Mamme italiane nel mondo: il sogno americano di una famiglia expat

Stella Colonna, ideatrice di Mamme italiane nel mondo e parte del gruppo di mamme expat,  racconta bellezza e difficoltà di un’esperienza di vita in famiglia negli Stati Uniti e del ritorno in Italia

“Mamme italiane nel mondo” raccoglie 19 storie vere di mamme expat che hanno lasciato la loro terra, la famiglia e le certezze.  Un libro che apre la finestra su una nuova generazione di genitori dubbiosa ma positiva, alla ricerca di opportunità fuori dal proprio paese di origine. 

Le protagoniste di “Mamme italiane nel mondo” sono donne con una valigia in mano e i figli nell’altra. Viaggiano e sperimentano, scoprono e crescono.  Si raccontano con energia e positività, senza nascondere i mille dubbi che possono venire ad una mamma che decide di espatriare.

La storia di Stella, mamma expat e curatrice del libro

Stella è l’ideatrice del libro “Mamme italiane nel mondo” e il suo è un sogno americano in chiave moderna. Dopo un’esperienza negli USA attualmente vive in Italia, ma si sente sempre legata alla condizione di mamma expat. “Siamo rientrati in Italia dopo aver vissuto il sogno americano” racconta “Ma la nostra non è una meta definitiva. Non sappiamo se dovremmo ripartire. L’azienda americana di mio marito – Remida Properties – è nata nel 2011 e si occupa di Real Estate. 

Fin quando le case da gestire erano poche si facevano pochi viaggi l’anno ma nel 2016, anno in cui siamo partiti, era davvero necessario che lui stesse sul posto. Era arrivato il momento di fare le valigie, senza se e senza ma. Un anno duro ma ricco: speranza, sogni, difficoltà, emozioni, lavoro e nuove opportunità. Alla fine abbiamo deciso di rientrare in Italia perché abbiamo trovato dei buoni collaboratori sul posto e la nostra presenza fisica tutti i giorni non era più indispensabile. Molte operazioni del suo lavoro infatti, incluso l’acquisto degli immobili, sono possibile online. Mio marito continua a viaggiare una volta al mese almeno, con l’obiettivo di rendere tutto il più automatico possibile. Per il futuro vedremo”.

Vivere in Florida: le family homes 

Se pensiamo alla Florida, il pensiero corre subito a Miami. Ma Stella ci racconta invece di un paesaggio ” a piano unico”, con le case dei Simpson. 

“Tutti pensano subito a Miami: grattacieli, vie modaiole, caos e locali notturni. Noi invece ci siamo stabiliti a Tampa: luogo di pensionati e famiglie. Potrebbe sembrare un luogo noioso, eppure quando hai dei bambini piccoli non potresti chiedere di meglio. Le single family homes che sono il sogno italiano, lì sono la normalità. Io personalmente preferisco i condomini, per cui noi abbiamo vissuto in un residence. Ma ogni giorno avevamo l’occasione di visitare tantissime single family homes grazie al lavoro di mio marito. Ho avuto la fortuna di avere a che fare sempre con case nuove e accuratamente rifinite: mi occupavo di home staging di case di ogni tipologia e calore (dai 100 mila dollari fino a un milione di dollari). La particolarità di queste case di uso comune è la versatilità, e la facilità di modifiche interne: mura di cartongesso, porte leggerissime, moquette quasi in ogni stanza (esclusa cucina e bagno). Armadi a muro grandi come stanze, che ho scoperto essere comodissimi per vestiti, oggetti, scarpe, ma anche per nascondere lavatrice e asciugatrice. A casa nostra per esempio non ho comprato nemmeno un armadio o un mobiletto”. 

Tra novità e nostalgia

Una mamma expat che cambia continente significa tante cose: fare i conti con moquette ovunque, bidet non pervenuti, zanzariere a prova di Tarzan… C’è molta ironia nel tuo racconto, quanto pensi ti sia servita per superare i primi periodi?

“L’ironia è il sale della vita. Diciamo pure che è facile vederla divertente quando poi torni in patria, immersa nei tuoi affetti, sei a casa tua e tutto va come vorresti. La moquette l’ho adorata e odiata. La adoravo quando giocavamo tutti per terra e rotolarsi in un mega-tappeto caldo e comodo era davvero divertente. La odiavo quando la dovevo pulire: 3 ore passata a fare avanti e indietro con la lavasciuga pesantissima, almeno ogni 3 giorni. Una noia infinita. La vera difficoltà comunque non sono i primi periodi perché all’inizio il “nuovo” ti attrae, ti incuriosisce. Poi smette di elettrizzarti e allora ti ritrovi a fare i conti con la nostalgia, la quotidianità (che non è esattamente quella che vorresti) e la mancanza della tua terra (odori, sapori, calore umano, cibo, caffè, tutto). Ecco in quei momenti non ti viene proprio da ridere. Ho trovato conforto nelle mamme italiane che scrivevano su Facebook. Loro mi facevano sentire meno sola. Ma il vero problema è emerso poco prima di tornare in Italia. Ero felice di tornare, ma a quel punto, dopo aver costruito una vita lì, non volevo più lasciarla. Il viaggio, tra due voli, uno scalo, tempo per raggiungere aeroporto e casa è durato circa 20 ore. Ho pianto quasi tutto il tempo”

Dal punto di vista dei bambini

E per i bambini e il loro inserimento a scuola?

