Un papàspaziale

Quando sono tornato dalla missione spaziale, dopo sei mesi di lontananza, mia figlia Sofia, che aveva 2 anni, si era ormai abituata a vedermi solo nel monitor, si era fissata che io vivessi dentro un televisore. Mi ha guardato con diffidenza, sembrava dirmi ‘Ma come papà, tu hai le gambe? E cosa ci fai qui in prima persona?’. Vivevo un po’ dentro un paradosso: perché alla fine per lei era normale che io fossi nello spazio, anormale era che io fossi tornato e fossi fisicamente lì, che occupassi uno spazio nella sua vita, come per esempio il letto di mamma che per tutti quei mesi era stato suo”.

Così Paolo Nespoli racconta un passaggio fondamentale della sua vita di astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Lo abbiamo incontrato al Festival della Scienza di Settimo Torinese (TO) e lo abbiamo intervistato: spontaneo, sincero, diretto. Con una gran voglia di trasmettere la sua esperienza. Paolo vive a Houston, con sua moglie Alexandra e due figli, Sofia di 5 anni e Maximillian di 1 anno. Spesso gli impegni di astronauta lo portano lontano da casa.
“Sono un papà un po’ assente. Quando ci sono, mi metto a disposizione. Cerco di far diventare, e mantenere, prezioso il tempo che abbiamo insieme. Max è ancora piccolo e quando torno a casa mi guarda con diffidenza, si aggrappa alla mamma e ci mette un po’ prima di venire in braccio a questo ‘straniero’. Con Sofia le cose cambiano. Gioco con lei e faccio tutto quello che può fare un papà con i suoi figli. La porto in giro, faccio il taxi-driver, la sera la metto a letto e le racconto la storiella, le faccio il massaggino”.

Sofia aveva solo 1 anno e mezzo quando sei partito.
“Con Sofia c’era un attaccamento più forte di quello che c’è oggi con Max. è stato interessante vivere questo rapporto, sia durante la preparazione sia quando ero sulla Stazione Spaziale, dove abbiamo la possibilità di fare videoconferenze con la famiglia. Al primo collegamento eravamo tutti eccitati, io sulla ISS, mia moglie e mia figlia a casa, il sistema di videoconferenza sul tavolino, e boom! appare questa immagine dallo spazio, loro sedute sul divano. Iniziamo a parlare, ma Sofia dopo un paio di minuti si allontana e io sento in lontananza i suoi ‘patapum patapam’. Ho continuato a parlare con mia moglie finché Sofia è ritornata davanti al monitor, ho visto la sua testolina apparire di lato, qualcosa che si avvicina e poi l’immagine sparisce… Sofia si era avvicinata al monitor, si era appoggiata di spalle e stava cercando di venirmi in braccio. E proprio non riusciva a capire perché non fosse possibile”.

E Sofia, oggi, come vive il tuo lavoro di astronauta?
“In realtà non mi chiede molto, per lei è più o meno normale. Proprio un mese fa ero a Houston, l’ho presa a scuola e l’ho portata con me al centro della NASA. È stato interessante vederla curiosare in giro, farmi domande, guardare le foto, toccare le cose in giro, perché Sofia è un’esploratrice nata. Non so per quanto tempo resterò astronauta, ho voluto farle una foto che poi ricorderà quando sarà più grande”.

E se domani uno dei tuoi figli ti dicesse: voglio fare l’astronauta?
“Non sono né pro né contro. Guardo ai miei figli come i figli di qualsiasi altra persona. Quando mi chiedono ‘Voglio fare l’astronauta, cosa devo fare?’, io rispondo che nella vita bisogna trovare qualcosa che ci piace, capire quali sono le nostre passioni. Quando chiedo: ‘Perché vuoi fare l’astronauta?’ spesso mi sento rispondere: ‘Perché voglio diventare ricco e famoso’. Ti hanno visto in televisione e per definizione sei famoso, almeno tanto quanto quelli del Grande Fratello. Io spero che mia figlia se deciderà di fare l’astronauta lo farà non per imitare il padre, non perché penserà di diventare ricca e famosa, ma perché fare l’astronauta le piacerà veramente. Sofia ha molto del mio carattere. Ci sta anche che un giorno decida di fare l’astronauta. Io cercherò di fare quello che tutti i genitori dovrebbero fare: lasciare che i figli decidano la loro strada, dare loro la possibilità di sperimentare per riuscire veramente a capire quali sono i loro talenti, le loro passioni”.

