Due mondi, una famiglia

È una moderna famiglia intercontinentale quella di Paola, Teji e i loro bellissimi bambini, Aditya e Neera. Una storia che ha inizio a Bombay una decina di anni fa. “Avevo 35 anni, vivevo a Londra dove lavoravo nel mondo della comunicazione – racconta Paola -. Mi è venuta voglia di fare un viaggio in giro per il mondo, ho lasciato il lavoro e sono partita insieme a una amica. Anche se mio padre mi raccomandava ‘a 35 anni dovresti sposarti un commercialista e andare a fare la spesa il sabato pomeriggio’. Non era proprio la mia vocazione! Ho mandato mail a vari amici dicendo che stavo partendo e proponendo incontri in vari punti nel mondo. Un mio amico americano mi ha suggerito di contattare Teji una volta arrivata in India. E così ho fatto. Gli avrò mandato almeno sei mail prima che si decidesse a rispondermi, ma poi quando la mia amica e io siamo arrivate a Bombay lui è venuto a prenderci all’hotel per farci fare un giro in città. Sono rimasta subito impressionata dai suoi modi da vero gentleman, non ci ero più abituata, dopo 8 anni a Londra… Dopo il giro ci ha portate fuori a pranzo e a fine giornata eravamo già una coppia!”.
“Era dicembre, con amici avevo programmato le vacanze di Natale a Goa, loro ci hanno raggiunto lì – prosegue Teji -. Dovevano fermarsi qualche settimana in India e alla fine son rimaste per quattro mesi. Quando sono partite per la Thailandia ne ho approfittato per andarle a trovare in una breve vacanza”. “Poi siamo volate in Australia dove ho conosciuto la sorella di Teji che vive lì, e anche sua mamma che era andata a trovarla. A quel punto ero anche un po’ stanca di viaggiare. Teji aveva in programma di andare al matrimonio di un compagno di college a Thessaloniki in Grecia e così ho accelerato il rientro sulla rotta Fiji, Los Angeles, New York, Londra e ci siamo rincontrati in Grecia. Quando ci siamo rivisti abbiamo preso un mappamondo e stilato una lista di posti in cui avremmo potuto vivere insieme. L’India non era tra quelli, perché Teji diceva che non sarei mai stata in grado di adattarmi a una città come Bombay. Ha buttato un amo grande così e io ho subito abboccato. “Dopo due settimane iniziava la nostra convivenza, a Bombay!”, sorride Teji.
Vita in India
“I primi mesi non sono stati facilissimi – racconta Paola – poi mi sono ambientata e innamorata dell’India. È un paese unico e bellissimo, ti strega con i suoi colori, il calore della gente, l’energia potente che si percepisce, il vibe di Bombay è unico. Ho avuto la fortuna di trovare lavoro alla Camera di Commercio Indo Italiana, di cui dopo qualche anno sono diventata segretario generale: un’esperienza lavorativa importante, formativa. Le rispettive famiglie erano contente di questa storia: la sua famiglia è molto internazionale, la sorella vive in Australia, una zia è sposata con un norvegese, un’altra con un neozelandese. Anche la famiglia italiana era felice, mia nonna era appassionata di India, si dedicava a yoga e meditazione, mi ha in qualche modo passato il testimone”. Dopo qualche anno di convivenza Paola scopre di aspettare un bambino: “Ogni tanto avevamo parlato di matrimonio – racconta Teji – ma non eravamo mai passati all’azione. Con un bimbo in arrivo, però, ci siamo decisi al grande passo. Avevo paura che mi sarei ritrovato a impazzire tra scartoffie, documenti, montagne di burocrazia da scalare tra l’India e l’Italia. È stata una cerimonia molto privata, tutto è successo così in fretta che la famiglia italiana non è neanche riuscita a venire, era metà agosto, non si trovavano i biglietti, il tempo era terribile, pioveva sempre. Un vero Monsoon Wedding. Due settimane dopo Paola è partita con il suo pancione per partorire in Italia”.
Aditya nasce a Torino il 10 ottobre, all’ospedale Sant’Anna. “Teji è arrivato in tempo per assistere al parto ed è rimasto con noi una decina di giorni. Io mi sono fermata per tre settimane prima di tornare, per riprendere le forze e affrontare il viaggio serena. Che è andato benissimo: con un bebè così piccolo in braccio sono stata servita e riverita durante il volo, e all’aeroporto c’erano i genitori di Teji, ansiosi di vedere che volto aveva il loro nipotino. Ho ripreso a lavorare dopo tre mesi perché la maternità in India non è lunga come in Italia. Però ho avuto la fortuna di trovare una nanny fantastica che mi ha reso più facile il distacco dal piccolo”. Nel 2008 nasce Neera anche lei a Torino e al Sant’Anna. “Il viaggio di ritorno in India, però, non è stato facile come la prima volta. I bimbi erano due, Aditya aveva due anni e tanta voglia di muoversi e girare per l’aereo, impossibile seguirlo con la neonata in braccio. Anche la vita a Bombay, con due bambini piccoli, non era così semplice. C’è tanto traffico e inquinamento, poco verde, le distanze sono grandi. Nel weekend per andare da qualche parte bisogna prendere l’aereo. Così abbiamo iniziato a pensare di cambiare città. Proprio in quel periodo è stato offerto a Teji un lavoro nella nostra azienda di famiglia; abbiamo fatto i bagagli, svuotato la casa e siamo partiti”.