“La scuola di Gabriel, complice una lingua che lui non conosceva, ha avuto un inizio davvero in salita, ma per fortuna con il tempo tutto si é risolto e abbiamo raggiunto una bella integrazione”.  

Hai consigli per chi può ritrovarsi nella stessa situazione?

“Sì, uno importantissimo: se sapete che vi state trasferendo in una determinata città, fate in modo che vostro figlio arrivi con una base di lingua straniera. Sarebbe stato tutto più facile se Gabriel avesse imparato l’inglese prima. Quando era piccolo io ci ho provato e a casa gli parlavo solo inglese, nel mio piccolo. Speravo che imparasse almeno le frasi semplici. Ma a 3 anni Gabriel era indietro con il linguaggio, per cui ci siamo concentrati su una sola lingua. Poi abbiamo iniziato un percorso di logoterapia, terminato quando siamo partiti (e non perché fosse finito). Arrivare lì e non sapere una parola di inglese è stata dura. Ricordo bene le scene di lui convinto di doversi proteggere da tutto e tutti. Anche un semplice coetaneo che gli diceva con convinzione ‘Do you wanna play with me?’ magari serio, bastava per fargli venire gli occhi pieni di lacrime chiedendomi ‘mamma ma che vuole da me?’. È stata dura. Per lui e per me, che come mamma expat quando vedevo queste scene tornavo a casa a flagellarmi con il mantra ‘sono una pessima madre’ ripetuto all’infinito. Però ecco, c’è stato un happy ending: vedere mio figlio parlare inglese con i suoi amichetti, tenendo banco”.

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Tornare a casa

Nel libro racconti del tuo sentirti Alice alla ricerca del Bianconiglio. Puoi spiegarci questa sensazione?

“È quella sensazione di rincorrere qualcosa che in realtà non esiste. L’inseguire ostinatamente quello che si crede possa essere la svolta della nostra vita, la risposta ai nostri problemi. Alice trova nel suo paese delle meraviglie tutto quello che desiderava, ma poi si rende conto che non è davvero quello che voleva, che quel mondo strano e assurdo poteva essere divertente e curioso per un po’, ma non per sempre. L’America è così lontana e così pubblicizzata nel nostro paese che sembra la meta più ambita da chi vuole realizzare i propri sogni. Che ci siano grandi opportunità lavorative è vero, e l’azienda di mio marito ne è una prova. Ma io non ho trovato quello che cercavo. Mi sono meravigliata di tutto ciò che ho visto, sono stata felice e orgogliosa di questa esperienza, ma non nego che la parte più bella, per me, è stata tornare a casa. Proprio come Alice, che correndo correndo, alla fine, si ritrova di nuovo nel luogo che aveva criticato tanto e che alla fine, dopo l’esperienza avuta, le sembra il più bello del mondo. Quest’anno americano è servito anche per apprezzare di più al rientro la socialità degli italiani: l’educazione, il valore delle parole, dei profumi. A Tampa io ricordo davvero pochi odori, a parte la colla della moquette e l’aria viziata dei condizionatori. L’odore dell’Italia è impagabile: pomodori, basilico, panni puliti, caffè, pane sfornato, pizza, fieno, erba tagliata, fiori, gelsomino… ogni mese dell’anno l’Italia si colora e profuma di qualcosa di speciale”

Sentirsi cittadini del mondo

Ma per i vostri bambini, dov’è la propria casa?

“I nostri figli hanno imparato a lasciare le loro case. La nostra casa siamo noi, con le nostre cose. Le mura hanno un valore relativo. Io e mio marito abbiamo traslocato 7 volte in 8 anni e Gabriel è abituato a questi cambiamenti. Spesso mi chiede quando cambieremo l’attuale casa, perché in questa ci siamo da 4 anni ormai.

Credo che se attualmente dovessero scegliere, preferirebbero l’Italia per vivere – per stare vicino a nonni e zii – e tutto il mondo per viaggiare, in continuazione.

Sono dei viaggiatori nati. Alison e Gabriel vivrebbero in albergo.  In futuro mi piacerebbe restare più possibile in Italia, per permettere ai bambini di godere la vicinanza dei loro parenti finché piccoli. Quando saranno adolescenti non avranno desiderio di passare il week end dalla nonna a fare le fettuccine tirate a mano, come accade ora. Inoltre ho molta fiducia nell’istruzione italiana ma poca nelle sue opportunità lavorative attuali. Credo fermamente che il mondo dovrebbe essere un posto dove poter vivere e contribuire in modo costruttivo a prescindere dal paese di nascita, e spero che i miei figli lo vivano più possibile. Magari quando loro saranno adulti sarò io a seguirli, chissà”. 

mamme expat

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