Il papà motociclista. E tu, che tipo sei?

Avete un papà motociclista in famiglia? È vero che il posto sul sellino è per due, ma quando il passeggero diventa un figlio appena nato, ecco che il papà centauro comincia a subire una mutazione. Naturale? Più o meno. Spontanea? Ecco, parliamone.

Ogni papà motociclista vive la relazione con le due ruote rombanti a modo suo. Ne abbiamo parlato con loro, dopo averli protetti con l’anonimato per evitare ripercussioni all’interno degli equilibri domestici, evitando persino nomi di fantasia per scongiurare il rischio di omonimie involontarie.

Tutti i papà, però – quale che sia la categoria di appartenenza – a intervista finita ci hanno fatto capire cosa gli manca. Con il pugno chiuso, il polso teso e piegato verso l’alto. Un gesto inconfondibile: “A manetta”.

Il papà motociclista fondamentalista: il monolite

La moto è la moto. Compagna di vita e di viaggi da molto prima che arrivasse quella in carne e ossa (di compagna, non di moto). Il papà motociclista difende strenuamente il territorio, anche a costo di battibeccare – eufemismo – con la moglie o compagna e comunque madre dei suoi figli.

Ci sarà sempre, nell’arco della settimana, il momento dedicato alla fuga. Magari due volte al mese, se le trattative non permettono risultati migliori. Avete un’unica certezza: il motore in cortile continuerà a rombare, anche a costo di usare la moto per andare a comprare pane e latte.

Se poi il giro dovesse protrarsi più del dovuto, sarà stata sicuramente colpa della coda. Alle casse. Con una speranza: che presto l’ultimo arrivato molli ciucci e biberon per calzare il casco integrale.

Il papà da pista: lo studente

La trattativa con la consorte ha permesso di arrivare a un compromesso abbastanza soddisfacente. Le uscite in sella si diradano rispetto al passato. Ma quelle che si riescono a mettere in calendario (magari una volta al mese) sono fatte in modo che ne valga proprio la pena.

Per esempio andando ad affittare una pista vera per un paio d’ore. Addirittura togliendosi lo sfizio di prendere anche lezioni da motociclisti più esperti e che ora si sono dati alla didattica, come se si trattasse di andare a scuola di sci. Solo che qui si sgomma e si derapa, si frena e ci si infila in curva piegando al massimo.

Poi si torna a casa, si parcheggia la moto in garage, si dà una controllata alle gomme e via. Fino alla prossima lezione. E se un domani il piccolo o la piccola di casa avanzasse pretese per la due ruote? Facile. In pista anche lei e papà motociclista sarà promosso maestro.

Cambio di mezzo: il convertito

Il fenomeno che si osserva in questa particolare categoria di papà è una mutazione. Ma non completa: diciamo un “cambio d’orizzonte”. La moto resta in garage (o peggio: la si vende!) ma la passione rimane, specialmente se spinta da un motore.

Un esempio, per chi può permetterselo in termini geografici, arriva dal papà che – vivendo in una città di mare – dopo aver riposto la due ruote nel dimenticatoio ha orientato la sua valvola di sfogo sulla navigazione.

“Una barchetta piccola, poco più di un gommone, che teniamo ormeggiata al porto con una spesa annuale minima – confida questo papà convertito -. Così non rinuncio alla gita, né allo svago. Ma posso avere la scusa per portare con me tutta la truppa”.

Osservazione: generalmente questo esemplare di papà motociclista viene visto con sospetto dagli altri colleghi. C’è chi arriva addirittura a sussurrare che lui, la passione per la moto, in realtà non l’abbia mai avuta per davvero. Ma intanto ha ancora al suo fianco un motore da avviare, nel tempo libero.

L’ex centauro: il rassegnato

Questa è la versione del papà motociclista meno fortunato. Quello che non è riuscito a gestire la coesistenza tra la propria passione e le responsabilità genitoriali.

“Cosa vuoi che faccia un papà motociclista dopo che nasce il primo figlio? Smette di andare in motocicletta!”.

La frase viene pronunciata con una forte vena di autoironia (perché sicuramente avere un figlio è la cosa più bella del mondo), ma c’è sempre un retrogusto amaro.

Anche in questo caso, la speranza è l’ultima ad abbandonare il carro: chissà che il piccolo non abbia ereditato la passione per le due ruote.

In fondo, all’epoca della patente, ci sarà ancora tutto il tempo per recuperare i chilometri perduti, insieme.

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