Piccoli neofobici

Ho acquistato tempo fa un libro di ricette per bambini con lo scopo di far mangiare ai miei figli qualcosa che non fosse solo pasta in bianco. Loro, i piccoli schizzinosi, sono due bambini di 6 e 4 anni (femmina la grande, maschio il piccolo) impossibili a tavola. Nelle pagine iniziali ho trovato consigli per quelli che hanno paura di assaggiare i cibi nuovi, cioè i bambini neofobici. Sono così giunta alla conclusione che entrambi i miei figli non sono viziati, ma sono neofobici! La neofobia è la paura di assaggiare alimenti sconosciuti e, a quanto ho letto, avrebbe anche basi biologiche (si manifesta nell’età in cui il bimbo comincia a muoversi autonomamente e per questo motivo prova riluttanza a mettere in bocca cose nuove, il che è d’aiuto perché evita di ingerire alimenti tossici o nocivi). Nei miei figli la neofobia si è manifestata intorno ai 3 anni in concomitanza con l’ingresso alla scuola materna, dove peraltro pranzano con cibo fresco di ottima qualità. In pratica i miei bambini hanno una dieta monotematica e non manifestano curiosità per alcun tipo di cibo, dal dolce al salato, escludendo a priori qualsiasi forma di verdura, frutta e legumi. La richiesta di aiuto che le mando è questa: esistono strategie familiari per gestire la neofobia? È una normale fase evolutiva che col tempo scompare? C’è qualche specialista a cui rivolgersi?

Grazie e cordiali saluti. Elsa

 

Cara Elsa,

una mamma che ricerca una strategia familiare ha già fatto un terzo del percorso necessario per risolvere il problema. Troppo frequentemente le mamme pensano di riuscire da sole a farsi carico delle questioni che riguardano i figli, soprattutto se si tratta del cibo, per poi ritrovarsi affaticate e cariche di sensi di colpa. Se mamma e papà gestiscono insieme la difficoltà non mandano messaggi contraddittori, che rendono la situazione statica, nonostante entrambi si siano prodigati in tentativi preziosi. I tuoi figli hanno iniziato a rifiutare cibi nuovi in una fase di età che presenta la criticità del “no” a situazioni, persone, oggetti sconosciuti. Ciò rientra nella normalità e con la crescita e l’accesso a nuove tappe di sviluppo tende a diminuire; inizialmente tuttavia tale rifiuto può manifestarsi come una vera e propria avversione verso quei cibi non conosciuti o ritenuti sgradevoli. Con l’ingresso alla scuola materna, inoltre, il bambino si trova a dover fare i conti con una serie di cambiamenti che sono legati alla socialità, alle nuove regole e più in generale alla sua crescita e sovente utilizza il cibo per comunicare quelle difficoltà che non riesce a raccontare in altro modo. Purtroppo in molti casi il tempo passa ma nulla cambia.

Tale rifiuto può diventare un problema quando i genitori, coinvolti emotivamente, attivano una serie di comportamenti e atteggiamenti che col tempo si consolidano, generando così un copione familiare indesiderato; inoltre, ogni nuovo tentativo che fallisce li convince sempre più che si tratta di qualcosa d’impossibile. La strategia familiare di cui mi chiedi, dunque, consiste nel provare a comprendere sia come la famiglia gestisca emotivamente tale rifiuto, sia quale significato quest’ultimo assuma per i figli. Per esempio, un rifiuto inizialmente spontaneo e fisiologico, può con il tempo diventare un modus operandi con cui il bambino esercita un potere sui genitori oppure afferma la propria identità. Ci sono davvero tante sfumature, che si possono cogliere solo conoscendo un po’ di più la famiglia. Se lo desideri, possiamo fare una chiacchierata di persona, con l’idea che la strategia che una terapeuta familiare può aiutarvi a trovare è simile a quella che si usa quando si gioca a Shanghai: se si vuole prendere subito il bastoncino che ci interessa, si rischia di perdere; se invece si ha la pazienza di “lavorarci un po’ attorno”, il bastoncino si libera da solo.

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