P&G: un papà che spiega la paternità ad alto contatto

I dipendenti P&G hanno diritto ad un congedo di paternità di 8 settimane, pagate al 100% dall’azienda, illuminata in fatto di parità di genere e welfare. Ma a volte, oltre ai diritti, c’è bisogno di affrontare le paure, le culture, le insicurezze. Per questo P&G ha chiamato alcuni padri a raccontare la loro paternità ad alto contatto. Dario Benedetto, il Walking Dad di Torino, che ha fatto della paternità e del teatro la sua professione, era presente con uno speech per raccontare che anche a 40 anni un papà può imparare ad andare in bicicletta. Grazie ai figli.

Sei stato invitato da P&G per raccontare la tua paternità ad altri padri o potenziali padri. Quale era il messaggio che volevi trasmettere e lasciare?

Sono stato invitato da P&G per raccontare la mia esperienza di padre. Mi hanno contattato perché volevano comunicare con chiarezza ed ironia la loro politica delle 8 settimane. Il messaggio che volevo fare passare è che il papà di oggi non è un “mammo”, ma un padre che non si vergogna ad essere presente e felice. Non volevo sminuire le fatiche, la confusione, l’imprevedibilità dell’aver figli, anzi ho voluto metterla in luce con ironia e cinismo. Volevo fare passare il messaggio che si può fare, che le difficoltà hanno bisogno di tempo per raggiungere una soluzione, ma che quel tempo è prezioso e a volte anche molto divertente”.

L’incontro nella sede di una grande azienda che ha lanciato una politica a favore della famiglia e della parità nel lavoro di cura assolutamente unica in Italia. Perché il meeting?

L’iniziativa P&G è straordinaria, perché sancisce l’importanza della figura paterna in casa. Anni fa una cosa del genere sarebbe stata inconcepibile, e scusate la pertinenza della parola. Ci sono ancora molte resistenze culturali e spesso ci si considera superflui in casa. Il mio intervento non era l’unico, la prima parte era dedicata alla legislatura in merito, alla logistica del congedo. Dopo di me l’esperienza di un padre che lavora da anni nell’azienda e che usufruì anni fa del congedo per stare in casa con i figli. Con grande ironia ha raccontato i pensieri più intimi, come la noia e l’inadeguatezza, o il pensiero di essere indispensabile per l’azienda. Una coppia di dipendenti ha poi raccontato la loro esperienza di neo genitori e si sono aperti dialoghi dopo ogni intervento. Si è consapevoli delle resistenze e si organizzano questi incontri proprio per sviscerare i preconcetti”.

La tua è una paternità ad alto contatto. Ci spieghi i privilegi e i benefici per te, per i bimbi, per la tua compagna?

“La mia esperienza è stata decisa durante la prima gravidanza. Lavorando spesso di sera ho scelto di stare a casa con i miei figli, portandoli in luoghi di aggregazione come le ludoteche e i parchi giochi, cucinando e giocando con loro tutta la settimana. Non è una pacchia, spesso ci si scoraggia, a volte i loro pianti sono esasperanti, la noia è un gigante seduto vicino a te, ma trovi forze inaspettate, rimani abbagliato dalla bellezza di alcuni momenti, insomma lo rifarei subito. La mia compagna è una fisioterapista, quindi se uno dei nostri figli si prende una storta lei li rimette a posto e io ci ricamo una storia. Questo per dire che siamo complementari in famiglia. I benefici sono molti, risolviamo i problemi in fretta e riusciamo ad avere una comunicazione fluida sulla gestione dei bambini.

Su questa esperienza ho scritto un libro edito da Bookabook uscito a fine marzo dal titolo Walking DAD-nato sotto il segno dei gamberi , dove parto dal fatto di aver imparato ad andare in bicicletta a 40 anni proprio grazie alla paternità. Un risultato concreto che mette in equilibrio tutta la famiglia”.

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