Quella brava matrigna

da | 3 Set, 2021 | Lifestyle, Persone

Istruzioni di una “matrigna” per costruire una famiglia allargata e volersi bene 

Sono cresciuta con una immagine malvagia della matrigna. Mia mamma, rimasta orfana durante la guerra, fu abbandonata dal padre alle cure poco amorevoli di una nuova sposa, una donna che a raccontarla sembra uscita da una favola.

Le rare occasioni in cui ci raccontava della sua infanzia, lo faceva parlando dei maltrattamenti, del senso di abbandono e tristezza, della povertà affettiva in cui ha trascorso i primi anni di vita. 

“Sono più i pasti che ho saltato di quelli che mi ha cucinato”, diceva, raccontandoci di doversi accontentare di un piatto di fave mentre il resto della famiglia mangiava pollo arrosto, di vestiti vecchi e strappati, di lavori domestici fino a notte fonda, di sorellastre sempre preferite. 

Questo immaginario di privazioni faceva nascere in noi la convinzione che la mamma fosse nientemeno che Cenerentola e che, al posto del Principe Azzurro, la sua meritata ricompensa  fossimo noi, i suoi adorati bambini! 

D’altro canto, la spregevole figura della matrigna non aveva fatto una una brutta fine, come nelle favole di Perrault o nei cartoni di Walt Disney, ma si era trasformata in una nonna un po’ burbera e petulante, che mia madre accoglieva in casa dimentica del suo triste passato.

Il mio turno, come matrigna

Quando, da adulta, mi sono trovata io nella situazione di essere una matrigna, l’infanzia di mia madre si è riversata su di me come un temporale a ciel sereno. Ce l’avrei fatta? Sarei stata cattiva? Avrei fatto soffrire dei bambini come aveva sofferto lei? 

Ho capito strada facendo che il ruolo di matrigna è veramente troppo soffocato dai pregiudizi. Gli stereotipi sono così forti che sembra impossibile trovare piacevole essere “il terzo genitore” di figli altrui, soprattutto se si hanno figli propri. Ma a me questa esperienza è piaciuta, perché mi ha permesso di godermi da vicino la stupefacente evoluzione di piccoli esseri umani, senza sentirmi addosso troppi patemi o responsabilità.

Un piccolo gesto

Non spetta a me il giudizio, tuttavia credo che all’interno della famiglia allargata il mio ruolo di madre-matrigna sia considerato positivo. Analizzando il passato, ora che i figli sono grandi, ho capito che sono risultati vincenti alcuni comportamenti. Il primo è semplice: non parlare mai male della ex-moglie del mio partner. 

Ogni bambino ha il diritto di sentirsi amato dai suoi genitori, che siano vivi, separati, che li abbiano abbandonati in tenerissima età o che siano morti in maniera tragica. Lui/lei possono essere stati compagni di vita terribili, ma restano comunque i genitori del bambino e, in quanto tali, vanno rispettati. Persino un po’ idealizzati, perché ciascuno vuole essere figlio di una persona un po’ speciale.

Personalmente non ho mai avuto rapporti con la ex, ma ho risolto la questione in una delle primissime vacanze. Convinta, come sempre, che un piccolo gesto valga più di mille parole, ho comprato un ricordino per tutti, compresa l’altra mamma. I figliastri glielo hanno portato, la settimana successiva ci sono arrivati i ringraziamenti e da quel giorno non c’è stato bisogno di aggiungere altro.

Un preferito per volta

Come adulti abbiamo una posizione asimmetrica nei confronti dei bambini. È naturale detenere alcuni poteri e il conseguente diritto di esercitarli: questa situazione può spaventare chi si trova sul lato opposto della scala dell’autorità e può generare l’irrefrenabile tentazione di abusare del proprio potere.

Quali sono i poteri di una matrigna? Tanti. Nel mio caso era soprattuto la scelta e preparazione del cibo, ma ci sono anche il tipo di accudimento, la distribuzione delle tenerezze, persino l’amore che si sottrae al papà. 

Questa consapevolezza ha comportato in me due scelte. La prima è stata quella di non entrare mai in competizione affettiva. Il mantra tanto spesso ripetuto è stato: “Papà vi vuole un bene speciale, diverso da quello che vuole a me”. 

La seconda è non trattare mai i figliastri come ospiti d’onore. Sono, semplicemente “uno di noi”. Certo, al loro arrivo trovano (il più delle volte) la casa pulita e una buona cena che ci permette di godercela tutti insieme, tuttavia i giochi, le chiacchiere, le incombenze e le necessità sono condivise e ugualitarie, proprio come le decisioni. Capita che qualcuno per merito o fortuna sia premiato (stasera andiamo al giapponese per far contento Aldo!) ma tutti sanno che, prima o poi, il jackpot arriva.

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Creare ricordi

Il rapporto con i figliastri comincia, ovviamente, molto tempo dopo il rapporto instaurato con i propri figli. Per colmare il dislivello è bene costruire una narrazione familiare, cioè creare occasioni che restino in memoria. 

