazione e un invito a cercare le risposte a tanti interrogativi, perché sebbene l’arte non abbia cambiato il mondo, rimane comunque il luogo in cui poterlo reinventare.

Si parte così, nel Padiglione dello Spazio Comune all’Arsenale, dai cento cubi svuotati e colorati di “Zero to Infinity” di Rasheed Araeen che si possono liberamente spostare e ridistribuire nello spazio per configurare altre forme e inventare nuove architetture.

Nel Padiglione della Terra Michel Blazy ha dimostrato che l’arte è viva innestando la vita su ciò che è artificiale, facendo cioè crescere fiori e piante da scarpe da ginnastica usurate.

Nel Padiglione degli Sciamani toglietevi le scarpe e varcate la soglia della tenda sospesa di Ernesto Neto per suonare le percussioni ed entrare a contatto con i rituali degli indios Huni Kuin.

Nel Padiglione dei Colori, che conclude il viale centrale delle Corderie, Sheila Hicks ha creato un’immensa installazione in fibre colorate che sembra composta da tanti gomitoli di lana.

Nel Padiglione del Tempo e dell’Infinito lasciate scorrere le lancette dell’orologio e prendetevi il vostro tempo per osservare le figure in miniatura di Liliana Porter, che partono da un uomo con l’ascia per proseguire con una catena di disastrosi eventi (sparatorie, inseguimenti, vasi rotti) legati da causa ed effetto. Attraversate, poi, la cosmogonia di “Square” di Liu Jianhua ed entrate nel labirinto di acciaio e vetro di Alicja Kwade, dove nove sculture in diversi materiali (acciaio, pietra, legno) si specchiano, si ripetono e si trasformano l’una nell’altra creando un senso di disorientamento e mettendo in dubbio la percezione tra la realtà e il suo doppio. L’arte, insomma, è viva e con le opere si può interagire anche negli spazi dedicati ai paesi partecipanti.

Ai Giardini, nel padiglione degli Stati Uniti, l’enorme installazione di Mark Bradford che occupa la prima sala, costringe chi entra a camminare in uno spazio angusto, verso il perimetro della stanza.

“Folly” di Phyllida Barlow in Gran Bretagna, con le colossali sculture in materiale riciclato che arrivano fino al soffitto e dominano lo spazio, invita a trovare una via d’uscita all’interno del labirinto scultoreo.

L’installazione di Takahiro Iwasaki “Turned upside down, it’s a forest (Girata al contrario, è una foresta)” nel padiglione del Giappone, si può vedere con prospettive diverse dall’alto e dal basso, infilando la testa in un buco nel pavimento.

Con Gal Weinstein, in Israele, si penetra in uno scenario post-apocalittico con il pavimento ricoperto di muffe e, al piano superiore, una nuvola in fibra acrilica, bianca e soffice con bagliori dorati e annerita qua e là.

Il “mondo magico” è invece quello ricreato nel padiglione Italia: superato il tunnel-obitorio di Roberto Cuoghi e le proiezioni video di Adelita Husni-Bey, si raggiunge la foresta di tubi da ponteggio dell’installazione di Giorgio Andreotta Calò che accompagna il percorso ascensionale verso il piano superiore, dove le travi del soffitto si riflettono in uno specchio d’acqua generando una visione vertiginosa e straniante.

L’acqua è una sostanza dalle proprietà misteriose e mutevoli che diventa materiale riflettente in Calò ed elemento da cui emergono le monumentali mani di Lorenzo Quinn che sostengono simbolicamente il palazzo di Ca’ Sagredo, di fronte al mercato di Rialto, fuori dalla Biennale.

E proprio dall’acqua sembrano appena uscite le “Nuotatrici” di Carole Feuerman ai Giardini della Marinaressa: sculture in resina che riproducono fedelmente la realtà, in ogni minimo dettaglio.

Sulla riva del Canal Grande, a Campo San Vio, svetta la Golden Tower di James Lee Byars: un obelisco, alto più di venti metri, completamente ricoperto da 35.500 foglie d’oro a 24 carati.

All’Istituto Santa Maria della Pietà, che ospita il Padiglione della Mongolia, è schierato l’esercito di strane creature in bronzo di Chimeddorj Shagdarjav con le gambe d’uccello e la testa a forma di canna di fucile.

L’arte, in questo caso, è denuncia, ma diventa anche gioco, come dimostra la mostra a Palazzo Bollani del precursore dell’arte concettuale Ryszard Winiarski. Le sue opere non sono quadri, ma “aree” in cui affrontare problemi di matematica e statistica e la sua mostra non è un’esposizione, ma una sala da giochi dove accanto alle opere d’arte si trovano giochi di sorte e di strategia per due o più persone in cui perdersi, una partita dopo l’altra.

 

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