Lo zen, una separazione, i giocattoli

Utilizzare pezzi di scarto e dar loro nuova vita era come prendere i pezzi della mia vita infranta e dar loro nuova forma” dice Luca, papà di Emma, che per superare il dolore della separazione si è messo a costruire bellissimi giocattoli. Dalla sua esperienza di papà costruttore sono nati un ebook, un blog e una serie di laboratori creativi in cui genitori e bambini si siedono vicini e creano insieme giocattoli combinando manualità e fantasia con materiali di riciclo.

Un papà separato
Tutto ha inizio come da copione di favola bella: Luca e la sua ex moglie si conoscono nel 2004 sul lavoro, si innamorano e nel 2007 si sposano. Nel 2009 nasce Emma, la loro bambina. Ma non era destino che i protagonisti di questa favola vivessero per sempre insieme felici e contenti. L’arrivo della bambina, come spesso succede, invece di unire i genitori, mette in luce i disaccordi latenti.

Nel 2009 ho perso il lavoro – racconta Luca – il che ha attivato dei prodromi depressivi. Le cose hanno iniziato ad andare male anche in famiglia: schiacciati in una routine che non ci dava più gioia, la mia ex moglie e io abbiamo smesso di comunicare. Non solo non parlavamo più, non litigavamo nemmeno. Lei si dedicava completamente alla bambina e a me andava bene così, dato che avevo da cercare un lavoro, ma stavo scivolando nella depressione. La situazione è andata progressivamente peggiorando sino a che siamo arrivati alla completa incomunicabilità. Non è stato facile capire – e ammettere – che era finita. Abbiamo cercato di gestire la separazione in modo razionale, consapevoli che il terreno era minato: eravamo d’accordo che la bambina era la cosa più importante e che la sua serenità doveva passare davanti a tutto. Era il 2011, abbiamo scelto la separazione consensuale con affido congiunto, ma, per risparmiarle dei traumi, Emma, che non aveva ancora 2 anni ed era molto mamma-centrica è rimasta a dormire con la mamma: passava tre giorni la settimana con me ma ogni sera tornava a dormire a casa. Solo dopo i 3 anni ha cominciato a dormire a casa mia. Durante le feste e le vacanze sta un po’ con la mamma e un po’ con me, seguendo più una logica di buon senso che di stretto calcolo di ore e giorni”.

Il periodo che segue alla separazione è molto duro: “Sono andato a vivere in una nuova casa e ho iniziato a fare i conti con quel che significa una separazione. Avevo problemi psicologici, che cercavo ottusamente di ignorare, per non affrontarli, ma anche economici – racconta Luca – . Un anno difficile, di cui conservo ricordi confusi: il trauma di trovarmi solo ha provocato dubbi e sofferenze che mi hanno ridotto in frantumi, ma che non erano dovuti alla fine del matrimonio. Utilizzavo tutte le mie energie a racimolare soldi per pagare le spese, trovare il tempo per mia figlia ed escogitare strategie per evitare di affrontare il mio malessere. Finché, a un certo punto, non è stato più possibile evitarlo, e mi sono deciso a chiedere aiuto. Gesto sempre difficile, perché significa ammettere davanti a se stessi di stare male e di non farcela più. Ma anche primo passo verso la guarigione e una nuova consapevolezza”.

L’elaborazione della sofferenza
“Noi papà italiani ci mettiamo spesso un passo indietro rispetto alle mamme, in qualche modo ci sentiamo figure genitoriali di secondo piano. E così anche la figura del papà separato è sempre un po’ a perdere. Nel nostro paese non esiste una cultura della separazione, e questo rende tutto più difficile. C’è un trauma culturale da affrontare, oltre quello emotivo, che riguarda l’aver infranto le aspettative sociali tipiche della tua comunità e l’aver fallito nel mantenere solida quella che è considerata la prima e più importante istituzione. Anche se non ero mai stato un particolare sostenitore della famiglia mi sono trovato investito di un fallimento che non avevo nemmeno preso in considerazione. Percepivo un velato biasimo negli occhi degli altri, quasi ‘pena’ per qualcuno che non ce l’ha fatta. Ho impiegato del tempo a capire cosa significasse quello sguardo: ma può anche darsi che questa sensazione un po’ paranoica non fosse che uno dei sintomi della depressione. Un altro grande tabù contro il quale mi sono scontrato: in Italia manca una cultura della sofferenza, si tende a consolarsi nelle distrazioni invece di mettersi all’ascolto di quel che la sofferenza ha da dire. Che invece è molto importante, perché spesso è quanto più di vero puoi ascoltare: a patto di non restarne invischiati, trasformando il dolore in una ragione di vita. Per questo è importante chiedere aiuto, ma la crisi è un momento fondamentale che porta a un cambiamento, bisogna saperlo cogliere. È difficile, perché è profondamente doloroso, e istintivamente noi ci teniamo lontani dal dolore. Io, per esempio, mi sono reso conto che non sarei diventato il padre consapevole che sono ora se non mi fossi separato”.

