Quali sono i valori da trasmettere ai figli?

Esistono valori universali in grado di unire gli abitanti di tutto il pianeta? Principi fondamentali come la libertà, la pace, il progresso sociale, l’uguaglianza dei diritti? Principi che ogni paese si impegna – o dovrebbe impegnarsi – a raggiungere? In tempi di globalizzazione, come genitori abbiamo il dovere di aiutare i futuri adulti a comprendere quali sono i valori comuni, perché i nostri bambini sono la prima generazione veramente cittadina del mondo: crescendo sentiranno, più delle precedenti, l’influenza di persone e fatti che accadono dall’altra parte del globo.

 

È nostra responsabilità farli crescere e abituarli a un modello di interazione nuovo, più tollerante, più aperto. Questa tolleranza servirà sempre, dalla prima classe di scuola materna al giorno in cui, forse, lavoreranno in un ufficio dall’altra parte del globo. Riconoscere dei principi comuni permetterà loro di gestire le differenze in modo sereno e pacifico. È un compito difficile, che la politica sembra meno capace di affrontare rispetto alla famiglia. In termini pratici, come si trasmettono ai bambini il rispetto per la dignità umana e l’apertura ad altre culture? Prima di tutto insegnando l’idea che ciascuno si deve definire da sé, senza farsi etichettare e descrivere dagli altri a priori.

 

Pensa globale, agisci locale

Parallelamente ai grandi principi universali, esistono valori educativi propri di ogni paese, che rispecchiano quel che è considerato importante trasmettere ai figli. Consapevoli che le generalizzazioni sono spesso riduzioni e tendono pericolosamente ad appiattire le più mutevoli sfaccettature in semplici stereotipi, abbiamo intervistato quattro genitori di continenti diversi, chiedendo cosa caratterizza l’essenza dell’educazione nella loro terra d’origine. Il nucleo di quello che un genitore sente di dover insegnare ai propri figli, perché rimanga in loro, per sempre, un’identità culturale forte e sicura. Dal Giappone, dall’Ucraina, dal Perù e dall’Irlanda, ecco le risposte.

 

Una vita armoniosa è una vita felice

Yumiko viene dal Giappone e ci racconta che l’essenza dell’educazione nipponica risiede nel concetto di armonia. “Senza equilibrio una vita non è felice e non contribuisce all’evoluzione di una persona, alla sua crescita. Per questo ai nostri bambini insegniamo che un bravo giapponese ricerca questo valore in tutti gli aspetti della giornata. Ogni mattina segna l’inizio della costruzione di un andamento armonico, a partire dal cibo: deve essere in equilibrio sia nel contenuto sia nella disposizione a tavola o nei ‘bento’, la scatola di legno in cui vengono collocati gli alimenti per il pasto fuori casa. Tutto tende all’armonia, anche nei campi dell’arte, della musica e persino nella disposizione della casa. Abbiamo una grande generosa maestra a cui guardare, la natura: come possiamo sbagliare strada? La natura non è egoista. Ce lo dicono i fiori, le montagne, lo scorrere dell’acqua: l’equilibrio è la strada da perseguire per vivere bene. Se c’è proporzione, c’è pace dentro di noi e questo previene i conflitti. Se abbiamo troppa energia dentro, dobbiamo domarla, magari con lo sport; le arti marziali per esempio sono la giusta via per ricondurre il disordine all’equilibrio. Anche la meditazione è importante, senza silenzio non possiamo capire se stiamo bene e se facciamo stare bene chi è intorno a noi. Le maestre a scuola fanno un gran lavoro per condurre i bambini a pensare al bene collettivo. A volte bisogna sacrificare il singolo per raggiungere l’armonia collettiva che è molto più importante. Un fiore non può star bene se il terreno è contaminato, così come un ruscello non può esser limpido se il ghiacciaio non è rispettato. Tutto, al mondo, è collegato”.