Tua mamma è mancata quando eri nello spazio. Hai voglia di raccontarlo?
“Come famiglia eravamo molto legati a nostra madre. Aveva 77 anni e stava bene quando sono partito. Poi le parlavo dalla stazione, facevamo le videoconferenze e ho capito che qualcosa non andava. Ho scoperto da mia sorella che non sapevano quanto sarebbe ancora vissuta. Sono passati un paio di mesi prima che ci lasciasse, ma è stato pesante, mi sono sentito incapace di interagire con il sistema, di dare il mio contributo. Ho cercato di essere presente per quanto la situazione me lo permettesse. Alla fine ho accettato la situazione, siamo su questo mondo in maniera transitoria, ci sarà un momento in cui lo lasceremo. E’ stata molto toccante la piccola cerimonia che abbiamo fatto sulla ISS, seguita da tutti i centri di controllo. Un momento intenso, in cui tutti hanno partecipato al mio dolore. Poi la vita continua. E io sono andato avanti con la mia”.

Che rapporto avevi con tua madre?
“Il rapporto con i miei genitori è stato molto forte, specialmente con mia madre che era a casa e gestiva quattro figli. Io ero il maggiore, sono stato quello che ha aiutato i miei genitori a capire cosa vuol dire essere un figlio. Non è stato facile. Mia madre era molto forte, ma lo ero anch’io. Ci sono stati degli scontri quando ero ragazzo, poi negli anni ci siamo riallineati. Alla fine, il mio carattere e molte delle mie fattezze fisiche sono sue. Quando è nata Sofia, mia moglie mi ha preso da parte più di una volta, sottolineando come il tipo di interazione che avevo non fosse dei migliori. Seguivo l’approccio educativo di mia madre, ormai superato. Adesso si usa il ‘positive reinforcement’. Mia madre sostanzialmente faceva il ‘negative reinforcement’, potevo fare nove cose bene su dieci e lei mi distruggeva la vita per quell’unica cosa fatta male. Mia moglie ha dovuto fare delle correzioni riguardo al mio ruolo di papà e le sono grato per avermi dato la possibilità di conoscere un modo educativo diverso da quello con cui ero cresciuto, che poi ha portato a un’adolescenza turbolenta, specialmente nel rapporto con i miei genitori. Paradossalmente, proprio questo rapporto mi ha portato a essere quello che sono adesso. Ai tempi non sono riuscito a fare l’università, sono andato a fare il militare di leva e ci sono rimasto. Se fossi tornato a casa, le cose sarebbero andate diversamente”.

Torniamo alla tua esperienza nello spazio. Nel tuo libro “Dall’alto i problemi sembrano più piccoli”, definisci le videoconferenze “coccole psicologiche”.
“Guarda, non sei solo tu che hai bisogno di supporto emotivo, ma anche la tua famiglia, perché in fin dei conti li hai abbandonati sulla Terra. Le videoconferenze sono state volute dalla NASA dopo una serie di analisi psicologiche sulle problematiche da isolamento dell’astronauta. Questa capacità di vedersi permette uno scambio continuo tra te che sei nello spazio e la tua famiglia sulla Terra. Entrambi hanno bisogno di sapere che stanno bene, che non ci sono problemi o che se ci sono si risolvono. È un livello di supporto multiplo, una mutual assurance”.

Come comunicavi al mondo le emozioni che provavi giorno per giorno?
“Sulla stazione c’era la possibilità di avere un collegamento Internet, che lassù è importante e permette di comunicare con il resto del mondo. Non solo con i centri di controllo, la famiglia. Ho pensato che sarebbe stato utile, anche per l’agenzia spaziale, utilizzare i social media per far passare un messaggio in favore della scienza, della tecnologia, della ricerca. Un messaggio socialmente importante. L’uso di Twitter dallo spazio, anche in modo anomalo, one-way, mi è servito da valvola di sfogo spaziale, perché fare la cosa più bella del mondo e poterla comunicare aggiunge molto all’esperienza stessa”.

