Non è solo questione di “pazienza”

da | 9 Giu, 2022 | da non perdere, Lifestyle

La pazienza non è innata e non dipende dalla nostra indole. Ne parliamo con Silvia D’Amico, autrice del podcast Mamma Super Hero

Quanta pazienza ci vuole per affrontare le crisi dei nostri figli? E cosa succede quando diciamo, a noi stessi e a loro, “ho perso la pazienza”? 

La pazienza, al contrario di ciò che molti di noi credono, non è una qualità innata, e tanto meno legata al genere. Le mamme non sono più pazienti dei papà e i papà non lo sono più delle mamme. Chi lavora fuori casa non per forza ha più pazienza di chi lavora in casa, e viceversa. 

Questa dote è collegata al nostro vissuto, al modo in cui affrontiamo la vita, all’ambiente che ci circonda e allo stress quotidiano, ma soprattutto all’incapacità di prenderci cura di noi stessi.

Ne parliamo con Silvia D’Amico, mamma di tre bambini, traduttrice, esperta e appassionata del metodo Respecful Parenting e autrice del podcast e blog Mamma Superhero, un progetto che affronta temi riguardanti la crescita dei figli e il ruolo dei genitori.

Come allenare il muscolo della pazienza

Cosa comporta perdere la pazienza? Punizioni, urla, sgridate e nei casi peggiori sculaccioni: sono questi i metodi, vecchi ma ancora attuali, adottati da tanti genitori per far fronte alle situazioni più difficili, nonostante – ed è impossibile negare l’evidenza – studi scientifici ne dimostrino i danni psicologici e comportamentali. 

Cosa fare allora, per gestire le situazioni in modo diverso?

“Reagire in maniera aggressiva porta danni e ne siamo ormai consapevoli. Per cambiare, lentamente, dobbiamo riflettere sui bisogni di noi adulti. Il problema di fondo è che noi genitori ci sacrifichiamo, andiamo di fretta, mangiamo poco e male. E poi pretendiamo di avere pazienza con i nostri figli: di nuovo chiediamo troppo da noi stessi. 

Per allenare il muscolo della pazienza dobbiamo prima riflettere sulle nostre priorità e andare alla ricerca del nostro self-care: capire come prenderci cura di noi stessi, cosa “ricarica” le nostre energie e ci fa sentire vivi. Non mettiamoci sempre all’ultimo posto: non ci si può prendere cura degli altri se prima non ci prendiamo cura di noi stessi. A volte dire che non si ha tempo è solo una scusa. Spesso non sappiamo neanche noi cosa ci fa stare realmente bene.

Non possiamo riempire il bicchiere di nostro figlio se la nostra brocca è vuota!”.

Spazio ai genitori

Troppe mamme e troppi papà vivono in una condizione di stress cronico: come fare però a prendersi i propri spazi quando ci sono i bambini?

“I figli devono imparare a rispettare gli spazi dei genitori – spiega Silvia D’Amico – . Siamo noi i primi a pretendere da noi stessi di essere onnipresenti: animatori, insegnanti, compagnia sempre a loro disposizione. Invece è importantissimo che il bambino apprenda il gioco autonomo, da alternare al tempo trascorso con mamma o papà. Dobbiamo far sentire la nostra presenza, rassicurarli se serve, ma non dobbiamo essere sempre accanto a loro. Puntare sull’autonomia fin da piccoli è importante per il benessere di tutti”.

Quali sono le tue aspettative?

Se siamo soliti perdere la pazienza, una delle domande che dobbiamo porci prima di tutto è: cosa mi aspetto da mio figlio? Le mie aspettative comportamentali corrispondono davvero alle sue competenze emotive?

Il tema delle aspettative è la chiave di tutto. Spesso ci aspettiamo comportamenti e reazioni ben al di sopra del loro stadio di sviluppo emotivo e fisico. 

Se un bambino ripete la stessa azione nonostante il genitore abbiamo detto di ‘No’ più volte, significa che le funzioni esecutive del cervello relativamente a controllo degli impulsi, pensiero critico, e collegamento tra cause e conseguenze, non sono ancora sviluppate. 

Aspettarsi che un bimbo faccia una cosa solo perché gli è stata ripetuta più volte, significa avere troppe aspettative. Nella fascia 0-6 è necessario che apprenda con l’esempio, che venga accompagnato fisicamente se necessario, a compiere una determinata azione.

A volte siamo noi a pretendere da loro cose inaudite, in particolare per quanto riguarda il controllo delle emozioni”.

Non piangere!

Uno dei momenti che più portano il genitore a “perdere la pazienza” e alzare la voce è la crisi di pianto, sinonimo del fatto che la situazione è ormai fuori controllo per entrambi. 

