Padri 2.0

Se paragonassimo l’essere genitori allo sbarco sulla Luna, la paternità equivarrebbe alla costruzione della prima colonia su Marte. Il modello di padre della nostra infanzia, l’uomo autoritario, severo, depositario delle regole e vigile testimone del loro rispetto, è evaporato lasciando il posto a un padre nuovo, un compagno di viaggio, un alleato, un complice. Una figura maschile comprensiva e ispiratrice, appassionata e coinvolgente, qualcosa di bellissimo e spettinato. Magari non sempre così sicuro nel rapporto di coppia (se ci si separa tanto sarà responsabilità anche dei padri), ma una presenza dal sapore tutto nuovo nel rapporto con i figli. Vi raccontiamo qualcuna delle mille sfumature dell’essere papà oggi.

PIE: padre intensivo ed estensivo

Accudire i figli è un impegno che viene condiviso da entrambi i genitori, in particolare a causa (o grazie?) a un fenomeno non del tutto desiderabile: la precarietà del lavoro.

Ugo, un po’ per vocazione, un po’ per necessità, si occupa molto dei figli. 48 anni, sposato, un figlio di 9 e una figlia di 7, è uno dei cervelli-non-in-fuga, un ricercatore a tempo determinato in un ente pubblico. “Lavoro, mio malgrado, con un contratto part time. E tutto sommato, vista la situazione di molti colleghi in giro per l’Italia, mi ritengo fortunato. Mia moglie è infermiera in ospedale ed è assunta con un contratto a tempo pieno e indeterminato. Ha degli orari di lavoro abbastanza stringenti: i pazienti non possono aspettare e nemmeno l’organizzazione del reparto. Fortunatamente ha un turno fisso, ma esce alle 6 di mattina e non può occuparsi dei figli la mattina, come fanno tante altre madri”. E quindi com’è la vostra dinamica familiare? “Mi sveglio anche io con lei, faccio un po’ di lavori e di attività fisica. Verso le 7 sveglio i bimbi. A quell’ora lei sta già iniziando a lavorare. A casa facciamo colazione, ci vestiamo con calma e andiamo a scuola a piedi. Davanti alla scuola i padri (e qualche nonno) sono in netta minoranza, ma non sono l’unico. Poi prendo l’auto e vado a lavorare. Quando riesco uso la bicicletta, posso farlo se qualcuno recupera i bimbi all’uscita da scuola”. Quindi c’è qualcun altro che collabora con voi? “Sì, per fortuna. I nonni ci danno un aiuto indispensabile, specie all’uscita da scuola e per la gestione delle attività sportive e culturali extra”.

Veniamo alle domande difficili: cosa significa per te essere padre? “Beh, è una cosa importante! Il desiderio di paternità forse è meno comune del desiderio di maternità, ma è stato determinante nel guidare le mie scelte, i bivi della vita. Ora che ci sono dentro, devo dire che le aspettative sono state ripagate. Anche se la paternità è impegnativa”. Non te lo aspettavi? “Non ci avevo mai pensato. Forse sono troppo ottimista, ma ho sempre pensato ai lati positivi senza curarmi troppo delle problematiche e delle difficoltà”. Per cui è molto diverso? “Sì e no. Le cose belle ci sono tutte, e anche di più. Le difficoltà e le responsabilità anche, ma non le avevo preventivate tutte!”. Il bilancio è positivo? “Sì, il bilancio è positivo”.

FMDR: figura maschile di riferimento

Guido è il papà di Beatrice ed Eleonora. “Non sono il loro padre biologico e non lo sono neanche formalmente, ma per me loro sono e saranno sempre le mie bambine”. Dieci anni fa Guido ha incontrato Silvia, mamma single di due bimbe all’epoca piccole. “La nostra storia è nata per caso, da un’amicizia. Lei è stata molto cauta e ci è voluto tempo prima che mi facesse conoscere le piccole. Avevano un bellissimo equilibrio a tre, Silvia non voleva turbarlo in alcun modo. Col tempo è stato naturale cominciare a fare qualcosa tutti assieme, qualche cena a casa mia, le prime gite nel fine settimana. Nel rapporto con le bambine tutto è venuto spontaneo e naturale: loro erano affettuose con me e me ne sono innamorato senza neanche accorgermene! Ricordo il primo weekend insieme: non ho chiuso occhio di notte, ero tutto concentrato sul loro respiro, sui piccoli rumori notturni. Ho scoperto com’è leggero il sonno dei genitori. Mi alzavo, le guardavo dormire, facevo una carezza a Eleonora che si lamentava, portavo un bicchiere d’acqua a Beatrice: erano così angeliche!

