Non è uno scherzo, è cyberbullismo

Per proteggere le vittime di cyberbullismo c’è una legge molto chiara.
Ecco tutto quello che bisogna sapere

Una foto o un commento nel Web si trovano ovunque e rimangono per sempre. O quasi. È questo che fa degli atti di prevaricazione in rete una forma di sopruso potenzialmente devastante e poco controllabile. Eppure i casi di cyberbullismo si possono fermare. Esistono strumenti dettati da una nuova legge che riconosce alla scuola un ruolo centrale e dà ai genitori precise indicazioni su come tutelare i propri figli nel caso siano vittime. Ne parliamo con Marco Stucchi, avvocato dell’associazione Altroconsumo.

Primo: la volontà di fare male

Il cyberbullismo è stato oggetto di un intervento normativo recente, la legge 71/2017, che per la prima volta ne ha scritto una definizione: “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché diffusione di contenuti online”. 

Si tratta, in concreto, di forme di prepotenza attuate nei canali di comunicazione digitali per danneggiare un minorenne considerato più debole. Che differenza c’è tra uno scherzo tra ragazzi, magari volgare e pesante, e un atto di cyberbullismo? “Il bullismo è un comportamento ripetuto nel corso del tempo – spiega Marco Stucchi – Non si tratta di un singolo episodio fine a se stesso. Nello scherzo manca l’intenzione di provocare un danno all’altra persona o di fargli del male. Nel bullismo c’è una forte prevaricazione del soggetto debole”. 

Cosa succede a scuola

Se gli atti di bullismo si verificano a scuola, bisogna segnalarli immediatamente al Dirigente scolastico o al docente referente. La scuola è tenuta ad attivarsi per adottare le misure necessarie a raccogliere informazioni, prevenire o rimuovere eventuali post offensivi. La legge identifica la scuola come luogo educativo e rieducativo e prevede che ogni istituto si doti di una e-policy inserita nel Regolamento di Istituto, con un docente che coordina le iniziative di prevenzione e di contrasto anche avvalendosi dell’aiuto delle forze di Polizia. 

Fuori da scuola

Nei casi in cui la scuola sia estranea agli atti di bullismo, bisogna contattare il gestore del social network o della piattaforma nella quale sono avvenuti gli atti offensivi. “La legge 71/2017 stabilisce i tempi e le modalità per chiedere la rimozione dei contenuti ritenuti dannosi per il minore –  continua Marco Stucchi -. La richiesta può essere presentata dallo stesso minore o dal genitore al titolare del trattamento dei dati, al gestore del sito internet o del social media. La risposta (o almeno la presa in carico) deve essere trasmessa entro 24 ore, trascorse le quali si può presentare un’istanza al Garante della protezione dei dati. Esistono anche servizi online gestiti da Telefono Azzurro e Save The Children per segnalare la presenza in rete di materiale pedopornografico alla Polizia Postale”. 

Posso fare denuncia?

Nel caso in cui il molestatore abbia compiuto i 14 anni, la famiglia della vittima può fare istanza al Questore per un ammonimento. Il Questore verifica che la domanda sia fondata, dopodichè convoca il minore responsabile e il genitore per approfondimenti investigativi, prima di ammonirlo oralmente e invitarlo a tenere una condotta conforme alla legge. Si tratta di un provvedimento di tipo amministrativo, con possibili ed eventuali risvolti penali tanto per l’autore del gesto, quanto per i genitori o la scuola, in caso di mancata vigilanza sul minore. Ogni denuncia di atto di bullismo comporta, quindi, indagini da parte della Procura, con conseguente rischio di rinvio a giudizio. Questo discorso non vale se il bullo ha meno di 14 anni, perché al di sotto di quell’età non si è punibili penalmente.

Nemmeno un like, mai

C’è un terreno confuso su cui molti ragazzi inciampano. Magari non sono loro che direttamente infastidiscono la vittima, ma con il loro comportamento si rendono corresponsabili. Va spiegato molto chiaramente che chiunque metta un like o condivida un post, si rende complice aumentando la portata offensiva dell’azione. La maggior parte dei ragazzi è convinta che si tratti di un semplice scherzo, se però si riscontra la volontà e consapevolezza di arrecare un danno, anche solo per un like, c’è una responsabilità sotto il profilo penale. 

 

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