 

Missione indipendenza

Oksana è insegnante di educazione motoria, viene dall’Ucraina e ha vissuto in varie parti del mondo, tra cui l’Italia. “Per ragioni storiche, se penso a un valore a cui noi ucraini teniamo particolarmente e che cerchiamo di trasmettere ai nostri ragazzi, quello è sicuramente l’indipendenza. Lo facciamo da subito, con insegnamenti pratici come per esempio dare loro una piccola somma di denaro da gestire per l’acquisto delle merendine già in prima elementare. Nel corso degli anni li aiutiamo a pensare e pianificare per prender decisioni senza condizionamenti, basandosi su quello che si è e che si ha”. Nel curriculum della scuola media, in Ucraina, è previsto un corso di educazione nazional-patriottica: l’indipendenza è un discorso molto sentito. Bisognosi di costruirsi un’identità che vada oltre il ricordo di Chernobyl e l’appartenenza alla Russia – che dal 1990 è ufficialmente cessata – gli ucraini hanno bene in mente quanto sia importante istruire le generazioni future a sentirsi libere di andare a scoprire il mondo, riconoscendo però il valore della propria cultura e la loro unicità. “L’autonomia è per i nostri bambini una specie di missione che devono conquistare sul piano economico, culturale e fisico – prosegue Oksana -. Lavorare durante gli anni dell’università, per esempio, è molto comune tra i nostri ragazzi, per andare a vivere da soli oppure per contribuire alle spese della famiglia. Da quando siamo indipendenti dalla Russia, abbiamo la possibilità di svolgere un lavoretto retribuito già a 15 anni. Per crescere una generazione emancipata pensiamo che sia importante anche l’educazione allo sport. Lo sport ti allena a resistere, a superare un poco i tuoi limiti, al rispetto, alla disciplina e inoltre ti insegna a sapere come contare sulle tue forze. Se sai chi sei, se sai cosa vuoi non ti perdi nell’incontro con altri paesi, ma ti arricchisci e metti a disposizione di chi ti ospita le tue braccia e le tue conoscenze”.

 

Un recuperato orgoglio

Maria Fernanda viene dal Perù, fa la traduttrice e ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e in Europa. “Credo che poche culture possano contare su una diversità come la nostra. I valori dei peruviani sono intrisi di questo miscuglio di lingue ed etnie che si sono mescolate adattandosi ad abitare in un territorio così composito. Siamo stati colonia spagnola per trecento anni ed è certamente l’influenza maggiore che portiamo nel sangue, ma oggi i giovani esprimono finalmente l’orgoglio di essere un paese fatto di Incas, africani, italiani, tedeschi, indiani e asiatici. Questo recuperato orgoglio è un valore nuovo che si permettono di specificare. Ciascuno di noi può vantare radici razziali plurime. In un certo senso, guardando all’Europa di oggi, siamo stati un paese all’avanguardia: la scuola ha fatto molto perché si stemperassero le caste che – a differenza di quanto succede in India – non avevano un nome, ma si sono sempre percepite. Negli anni abbiamo riposto molta fiducia negli insegnanti: è stato come se avessimo affidato loro, collettivamente, un pezzetto del nostro destino e ci siamo lasciati guidare al cambiamento. Direi che il progetto è riuscito: oggi non si parla più del Perù come di un paese in via di sviluppo, ma lo si indica come un posto che vale la pena scoprire, ricco di storia, cultura e varietà. Stiamo anche esportando una cucina che ha radici millenarie e sa miscelare tradizioni diverse. Dopo che per secoli ci siamo vergognati di mangiare la quinoa, ora la vendiamo nelle migliori botteghe del mondo! Direi che se dovessi riassumere in una parola il valore che più ci contraddistingue sceglierei la parola: inclusione”.

 

Il bello di far quadrato

E per finire torniamo in Europa: Anne Marie ci racconta l’anima del suo paese, l’Irlanda. Nel corso degli anni trascorsi all’estero, in Tailandia, in Francia e in Cina, Anne Marie si è accorta che ovunque la comunità irlandese ama far quadrato, non importa quanto piccola sia. Non tanto per difesa, quanto piuttosto per coalizzare le risorse. “Siamo una nazione che ha combattuto a lungo per il diritto all’indipendenza: indubbiamente questo ci ha portato a sviluppare un’attitudine al senso di unione interna. La compattezza ha reso possibile tutto il cammino fatto per essere riconosciuti nella nostra specificità e non solo come una costola dell’Inghilterra. Credo che per noi irlandesi, l’integrità sia il più grande valore che possiamo esportare e che ci connota ovunque. Il film The Commitments, tratto dal racconto di Roddy Doyle, ha reso benissimo l’essenza del nostro popolo, al punto che il titolo non è stato tradotto perché è difficile trasporre integralmente in una sola parola il significato completo del termine, un misto tra impegno, dedizione e l’essere tutti d’un pezzo!”.

[Simona Obialero]

 

Il contest #10voltefamily è organizzato da GG – Giovani Genitori e promosso da Aboca – www.aboca.it

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