La prima vacanza insieme è stata un po’ uno choc, non ero abituato a prendermi cura di un bambino ogni ora del giorno per tanti giorni: loro sono bimbe vivaci, parlano sempre, fanno domande, hanno fame, sete, sonno e bisogna esserci, intrattenerle, sfamarle, incuriosirle. Però è stata tra le vacanze più belle che abbia mai fatto, è incredibile tornare a vedere il mondo con gli occhi dei piccoli, è più vivido, più tenero, tutto da scoprire, tutto un’avventura”.

Non sono state tutte rose e fiori. “Il brutto, ma proprio brutto, è venuto quando Silvia e io ci siamo allontanati: una doppia sofferenza. Ero uno pseudo-padre separato, senza alcun diritto da accampare. Sentivo la mancanza delle bambine e non potevo in alcun modo pensare di perderle. Con il tempo la situazione si è appianata, noi due ci siamo riconciliati, anche se non riuniti, e sono contento. Non viviamo insieme ma le chiamo ogni giorno, cerco di trasmettere loro le mie passioni per lo sport e la tecnologia, amo cucinare i loro piatti preferiti, le porto al cinema a vedere Star Wars e tutti i film fantasy e di fantascienza. Pianifichiamo insieme i prossimi viaggi, una passione che condividiamo tutti e quattro. Scherzando tra noi ci diciamo che io sono il loro FMDR, figura maschile di riferimento. Non siamo una famiglia tradizionale, ma ci vogliamo un mondo di bene. Non è questo l’elemento fondante di una famiglia?”.

PZ: papà Zen

È opinione comune che fare un figlio sia come fare un salto nel vuoto, ma nel caso di Andrea Loreni non si tratta di una semplice metafora. Laureato in filosofia teoretica, un lavoro da teatrante di strada e un forte interesse per l’Oriente hanno fatto di lui un funambolo di professione, l’unico in Italia. Cammina sul cavo a grandi altezze, un’attività che gli restituisce l’intuizione dell’assoluto. La stessa che prova nella meditazione Zen, una pratica che studia e torna ad approfondire ogni anno in Giappone. È un recordman: ha camminato nei cieli di Roma, Locarno, Belgrado, Modi’in (Israele), Bologna, Firenze, Venezia, Torino e Milano. Anche la sua compagna è acrobata. È possibile essere due artisti girovaghi e avere una famiglia? “Sì certo. Anzi, il fatto di essere entrambi artisti e di condividere una scelta di vita, facilita le cose. La vita di spettacolo e il ruolo di padre sono assolutamente conciliabili”.