Come ha vissuto la separazione la bambina? “Emma non ha memoria di noi insieme come famiglia, che è un po’ un peccato, ma anche un bene per lei, che è sempre stata serena. I primi problemi ci sono stati quando la mia ex moglie – che nel frattempo aveva iniziato a convivere con un nuovo compagno – è rimasta incinta e ha avuto un bambino. Emma per qualche mese ha voluto stare solo con la mamma e non voleva più venire da me: è attaccatissima alla mamma e forse aveva paura che il fratellino prendesse il suo posto, non voleva lasciarlo solo con lei. Ora però è di nuovo serena. La condizione di padre separato comporta una certa fatica per gestire la situazione. Ho la sfortuna di non vivere la completa quotidianità con Emma, però ho la fortuna di potermi organizzare per dedicarmi completamente a lei quando è con me. Nei primi tempi avevo sempre l’impressione di doverla conquistare, ma ora non è più così. Emma è con me il mercoledì, il venerdì e un weekend su due: andiamo al cinema, leggiamo insieme, vediamo cugini e amichette, la porto a visitare musei e parchi, ma è anche bello starcene a casa insieme, senza far nulla di particolare. Da tre anni anche io ho una nuova compagna con cui la bimba ha un ottimo rapporto. Ora aspettiamo un bambino ed Emma vive con serenità la formazione di questa nuova famiglia”.

La costruzione dei giocattoli
Dopo la separazione desideravo che anche in casa mia la cameretta della bimba fosse bella e accogliente, come a casa di sua mamma, ma non avevo molti soldi per comprarle tutti i giocattoli che avrei voluto e così ho iniziato a costruirli io a partire da materiali che avevo in casa. I primi tentativi non sono venuti benissimo, ma per fortuna il senso estetico dei bambini piccoli non è così raffinato: Emma era contenta e mi chiedeva lei stessa di costruirle nuovi giochi, per lei sono diventato una specie di mago.

Scoprire la creatività manuale è stato un passaggio fondamentale per riconquistare l’amor proprio perduto: costruire con le mani ha una forte valenza terapeutica, ti fa stare ben fermo sul momento, con il corpo e soprattutto con la mente. Il punto di partenza nella costruzione di un giocattolo sta nel vedere quel che normalmente non si vede in un oggetto della quotidianità: una bottiglia di plastica è un razzo, lo scafo di un aereo, ma anche una torre e perfino un braccio robotico; i tappi di sughero possono diventare praticamente tutto quello che ti viene in mente. Io avevo pochi soldi, quindi mi spremevo le meningi per usare al meglio quello che avevo in casa. E anche ora che potrei andare dal ferramenta e prendere tutto quel che mi manca, utilizzare solo quello che ho a disposizione sul momento è una regola ferrea. Ho notato che imparare a cavarsela solo con le risorse che hai a disposizione aiuta a sviluppare il cosiddetto pensiero laterale, ad affrontare gli ostacoli immaginando soluzioni alternative. Questo vale per la vita in generale ed è un addestramento che fa bene a tutti, grandi e piccoli, e che comporta anche una riflessione sull’aspetto economico ed etico del riciclo.

Dopo mesi di costruzioni di giocattoli e ricostruzioni esistenziali, ho pensato che la mia esperienza potesse essere interessante e utile anche ad altri, così ho iniziato a scrivere un ebook. Si intitola: ‘Papà mi fai un castello? Costruisci giocattoli con quello che hai in casa e rimettiti in piedi dopo una separazione’. In ogni capitolo abbino la costruzione di un giocattolo a un racconto legato alla separazione e alla sofferenza che questa comporta: ne parlo con ironia e leggerezza, senza però sottovalutare la questione. L’ironia è in fondo la misura della distanza dal malessere, del suo superamento.

Dopo l’ebook è venuto un blog – (http://papamifaiuncastello.com) – in cui posto i nuovi progetti e le istruzioni per farli, rivolgendomi ai padri in generale ed esortandoli a diventare genitori di serie A: non è necessario il trauma della separazione per vivere pienamente il rapporto con i propri figli. Incoraggio i papà a spezzare la simbiosi bambino-mamma spingendo entrambi verso l’autonomia”.

Da qualche tempo Luca ha iniziato anche a condurre laboratori di costruzione di giocattoli. “Costruiamo giocattoli veri e funzionanti, non lavoretti che finiscono sullo scaffale. È un’attività da fare insieme, genitori e bambini, per ottenere il meglio dalla fantasia dei bambini e dalla manualità di mamme e papà, a prescindere dal risultato finale, che però, se il momento della costruzione è stato divertente e coinvolgente, risulta sempre bello.

Il mio ultimo progetto è un nuovo libro, dedicato ai bambini e ai grandi che, come me, non hanno perso la voglia di giocare. Si tratta della Guida Galattica alla Costruzione di Giocattoli (ad uso dei Terrestri) e contiene istruzioni per costruire giocattoli accompagnate dalla storia del loro ideatore e dalle vicende della Società Galattica dei Costruttori di Giocattoli”.

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