“In questi casi non dobbiamo darla vinta al bambino per evitare che pianga e strilli. Il pianto non rappresenta per forza un’esperienza negativa, anzi. Può essere utile per sfogare le proprie frustrazioni, imparare a regolare le emozioni e, in particolare, riportare la serenità. 

Rimproverare per il pianto è inutile e dannoso; in questa fase di crisi il cervello del piccolo va in tilt, come se fosse spento, e non sente ragioni. Per cui spiegare, non serve.

Inoltre la voce che ‘sgrida’ viene interiorizzata e associata a un sentimento di vergogna, alla tendenza al paragone di se stessi con gli altri, all’incapacità di accettarsi o regolare le proprie emozioni. Anche qui è utile intervenire in modo fisico, stando accanto o abbracciandoli, per riportarli alla tranquillità e allora sì, è possibile parlare insieme dell’accaduto, quando tornano a essere collaborativi, sereni e calmi. 

Ma se siamo noi i primi a perdere il controllo, come possiamo pretendere che i piccoli riescano a mantenerlo, questo controllo? Ricordiamo sempre che solo il nostro esempio potrà insegnare ai nostri figli la gestione delle emozioni negative”.

Un modello interiorizzato

Anche noi genitori, quando ci formiamo, ogni giorno, in questo mestiere che ci richiede l’apprendimento continuo, possiamo imparare ad accogliere e comprendere l’emozione che si genera dentro di noi quando stiamo per perdere la pazienza.

“Imparare a riconoscere e trasformare la nostra emotività è importante: i nostri comportamenti sono condizionati da emozioni inconsapevoli, legate a una memoria emotiva che abbiamo immagazzinato quando eravamo piccoli. Sicuramente non ricordiamo il momento preciso in cui l’adulto, genitore o insegnante, ci ha umiliati, ma si tratta di esperienze conservate nel nostro cervello e che si manifestano nei nostri comportamenti. Guarire le nostre ferite, ascoltarci e riflettere sulle nostre azioni, ci porterà a essere educatori migliori e a coglierne, pian piano, i risultati”. 

Vietato sbagliare: la ricerca della perfezione

Essere delle figure di riferimento per i bambini significa anche mettersi in discussione ed accettare i nostri errori. 

“Non dobbiamo giudicarci o svalutarci come genitori, ma guardare in faccia e decostruire le nostre aspettative: partiamo dal fatto che quasi sempre il comportamento dei nostri figli è perfettamente in linea con l’età e il processo di sviluppo fisico ed emotivo. 

Purtroppo abbiamo la tendenza a non accettare i nostri errori, e questo è generalmente frutto della nostra cultura e dell’educazione che abbiamo ricevuto. 

Riconoscere le nostre difficoltà è il punto di partenza; successivamente, raggiungere un buon livello di pazienza è solo questione di allenamento. 

I nostri figli ci danno, ogni giorno, la possibilità di migliorarci. Ma, attenzione! La perfezione non esiste e non la raggiungeremo mai: non siamo dei robot, dobbiamo accettare la nostra umanità. E sentirci umani, ci porta ad ascoltare i nostri bisogni e prenderci cura di noi stessi anche per il benessere di chi ci sta accanto”.

Mamma superhero 

Nata e cresciuta a Palermo, oggi residente in Ohio, negli Stati Uniti, Silvia D’Amico è diventata mamma tre volte nel giro di pochi anni: Zoe, Luca ed Emma hanno infatti rispettivamente 7, 5 e 3 anni. 

“Quando sono diventata mamma, sono passata dalla mia organizzazione quotidiana e professionale a una situazione di caos apparente, che mi ha portato a sentirmi frustrata, insoddisfatta e spesso incapace. 

Con i bambini attaccati a me tutto il giorno, ho raggiunto in breve tempo un burn out genitoriale e un malessere psico-emotivo che mi portava a urlare e arrabbiarmi. Volevo essere una figura di riferimento per i miei figli, e invece mi ero inconsapevolmente trasformata nella mamma che mai avrei voluto essere. 

Ho iniziato così ad avvicinarmi e poi appassionarmi all’approccio del Respectful Parenting, a leggere gli studi di Magda Gerber, educatrice, e dell’associazione RIE (https://rie.org). 

Ho tradotto questo approccio e i suoi metodi in italiano e li ho raccontati, usando gli esempi pratici del mio vissuto quotidiano, in Mamma Superhero, un portale che ha come obiettivo quello di alleviare la fatica di crescere i figli, concentrarsi sul benessere dei genitori e la crescita emotiva dei bambini e affrontare la vita in modo più leggero, per lasciare da parte i macigni e scardinare i sensi di colpa più diffusi e le convinzioni che ci portiamo dietro dal modello educativo che abbiamo ricevuto”.

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