Nessun prima e dopo? “Da due anni, da quando è nata Frida, non arrampico più, non vado in bicicletta, non leggo, vado raramente in montagna. Sono un’altra persona, non sono più l’Andrea di tre anni fa, sono l’Andrea padre. Ho sacrificato il mio vecchio essere? Certo, ma il cambiamento è il dato dell’esistenza; ho perso, ma se riesco a lasciare andare il mio vecchio io, allora ho guadagnato quello nuovo, altrimenti ne ho persi due”. Tua figlia ti ha insegnato qualcosa? “Frida aveva pochi mesi e spesso di notte si svegliava piangendo. Era buio, io la prendevo in braccio e camminavo per la cucina. Pancia sotto, buttata in spalla come un sacchetto, sul petto, in circolo, in linea retta, percorrendo il simbolo dell’infinito. Non dormivo e pensavo che stavo rinunciando alle mie ore di sonno; lei piangeva e mi strappava dai miei pensieri lamentosi. Allora per tranquillizzarla mi concentravo sul respiro, inspiravo con calma, espiravo con lentezza e mi rendevo conto che non ero mai stato in cucina in una notte di primavera al buio: Frida aveva smesso di piangere e rannicchiata sulle mie braccia splendeva, e non dico per dire, emanava luce, ogni parte nuda era luminosa nel buio della notte”. Quale messaggio ti senti di dare a tua figlia? “Vorrei che condividesse con me il valore della libertà dai condizionamenti esterni, per potersi guardare dentro e scegliere la propria strada. Vorrei che dalla sua ghianda nascesse il suo albero, non un albero che cerca di esserne un altro”. Prossime imprese? “Ad aprile 2017 sarò a un festival di circo-teatro ad Haifa, in Israele, con uno spettacolo prodotto e realizzato da me, da mia moglie Claudia e dalla sua collega Maurizia, che in arte si chiamano Le Baccanti. Verrà con noi anche Frida, naturalmente. Ancora, dopo avere presto contatti con la Guinness World Record, vorrei battere il record di camminata inclinata su cavo e percorrere almeno 40 metri di cavo con una inclinazione di 39°. Ma il progetto più impegnativo per il 2017 è la traversata sopra il lago del tempio Zen Sogen-ji a Okayama in Giappone. La badessa del tempio mi ha chiesto di organizzare una camminata per il compleanno del Roshi, il maestro. Così ad agosto stenderò il cavo. Per valorizzare i principi di zen e funambolismo realizzerò un documentario e un libro fotografico, anche grazie al contributo del pubblico che potrà partecipare alla campagna di crowdfunding che sto avviando. Frida volerà in Giappone con noi”. “Cosa pensa Frida quando ti vede camminare nel cielo? “Forse che non sono io quello lassù. O forse è talmente pulita che vede ogni giorno in me quella parte che io sento solo quando sono sul cavo”.

RF: riferimento paterno

Attore, doppiatore, fondatore di una compagnia teatrale, ha scelto l’adozione ed è diventato un papà single. Enrico Dusio, ci racconti cosa ti è successo? “Per dieci anni mia moglie e io abbiamo cercato un figlio ma non siamo riusciti a concepirlo. A un certo punto ci siamo chiesti se saremmo stati in grado di adottare. Ero titubante, ma poi mi sono convinto. Abbiamo passato due anni di formazione, seguiti da assistenti sociali e psicologi e alla fine siamo stati considerati idonei per l’adozione internazionale. La foto che ci mostrarono al termine del percorso era di un cucciolo di 3 anni e mezzo, con maglietta e pantaloncini dell’Uomo Ragno, totalmente inconsapevole del salto nel buio che avremmo condiviso con lui. Emozioni contrastanti, ma forti, ci hanno fatto salire su un aereo per la Cambogia e rientrare assieme dopo pochi giorni. L’iniziale senso d’impotenza è stato sostituito da un profondo senso di accoglienza, dalla volontà di protezione e dal desiderio di condivisione. Sentimenti che hanno permesso a me e al mio bambino di cominciare un viaggio meraviglioso fatto di fatiche, incomprensioni, compassione, emozioni e soddisfazioni”.

Ora tuo figlio è un ragazzo. “Sì, in pieno sviluppo, con tutte le problematiche di un adolescente, i tormenti e gli entusiasmi, gli assolutismi e l’egoreferenzialità dei ragazzi della sua età. Il senso d’appartenenza costruito in questi undici anni è stato il lavoro più complesso e affascinante; sono orgoglioso del figlio che sta crescendo al mio fianco. Sono profondamente consapevole della sua assoluta autonomia, del suo essere altro da me. Lo guardo correre verso il futuro senza aver mai provato possessività nei suoi confronti, ma confortato da un legame che gli permetterà di riconoscere in me il riferimento paterno”. E tu? “Riconosco in lui l’essere che mi ha regalato un amore enorme”.