Tra fiume e collina
Cambiare casa, ma anche paese e continente non è stato traumatico per i bambini. “Aditya conosceva già Torino e la famiglia. Neera poi era piccolissima, il suo mondo era limitato alla sua cameretta. All’inizio erano un po’ tristi perché i loro giocattoli erano stati spediti in scatoloni via mare e ci hanno messo qualche settimana ad arrivare. Ritrovati i giochi, hanno ritrovato il sorriso”.
Per Teji, invece, è stato un bel cambiamento: “Mi manca l’India, mi mancano gli amici e il cibo, anche se in casa si cucina indiano almeno un paio di volte la settimana. I torinesi sono un po’ chiusi e formali, ma la città è verde e bella, ha una dimensione ideale, tanti spazi: è perfetta per le famiglie. Ci sono molte cose da fare con i bambini e la natura è bellissima. Con la macchina nel weekend si possono raggiungere luoghi bellissimi in poco tempo. Al contrario di tanti torinesi, però, non sono fatto per lo sci. Il mio sangue indiano congela a temperature diverse dalle vostre. Non mi vedrete mai in cima a una montagna innevata, preferisco restare a fondo valle. Anche in casa d’inverno il riscaldamento è sempre al massimo”. Ci sono tante differenze nel modo indiano e italiano di crescere i figli? “A dire il vero no – rispondono – sono più le nostre differenze personali di carattere, rispetto a quelle culturali. E neanche quelle personali sono molto grandi. Abbiamo ancora un punto interrogativo sulla questione religione. Teji è di famiglia sikh, ma inizialmente preferiamo raccontare loro di tutte le religioni, senza forzarli in una direzione particolare. L’anno scorso, però, ci siamo recati in un tempio sikh vicino ad Asti. I bambini non erano mai stati in un tempio prima di allora, ma si sono comportati in modo estremamente naturale, con maggior spontaneità e naturalezza di quando si trovano in una chiesa”. Lo svezzamento dei bambini, invece, è stato Indian style. “All’epoca di svezzarli vivevamo ancora a Bombay – racconta Paola -. Mi sono fatta mandare da un’amica lo schema di svezzamento all’italiana che mi ha lasciato perplessa per la sua rigidità e alcuni ingredienti che non mi convincevano, come la tapioca. Così ho deciso di svezzarli all’indiana, cominciando con riso e dahl (uno squisito piatto a base di lenticchie). Sono vegetariana quindi ho seguito il motto ‘no teeth no meat!’, ossia niente carne finchè non sono cresciuti i denti”. “Poi i denti sono spuntati e i bambini si sono rivelati supercarnivori!” – dice Teji.
Che lingue parlate in casa? “Teji parla inglese con i bambini, che tra di loro comunicano in italiano. Tra di noi parliamo in inglese, tranne quando litighiamo. Allora Paola passa all’italiano e Teji all’hindi: è bellissimo, possiamo dirci le peggior cose senza offenderci irrimediabilmente, perché l’altro non capisce. Il giorno dopo è molto più facile far pace! I bambini frequentano la scuola internazionale, in cui si trovano benissimo. Ormai parlano l’inglese come l’italiano e la comunità è molto internazionale. A casa nostra ospitiamo tanti amici e familiari dall’India, mantenendo un po’ della tradizionale ospitalità degli indiani, che amano invitare persone, informalmente ma con calore”. “Quando ero piccolo c’era sempre tanta gente in casa – racconta Teji -, se tutti i letti erano occupati si buttava un materasso sul pavimento. Spesso a pranzo c’erano ospiti anche quando i miei genitori erano via”. “Certo che la famiglia di Teji è lontana adesso e non riusciamo a vederli spesso quanto vorremmo. Abbiamo molta voglia di andare in India, ma è un viaggio lungo e non riusciamo a farlo spesso. Per fortuna la tecnologia ci aiuta a restare in contatto. I bambini comunicano e conoscono via Skype i cuginetti che vivono in Australia: non si sono mai incontrati, ma si parlano spesso, si raccontano storie e cantano canzoncine insieme”.

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