Ho insistito molto perché andassimo tutti insieme in campeggio (i figliastri non c’erano mai stati), ho trascinato quattro bambini a un memorabile concerto dei Muse, ho organizzato una traversata dell’Italia che è diventata parte fondamentale della storia della nostra nuova famiglia. 

Vivere esperienze straordinarie insieme ha creato un senso di cameratismo e tanti ricordi. Considero la (grande) spesa di energia e di risorse uno dei migliori investimenti che abbiamo fatto per ottenere benefici sul lungo termine.

Il rispetto

Alla base di ogni relazione sana c’è il rispetto. Considerare i bambini di casa – che siano figli o figliastri – come esseri umani in sé, con i propri pensieri, le proprie esigenze e le proprie emozioni è il primo passo. Va da sé che si deve (si deve!) essere gentili e disponibili, ascoltare, parlare con dolcezza, non gridare. Né più né meno di quello che si fa con tutte le altre persone in un rapporto civile e corretto. 

Questo non significa essere tutto zucchero e miele, comportarsi da camerierina al piano o soffocarli di amore puccioso. Le regole di base valgono per tutti, anche se ci si vede solo due weekend al mese: si portano a casa buoni voti, si tiene il volume basso, ci si alza per sparecchiare, si riceve la stessa paghetta, si lascia il bagno pulito. Senza nemmeno dirlo, state insegnando ai futuri adulti le basi della convivenza. Vi ringrazieranno quando si troveranno all’università e dovranno vivere con dei coinquilini.

Immagina quando saranno adulti

È incredibile che quel bambino così pallido e silenzioso si sia trasformato in un brillantissimo studente. Ha del miracoloso pensare che la rabbiosa preadolescente si dimostri piena di umanità e passione. La qualità della vita da adulti dipende tanto da quel che si è appreso da piccolissimi: i primi cinque anni di vita sono fondamentali, ma tutta l’esperienza dell’infanzia contribuisce a fare di noi quello che siamo.

Crescere i figli degli altri significa maneggiare qualcosa di prezioso, di cui avete la responsabilità. Lasciate perdere le contrarietà del momento (ma è possibile con non riescano a capire che quando si entra in casa ci si toglie le scarpe?). Concentratevi sul futuro, sul meglio che potete fare per lasciare una piccola traccia positiva in queste anime giovanissime.

Qualcosa solo per loro

L’affetto non si compra, ma la stragrande maggioranza dei bambini apprezza i regali con sfrenato consumismo. Senza strafare, perché non è una ostentazione di ricchezza, acquistate ogni tanto un pensiero carino per i figli del partner, dimenticando che lui passa ogni mese dei corposi assegni di mantenimento che coprono tutto, anche le spese straordinarie. 

Osservate questi bambini: cosa gli manca? Cosa desiderano? Preparate il regalo ma consegnatelo senza dare la minima importanza al vostro gesto: non servono cerimonie o pacchetti da scartare, avete semplicemente preso qualcosa che serviva, proprio come fate quando comprate le calze ai vostri figli.

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Evitare la competizione

Ogni figlio è residuale, nel senso che sviluppa la sua personalità differenziandosi dagli altri fratelli e sorelle. Ne deriva che il primo sceglie la sua strada, mentre gli altri necessariamente devono prendere strade diverse. È questo il motivo per cui due fratelli hanno rendimenti scolastici opposti, interessi contrastanti e caratteri diversificati. 

Succede in tutte le famiglie, ma in quelle allargate la situazione si complica. I modelli si incrociano, i fratellastri si mescolano. Alcune dinamiche relazionali si enfatizzano, altre si smussano. Bambini educati si trasformano in demonietti feroci, litigi improvvisi scoppiano nei momenti meno opportuni, alleanze strategiche vi mettono in minoranza. Voi siete, spesso, l’arbitro. Nel caos in cui vivete, affidatevi a un’unica Stella Polare: il rapporto tra fratellastri non è una competizione. Non ci sono figli migliori (i miei!) e figli peggiori (i suoi!). Siamo tutti, semplicemente, persone che cercano la loro strada.

La bussola

Il rapporto con i figliastri può essere molto emozionante. Dopo un po’ di spaesamento iniziale, anche loro impareranno a conoscervi. Come matrigna, vi trovate a metà tra la figura del genitore e quella dell’amico. Siete comunque “un adulto di riferimento”, una figura che li conosce, con cui hanno avuto, volenti o nolenti, un rapporto continuativo. Qualcosa di simile all’allenatore o all’insegnante preferito e forse troveranno in voi quella sponda che non trovano nei genitori. 

Se avrete agito bene, sapranno di poter riporre fiducia in voi e potreste essere quella a cui vengono a confidare cose che non possono dire a mamma o papà. Uno dei figliastri, ormai giovane adulto, mi ha detto una volta che sono stata per lui “una bussola nei momenti di tempesta”. Mai definizione fu per me più emozionante.

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