Piccoli tiranni

Sono la mamma separata di una bimba di 9 anni, Matilde. Passiamo molto tempo insieme e abbiamo sviluppato un rapporto di complicità. Lei è una bambina allegra e di indole poco capricciosa. Però, non sopporta i no. Ed è proprio per paura di scatenare una scenata che ho sempre tentato una via alternativa, una soluzione di compromesso, una mediazione. Ma ora mi accorgo che la bambina pensa di poter far sempre quello che vuole. Se non lo ottiene, fa scene tremende, incontenibili. Ho notato che è un problema molto diffuso intorno a noi, genitori timorosi dei bambini e bambini incontenibili. Stiamo allevando una generazione di piccoli tiranni? È possibile far marcia indietro?
Grazie, Barbara

Cara Barbara, come tu hai ben osservato, la fatica che stai vivendo nel dire “no” è condivisa dalla maggior parte delle mamme e dei papà di questa generazione. La tua lettera offre uno spunto di riflessione su una delle maggiori criticità dell’essere genitori oggi: l’esagerato timore che li rende inefficaci dal punto di vista educativo. Ma di che cosa hanno paura i genitori? Temono che, obbligando il bambino a fare ciò che ritengono sia meglio per la sua crescita o a comportarsi nel modo che reputano più corretto, si rischi di “traumatizzarlo” o di soffocare le sue potenzialità. Nel tentativo di rendere i figli felici sempre e comunque, non si riesce più a tollerare che il proprio bambino possa sperimentare una piccola o grande frustrazione. L’aspetto allarmante è il crescente numero di bambini che hanno una bassa autostima e che s’arrendono quando non riescono a far bene una cosa al primo tentativo. Moltissimi sono timorosi e spaventati davanti alle situazioni che non offrono un’immediata gratificazione: iniziano uno sport e alla prima difficoltà lo abbandonano; se sbagliano un compito strappano il foglio e si disperano. Accompagnarli a sopportare un “no” è un buon vaccino per affrontare un piccolo fallimento e riuscire ad attendere un risultato: tutte le volte in cui si evita di dire un “no”, si perde un’occasione per fortificarli dal punto di vista emotivo. Nel tuo caso, Barbara, penso che l’esperienza della separazione, che porta sempre con sé sofferenza e grande fatica emotiva, abbia reso ancor più difficile il compito di porre dei limiti fermi con Matilde. Dire “no” significa vedere la propria bambina arrabbiata, significa anche sentirsi rispondere: “Sei cattiva! Ti odio!” e quando i bambini “sparano” le loro accuse, non è così semplice accoglierle e reggere la parte del cattivo, senza cedere alla tentazione di “far pace” immediatamente. Dire “no” significa mettere una distanza emotiva e, quando si è soltanto in due, è maggiormente faticoso sopportare che l’altro sia distante. Ma, cara Barbara, la marcia indietro la puoi inserire anche adesso: non tardare e buon viaggio!

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