Musica in famiglia

Avere quattro bambini è già una scelta. Se poi tutti e quattro suonano uno strumento e tutti e quattro condividono lo stesso sport, diventa una storia che incanta e fa sognare. Eppure nella famiglia numerosa ma eccezionalmente lineare di Paola e Giovanni non si respira tensione. I risultati non nascono dalla spasmodica ricerca di perfezione della mamma tigre, né dalla rilassata assenza di regole del genitore antiautoritario. Piuttosto dal percorso di amore ed equilibrio, determinazione e capacità di ascolto, legami tra fratelli e disponibilità dei genitori.

Paola e Giovanni si sono conosciuti al liceo, “ma la nostra storia è nata nei primi anni dell’università – racconta Giovanni -. Avevamo preso strade diverse: Paola per lavoro è andata a Milano, Perugia e Lubiana e io ho studiato architettura e ho costruito il mio percorso professionale. Quando ci siamo sentiti pronti a formare una famiglia ci siamo sposati e in cinque anni abbiamo avuto quattro bambini. Il che ha imposto una riorganizzazione totale della vita”.

La musica è entrata come alternativa alla troppa televisione e alla noia dei momenti vuoti. E ha iniziato a pervadere le giornate. “L’occasione per imparare a suonare ci è stata donata, nel vero senso della parola, dall’Accademia Musicale Torinese, con un bando per borse di studio destinate ai bambini che volessero studiare uno strumento ad arco. Pietro, che è il nostro figlio maggiore, ha partecipato e si è subito appassionato al contrabbasso, uno strumento grande e fisicamente impegnativo. Nei tre anni supportati dalla borsa di studio ha partecipato a corsi di ritmica e vocalità per una formazione musicale completa. Il percorso non è stato semplicissimo, perché ogni bambino si accorge dopo pochissimo che lo strumento richiede disciplina, studio e concentrazione. E come tutti i bambini tende, in modo naturale, a metterci poco impegno. La grande fatica di noi genitori è stata quella di sostenere Pietro, capire se c’era un vero interesse e non manipolarlo”. E gli altri bambini? “La richiesta di avvicinarsi ad altri strumenti è arrivata dai bambini stessi. A sei anni Giorgio ha cominciato a studiare chitarra classica all’interno del progetto Guitare-Actuelle. Poi Chiara si è appassionata al pianoforte. I secondi figli (o terzi e quarti nel nostro caso) sono più precoci rispetto al primo, che oltre ad aprire la strada ridimensiona l’ansia dei genitori. Ci siamo sentiti più sicuri e così Margherita, a soli 5 anni, ha cominciato a studiare violoncello”.

L’impegno è grande. Per suonare bisogna organizzarsi, andare a lezione, studiare. “A casa, per accedere velocemente agli strumenti, abbiamo creato l’angolo della musica. Non ci sono custodie da togliere o pezzi da cercare: le seggioline, il libro, l’archetto, la pece, l’accordatore sono tutti a disposizione, ad altezza bambino. Per loro suonare è una cosa naturale. Sono contenti di farlo, ma faticano nello studio quotidiano; però abbiamo notato che crescendo sviluppano un interesse maggiore. Ora capita che qualcuno si metta a studiare da solo, senza incitazioni. Il momento della musica è il dopocena; per fortuna abbiamo muri spessi e vicini comprensivi”. Oltre allo studio ci sono i saggi: quattro saggi per quattro bambini. “Hanno sempre rappresentato momenti emozionanti, intensi e preziosi per tutta la famiglia. Ci siamo goduti il frutto della fatica e del sacrificio collettivo”.

Ma voi genitori suonate? “No, non siamo musicisti, a parte il padre di Paola che suona benissimo la fisarmonica. Però ci piace la musica, la ascoltiamo e abbiamo proposto ai bambini molti stili e molte sonorità. Di certi stili si sono appassionati. Pietro è un grande estimatore di De Andrè e quando si vuole rilassare o quando è nervoso prende il contrabbasso, si cerca qualche nota, suona un po’ di sue canzoni. Questo ci ha portato a una riflessione: per un bambino lo strumento non è solo un oggetto, è un vero strumento dell’anima che attraverso le sue sonorità riesce a esprimere le emozioni, magari in maniera non convenzionale, facendo rumore, ma sempre dando vita e forma all’emotività”. Si dice che uno strumento tira l’altro. “È vero. Chiara ha dimostrato interesse per il violino e con una minima spesa abbiamo trovato un piccolo strumento che lei ha cominciato a usare spontaneamente, senza lezioni, guardando qualche video didattico su YouTube. Poi c’è il flauto che appassiona Giorgio, anche grazie a un progetto della scuola elementare. E ci sono gli strumenti “off”, a emissione singola: il triangolo, le nacchere, le maracas, il tamburello. Quando arriva qualche altro bimbo a giocare, la scatola degli strumenti è sempre presa e rovesciata sul tappeto e la produzione sonora coinvolge tutti (anche se talvolta non ha nulla di musicale). La troviamo una cosa bellissima”.

