Mamma e neonato: amore a prima vista?

Cosa fare quando con il proprio bambino non scatta subito la scintilla? E perché succede?

Il colpo di fulmine. L’amore, incondizionato, al primo sguardo.  L’idea che non possa essere altrimenti l’incontro con il figlio con cui si è condiviso il proprio corpo per nove lunghi mesi. Quel bimbo tanto cercato, desiderato, sognato. E se amore a prima vista non è? Le mamme lo raccontano poco, perché non facile ammetterlo, ma l’avvio del rapporto con il proprio bambino è tutt’altro che scontato. “Aspettavo l’apertura dell’universo, luci paradisiache, violini e piogge di petali di rosa. Aspettavo di sentire il mio cuore spaccarsi a metà per l’emozione. Invece quel che ho provato è stato uno spaventoso vuoto” spiega Giorgia, 36 anni, raccontando della nascita del suo primo figlio, Alessio.  “Eppure – dice – ho avuto una gravidanza gioiosa, consapevole, desiderata”.  Storia diversa ma stesso risultato per Simona, 32 anni, mamma di due gemelli, Lorenzo e Tommaso. Nove mesi di gestazione difficili: “Il parto l’ho visto come una liberazione dallo star male. Ricordo che all’inizio nemmeno ho voluto vedere i miei bambini e comunque non mi sentivo al settimo cielo. Anzi – racconta – li guardavo e pensavo ‘Cosa dovrei provare? Io non sento niente’”. Una sensazione molto più frequente di quanto si creda. Ma quali sono le cause?

Mamme si diventa

“Alla base può esserci la fatica a riconoscere la complessità di un momento di grande cambiamento come è la nascita di un bambino”, spiega Giovanna Gorla, psicologa e psicoterapeuta dello studio Metastudio 95 di Milano, che si occupa di età evolutiva e psicoterapia sistemica. “Spesso, i genitori che incontro hanno l’idea che sia la nascita di per sé a farci diventare genitori e, se è così dal punto di vista strettamente biologico, dal punto di vista dell’esperienza bisogna invece darsi tempo per conoscersi. E accettare l’idea che le cose possano andare anche molto diversamente da come ci aspettavamo”. Come è stato per Claudia, 45 anni, mamma di Andrea, tanto desiderato e arrivato dopo 10 anni di tentativi e una gravidanza complessa. “Avevo scelto il parto naturale, skin to skin, rooming in. Invece ho dovuto fare il cesareo, a cui è seguita la terapia intensiva per 10 giorni e nessun contatto fisico. Ho visto Andrea solo durante il cesareo, per pochi secondi, e poi per una settimana solo attraverso un vetro. Quando finalmente l’ho avuto in braccio, 15 giorni dopo, lui non riconosceva il mio odore”.  L’immagine idealizzata della nascita, dunque, come “qualcosa che andrà per forza bene – sottolinea la psicologa – spesso si scontra con le difficoltà concrete di accudimento dei primi tempi e porta inevitabilmente le mamme a non sentirsi all’altezza”.  Da questo punto di vista, è fondamentale il momento del parto: “Se la mamma non è messa nella condizione di viverlo come vorrebbe, con un coinvolgimento diretto e attivo, si parte subito con una sensazione di inadeguatezza che la fatica e la stanchezza del puerperio non possono che rafforzare ulteriormente”.

Toccarsi per conoscersi

È stato così per Eleonora, 32 anni, mamma di Leonardo: “Ho iniziato a sentirmi inadeguata. Non riuscivo a cambiarlo, perché anche solo stare in piedi era una fatica estrema, perché piangeva così spesso. E io che sono sempre stata attiva, che avevo passato 9 mesi a sentirmi Wonder Woman ora ero allettata e con un bimbo che non era mai contento”.  Poi, l’intuizione, “Che la nostra fosse una strada fatta di contatto e cura”. Come per Claudia:  “Cosa ci ha davvero aiutato? – riflette – Annusare Andrea, annusarmelo tutto, in braccio, nel marsupio, sul fasciatoio. E lui fa lo stesso con me”.  Non è un caso che il percorso di conoscenza tra mamma e bambino passi molto spesso da pratiche di accudimento basate sul contatto fisico. “Proprio nel contatto – spiega la psicologa – si riscopre un codice di comunicazione che mamma e bimbo già conoscono dalla gravidanza
e che permette loro di riconoscersi”. Il babywearing, per esempio, rappresenta la “salvezza” per molte neomamme: “Portare Alessio addosso è il modo che ho trovato per non sentirmi scissa e placare il mio grandissimo senso di colpa. Avevo bisogno di stare con lui, potendomi ‘dimenticare’ di lui”, dice Giorgia, che oggi è impegnata a diffondere proprio la cultura del portare come istruttrice con la sua associazione Rolling Mamas.

E il papà?

“Nella complessità dell’evento della nascita c’è sicuramente il ruolo del papà, del suo posizionamento rispetto alla donna, come mamma e come compagna, e nel rapporto con il bambino. Nei primi tempi – afferma Giovanna Gorla – il sostegno può venire dal prendersi cura della mamma, anche con piccoli gesti, che rappresentano il riconoscimento della fatica e del cambiamento che sta vivendo la donna, per poi trovare insieme lo spazio e il nuovo equilibrio a tre”.  L’accudimento della mamma nel puerperio, l’aiuto nelle faccende pratiche sono il supporto migliore che può venire anche da altre persone. “A lei – dice la psicologa – sta la possibilità di farsi aiutare, riconoscere la propria umanissima fatica in quel particolare momento”. Ancora una volta, una lotta contro l’aspettativa comune che “vorrebbe le mamme già pronte da subito a essere tali, a fare e a saper fare tutto solo per il fatto di aver partorito”.

Più figli, tante storie

E non sempre esserci già passati aiuta: non è detto che la nascita del secondoglio sia per forza più semplice. Come racconta Sara, mamma di Ada e poi di Carlo. “Con lei tutto semplice, naturale, quasi spontaneo. Con lui pensavo: ‘Ok,sono preparata’. E, invece, complice un parto difficile, è stata tutta un’altra storia, fatta di un ritrovarsi successivo, ancora una volta, grazie al contatto e all’allattamento”. “Ogni bambino è diverso – ricorda la psicologa –. Quando nasce un secondo figlio dobbiamo imparare a fare spazio a quel bambino, che ha già caratteristiche proprie, e alla relazione con noi, che siamo diversi da quelli di prima”. 

Consigli utili

“La cosa più importante – conclude Giovanna Gorla – è lasciare il tempo necessario a sé e al proprio bambino, per conoscersi e per elaborare l’esperienza del parto. Può essere utile individuare già durante la gravidanza persone e contesti, anche professionali, ai quali rivolgersi per chiedere un supporto dopo la nascita. E ancora, sperimentare con il proprio bimbo esperienze di contatto, come il massaggio infantile e il portare in fascia. Infine, uscire dall’isolamento frequentando altre mamme in contesti protetti e gestiti come i consultori, per condividere le proprie esperienze e sentirsi meno sole e isolate. Se impariamo ad assumere l’idea che la genitorialità, sin dall’inizio, sia un ‘lavoro in corso’ anche la fatica e le aspettative mancate assumono un significato diverso”. In fondo, a pensarci bene, è proprio così che funziona l’amore, per costruzione: “Non è stato un colpo di fulmine e talvolta mi dispiace per i mesi che ho ‘perso’ con Alessio – sorride Giorgia – ma l’amore è come la Pasqua: quando arriva, arriva!”.

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