ll lavoro ti porta spesso in giro, riesci a conciliarlo con la famiglia? “Il lavoro mi portava in giro per l’Italia, ma la famiglia ha apportato un cambiamento. Ho abbandonato le compagnie che mi allontanavano per mesi e mesi e mi sono costruito una realtà locale. Non è stato semplice. Lentamente mi sono dedicato al doppiaggio, sono entrato in una trasmissione per bambini, la Melevisione, per stare nella mia città e poi ho fondato una compagnia, l’Accademia dei Folli, con la quale abbiamo creato una solida realtà lavorativa che mi ha permesso quella stabilità familiare senza dover abbandonare la mia professione”. Ora sei single. Cosa significa nell’Italia nel 2017? “Significa correre dal mattino alla sera, compendiare mille impegni lavorativi dall’elevata percentuale di imprevedibilità che fa a pugni con il bisogno di regolarità di un figlio e con il tempo che voglio e devo dedicargli. Cerco costantemente un equilibrio fra l’essere complice di mio figlio e l’errore di diventarne l’amico; cerco di marcare le regole fondamentali del vivere secondo principi giusti e valori sani – sebbene un po’ desueti – in questa società del progresso; cerco di spiegare che le parole dei rapper italiani non sono da seguire alla lettera e che il rispetto non passa solo attraverso la forma. La cosa più complessa è riconoscere che fare il genitore è un vero e proprio lavoro”.

PF: padre fortunato

Clemente, in arte Dr Tramezzino, 38 anni, vive a Roma e lavora in banca. La sua paternità è fortemente segnata da un impegno di volontariato: è uno dei clown dottori dell’ospedale Bambino Gesù. Tutto conciliabile? “Fare volontariato toglie tempo a me e alla famiglia. Sono impegnato il sabato, che sarebbe il giorno ideale da trascorrere con la mia compagna e mio figlio, che ha solo 2 anni. Ma il tempo dedicato all’ospedale, onestamente, non posso considerarlo tempo perso, preferisco fare i salti mortali. La mia famiglia è entusiasta e mi sostiene anche nei momenti in cui è forte la tentazione di prendere una pausa”.

In ospedale incontri molti altri papà. “Dietro di loro c’è una storia triste, il più delle volte con un brutto epilogo. La mia associazione, Ci metto il Naso!, opera nell’onco-ematologia, quindi potete immaginare lo stato d’animo delle persone che incontriamo. Oncologia ed Ematologia sono reparti di lunga degenza, i bimbi soggiornano per mesi, escono, rientrano a seguito di recidive: è un brutto tunnel in cui non sempre si intravede uno spiraglio di luce. Anche prima di diventare padre mi ha sempre colpito la figura del genitore presente nella stanza di un bimbo malato. Oggi, emotivamente parlando, mi colpisce di più confrontarmi con i papà che con i bimbi. I genitori sono abbattuti, demotivati, depressi. Poi improvvisamente diventano carichi, giocano e scherzano con i figli per cercare di stimolarli. Nei casi più gravi, anche una piccola reazione del figlio è fonte di immensa gioia. Ci sono papà molto presenti; alcuni di loro sono costretti a lasciare il lavoro e a fare scelte difficili, ma niente al mondo li tiene lontani. Non c’è una parola magica in grado di cambiare il loro umore. A volte ci limitiamo a un sorriso, una battuta, un semplice gesto. Qualcosa che li possa distrarre per un secondo da quello che è il loro unico pensiero. O che li possa incoraggiare a non mollare e a crederci fino in fondo”. E i figli? “Sono bimbi, a volte ragazzi, malati oncologici. A seconda dell’età hanno una maggiore o minore consapevolezza. Tanti fattori li influenzano durante questa battaglia. C’è il loro carattere, quello dei genitori, ma conta anche l’ambiente, la professionalità e l’umanità del personale ospedaliero. Anche con loro non si trova sempre la parola o la frase miracolosa. Se lasciamo nella stanza una bella energia positiva, per noi è un grande risultato”.

Fare il volontario in ospedale ha condizionato il tuo essere padre? “Sarebbe banale dire che cerco di valorizzare al massimo il tempo che riesco a dedicare a mio figlio. Ma di fatto è così. Mi sento un papà fortunato e ogni volta che la routine della vita me lo fa dimenticare ripenso all’ospedale, ai tanti papà incontrati, alla loro sofferenza e alla loro infinita forza. Questo è uno stimolo forte per essere un papà migliore”.

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