I ragazzi fanno anche judo, che è lo sport di famiglia. “Lo praticava Giovanni – racconta Paola – e ci è piaciuta come scelta. È uno sport uguale per tutti per comodità, che per fortuna piace a tutti e non è stato imposto a nessuno. Partecipiamo attivamente alle gare. Siamo in squadra con Cuori Sportivi, un’associazione gestita da Massimo Audino, di cui abbiamo una stima enorme. Massimo ci aiuta nel percorso educativo. Con il judo abbiamo riequilibrato alcuni aspetti difficili dei nostri bambini. Timidezza e riservatezza si sono attenuate perché si lavora sul contatto fisico, sul non aver paura dell’altro, sul giocare in modo ravvicinato. Ha aiutato anche a smussare quella vivacità, a volte scoordinata e senza regole, di alcuni dei nostri bimbi e li ha guidati a esercitarsi all’interno di un perimetro di regole e di rispetto. Anche le gare hanno un grandissimo valore. Sappiamo di toccare un argomento spinoso per alcuni genitori, perché è vero che durante le gare c’è competizione, ma Massimo è riuscito a creare il clima giusto, senza tensione verso la vittoria e senza mortificazione nella sconfitta. Deve essere sempre un divertimento, finalizzato a dare punti alla squadra. Perdere diventa persino importante, perché si impara a riconoscere la superiorità dell’avversario e talvolta semplicemente la fortuna”.

Per conciliare la vita quotidiana con l’avventura musicale e sportiva di quattro figli, Paola dedica il pomeriggio ai bambini. “Ho fatto una scelta professionale limitante, se vogliamo, ma che mi consente di stare con loro. Ci sono arrivata col tempo ed è stata un’evoluzione. Ho capito (e l’importante era che lo capissi io) che i bambini hanno bisogno di stare con un genitore un po’ di ore ogni giorno. Per il papà era più difficile modificare gli orari di lavoro e ho scelto di farlo io. Non è stato facile. All’inizio mi sembrava un’imposizione e non una scelta, poi però ho visto i vantaggi e dopo qualche tempo anche i frutti. Ovviamente era necessaria la presenza di una donna calma, non frustrata o nervosa per aver rinunciato a qualcosa. Questo equilibrio è stato trovato, grossomodo, ed è quello che ci consente di stare bene tutti, con piccole aggiustatine ogni tanto. Ognuno sa che in questa grande famiglia ha un ruolo e dei compiti, che però non sono rigidi, perché sono previsti i momenti di difficoltà, di cedimento, di mancanza di voglia. È prevista la comprensione per il bambino che ha bisogno di fermarsi un momento, anche se capita ad alcuni bambini più che ad altri, perché per indole alcuni sono in grande sintonia con un ritmo, altri no”. Questo significa un grande rapporto tra fratelli. “Gli antagonismi tra loro ci sono e sono vitali, come la concorrenza che fa bene all’economia, quella vivace e non sleale, che favorisce la crescita e la ricerca di soluzioni. Nel nostro caso a volte le soluzioni sono trovate dai genitori e vengono imposte, altre volte, meglio, sono trovate dai bambini stessi. Nel tempo ho visto che si sono creati dei meccanismi di compensazione: i bambini hanno capito che ognuno di loro usufruisce dei vantaggi della famiglia, dell’amore dei genitori, e che però questo non avviene sempre per tutti, nello stesso momento o con la stessa modalità. Penso che siamo riusciti a trasmettere loro un senso di giustizia e anche un senso di parità. Così si è sviluppato l’aiuto reciproco: li vedo felici che nessuno resti indietro”.

E la logistica quotidiana? Non è difficile organizzarsi? “Abbiamo scelto ovviamente luoghi vicini a casa e orari strategici. Ci siamo accordati con istruttori e maestri. Da un punto di vista economico tutte le attività sono state scelte perché considerate vantaggiose. Riusciamo a sostenere le spese in parte perché io continuo a lavorare e in parte perché all’interno dell’economia familiare si sono fatte scelte che prediligono queste voci e non altre. Per esempio abbiamo depennato le cene fuori o il vestiario (facciamo parte di una grande catena di riciclo tra mamme). O ancora i libri, che si prendono in biblioteca. O i giocattoli. Alle feste di compleanno (questa è una scelta condivisa da molti genitori) è in uso scrivere espressamente di non portare doni, così più bimbi possono partecipare e si evita l’accumulo di giochi che sommergono le camerette. Altra cosa a cui abbiamo rinunciato è la televisione, che ruba tempo. L’informazione la ricaviamo dalla radio, che non satura ed è uno stimolo per l’immaginazione”. Per insegnare questa disciplina ai figli bisogna essere adulti con grande autodisciplina. “Cerchiamo di non darci delle imposizioni – dice Paola -, ma di stabilire uno stile di vita. Una volta metabolizzato è più facile. Non sempre è un quadro idilliaco: anche noi genitori abbiamo le nostre insicurezze, è difficile ricordarsi di tutti e soprattutto di se stessi. Non bisogna mai trasformare la famiglia numerosa in un alibi, mai pensare che gli altri ti capiscano perché hai quattro figli. Quando c’è bisogno di aiuto abbiamo il coraggio di chiederlo. La creazione di una rete tra genitori è importante, poi ci sono i nonni, la nostra vice nonna, i vicini con cui c’è un ottimo rapporto. Ma forse noi abbiamo una predisposizione a un tipo di vita in cui ci sono molte cose da fare e giornate molto piene. Una predisposizione alla famiglia numerosa”.

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