Tutti hanno ammirato le immagini che hai twittato dallo spazio.
“Poter mandare foto dallo spazio mi è servito a livello di supporto psicologico. I messaggi delle persone che mi seguivano da Terra mi hanno fatto sentire che quello che stavo facendo non era importante solo per la scienza e la ricerca, ma andava a toccare la gente da un punto di vista sensoriale. Un aspetto di contorno alla missione che l’ha resa ancora più interessante e significativa”.

Vedevi la Terra, che emozioni hai provato e cosa ti hanno lasciato?
“Mi piace fare un’analogia. Sulla Terra siamo come una persona che vuole vedere un quadro al museo. Ci mettiamo lì, col naso appiccicato al quadro e quello che vediamo è solo un dettaglio. Dobbiamo allora tirarci indietro e vedere la figura d’insieme. Ecco, questo è quello che hai nello spazio. Stacchi il naso da terra e hai una visione d’insieme che è sorprendente, impressionante, perché ti fa vedere delle cose che prima non riuscivi a capire. Annulla le distanze. Sulla Terra non abbiamo la percezione di avere un impatto globale. Pensiamo che tutto si risolva nel giro di qualche chilometro. Quando socialmente dividiamo il mondo in confini e pensiamo che l’Italia sia una cosa a parte, facciamo un errore grossolano, perché non vediamo veramente. Dovremmo vedere questo mondo come unico. Facciamo tante cose senza capire che alla fine siamo tutti legati. Siamo i marinai di questa nave che è la Terra in viaggio nell’Universo. E siamo dei marinai che hanno un impatto enorme su questa nave. Sono convinto che tutti noi dovremmo andare nello spazio, dovrebbero andarci anche i nostri politici, perché paradossalmente nello spazio si diventa terrestri migliori. Siamo legati ai ritmi della terra in un determinato luogo: il ciclo delle stagioni, il giorno e la notte. Sulla stazione spaziale tutto questo non esiste. Se hai un’ora di tempo, fai il giro del mondo. Vedi quattro stagioni, ambienti diversi che si susseguono, gli oceani, i cinque continenti, hai almeno un ciclo giorno-notte. E’ una trasformazione che all’inizio ti sconvolge. Se devi fare una foto alla Terra che passa sotto a otto chilometri al secondo, sveglia!, hai solo tre secondi per farla”.

L’emozione più bella che hai provato nello spazio e, se c’è stata, la paura più grande?
“Guarda, sono stato sei mesi nello spazio e posso tranquillamente dire di non aver mai avuto paura. Non perché sono un incosciente, ma perché la paura è un sentimento che viene in situazioni che non conosci e che la tua mente definisce pericolose. Con tutto l’addestramento non mi sono mai trovato nello spazio in una situazione ignota. Tensione sì, invece. Spesso lavori a un esperimento che è costato 5 milioni di dollari, ci hanno lavorato in trecento persone per cinque anni. Arrivi tu, sei stanco, affamato, distratto, hai due ore di tempo, sei sotto pressione. In queste situazioni si crea tensione, hai l’ansia da performance, ti viene chiesto di lavorare al 100%. Facilmente puoi creare un disastro (“Houston, ho fatto una cretinata!”). È davvero bello quando ti rendi conto che gli errori e i problemi ci sono perché tu sei nello spazio ma continui a pensare da terrestre. E il tuo cervello è così impegnato a processare cose normali – mangiare, dormire, bere, andare in bagno – che non rimane spazio per altro. Se prima riuscivi ad affrontare una situazione complessa con tutto il cervello pronto a organizzare le informazioni, adesso hai solo un quarto di cervello disponibile. Ed è uno dei momenti più belli quando diventi extraterrestre, cosciente delle tue enormi capacità. Quando non devi più neanche pensare a come muoverti o come fare le cose, non pensi più alla spinta che ti devi dare per non andare a sbattere contro il muro. Quando ritorna la capacità di pensare, quando diventi l’uomo ragno, con capacità diverse da prima. Quando chiami Houston e dai tu un aiuto a loro, e scopri che qualche giorno dopo hanno cambiato tutte le procedure come tu gli hai suggerito. Quando sai che puoi fare un esperimento con risultati chiari e precisi. Ecco, queste sono tutte sensazioni molto belle. Bellissime”.

[Barbara Papuzzi]

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