Nati con la placenta

“Tutte le nascite sono gemellari. Nessuno viene al mondo senza accompagnatore o scorta”. A dirlo è Peter Sloterdijk, filosofo tedesco, quando racconta il rapporto simbiotico tra feto e placenta. Entrambi nascono dalla stessa cellula e condividono la vita per i nove mesi di gravidanza. La placenta consente al piccolo di sopravvivere mano a mano che gli organi prendono forma e, proprio per questo suo ruolo unico, in tantissime culture è venerata e considerata “la sorella” dei neonati. La nuova attenzione al parto e alle medicine dolci rivaluta il valore della placenta. Molti genitori non vogliono che sia trattata come un rifiuto e chiedono di conservarla dopo il parto. e sono diverse le pratiche che i “nati con la placenta” possono scegliere.

Il Lotus Birth
Il modo più dolce di entrare nella vita rifiuta il taglio del cordone ombelicale, per lasciare il neonato attaccato alla placenta fino al distacco spontaneo, che solitamente avviene tra i 3 e i 10 giorni dopo il parto. Questa modalità di nascita è chiamata Lotus Birth e prende il nome da Clair Lotus Day, un’infermiera californiana che per prima, considerando il taglio precoce del cordone una violenza, nel 1974 ha lasciato suo figlio attaccato alla placenta, dichiarando di vedere in lui un’aura più vibrante e integra. I sostenitori del Lotus Birth affermano che il contatto prolungato con la placenta permette al bambino di ricevere tutta la quantità di sangue placentare che la natura ha previsto per la costituzione del sistema immunitario, nonché di concedersi un periodo di transizione per una separazione graduale dal corpo della madre. La testimonianza di un padre osteopata, Luca Daini, racconta la vita della placenta oltre la pulsazione arteriosa. Quando l’ostetrica annunciò che la placenta di sua figlia aveva smesso di pulsare, il papà ha voluto valutarne la salute: l’impulso ritmico cranico della placenta (un ritmo che gli osteopati imparano a misurare manualmente, più lento di quello arterioso e che è possibile percepire in tutti i tessuti del corpo) era ancora forte e batteva alla stessa frequenza di quello della bimba. Ha rallentato con il passare dei giorni, fino al distacco naturale. Lasciare la placenta attaccata al cordone ombelicale del bimbo sembra un po’ complicato nella gestione: chi lo ha fatto dice che è solo questione di informarsi e organizzarsi e che è uno splendido modo per imparare ad avere rispetto del neonato e a osservarlo con pazienza: “Tutto il mondo girava intorno a loro, che stavano lì fermi, e toccava a noi coordinarci per accudirli”.

Un valore spirituale e curativo
C’è chi sceglie di sotterrare la placenta vicino a un albero simbolico e chi invece, rispetto al valore spirituale, preferisce esaltare le proprietà curative. In Italia un decreto del Ministero della Salute (DM 3/09/1998) vieta l’utilizzo di derivati da placenta di origine umana per la produzione di medicinali, ma le coppie che vogliono farlo possono rivolgersi a laboratori fuori dei confini per farsi produrre rimedi in polvere e soluzioni fisiologiche. La pratica della Placenta Encapsulation prevede la spedizione della placenta, che viene essiccata e polverizzata per la produzione di un kit di rimedi di diversa concentrazione e consistenza che hanno funzioni terapeutiche su mamma, neonato e anche sull’intera famiglia, animali inclusi. Le modalità d’uso sono personali, ma l’utilizzo privilegiato avviene dopo il parto, in caso di stanchezza e baby blues. C’è chi dice però che serve anche per il raffreddore, il mal di testa, l’asma e l’ansia. Molte strutture ospedaliere sono scettiche sull’utilizzo della placenta. In termini giuridici, l’organo è di proprietà della donna che ha partorito e che ha il diritto a ritirarla, se sana, e diventarne gestrice per usi autoterapici, senza cadere in violazioni penali o amministrative. È necessario comunque informarsi prima del parto (a meno che non avvenga in casa) per evitare discussioni con la struttura ospedaliera e per assicurarsi un’assistenza e una conservazione adeguata.

[Alfonsa Sabatino]

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