Quo Voto: ovvero, quanto pesano veramente i numeri? 

Con il passare dei secoli, il voto ha assunto il significato di suffragio. Ed è oggi, forse un po’ erroneamente o sommariamente, un simbolo di democrazia e libertà

Un terzo della popolazione che vive sulla Terra deve la sua lingua a un popolo preistorico vissuto cinquemila anni fa, che abitava una steppa arida del continente euroasiatico. Oggi li chiamiamo Indoeuropei. 

Non sapevano scrivere. Non avevano parole per mare o montagna, fondamentalmente perché non li avevano mai visti, ma sapevano contare fino a cento, avevano termini per dire mamma, papà e tutta la famiglia. Non avevano parole per città, scuola o Parlamento, ma avevano una parola per il voto.

Le loro parole hanno preso vita tramite il greco, il sanscrito, il latino e un centinaio di lingue derivate, anche se nel corso del tempo alcune parole hanno assunto significati diversi. 

Per esempio, gli antichi Romani usavano il termine Vōtum per esprimere un atto di carattere religioso di estrema importanza, una solenne promessa alla divinità, un’offerta agli dèi in cambio di un favore richiesto. Offrivano voti persino agli dèi del nemico, nel caso accettassero di abbandonare i loro protetti per passare al fianco dei Romani. 

Con il passare dei secoli, il voto ha assunto il significato di suffragio. Ed è oggi, forse un po’ erroneamente o sommariamente, un simbolo di democrazia e libertà.

Quando nasciamo, dell’imponente storia millenaria del voto non sappiamo niente. Impariamo a stare dritti, a camminare, a osservare il mondo, a cogliere i sorrisi dei nostri genitori e a ricambiarli. Impariamo le sillabe, le parole, fatichiamo a pronunciare frasi e domande lunghe. Vediamo i nostri parenti e maestri divertiti a sentirci esprimere a parole. 

Impariamo a contare, a vedere i numeri come le sequenze di cose o un accumulo di oggetti. Apprendiamo qualche parola straniera. Tree, dog, nine, maman, soleil. Che sono tutte parole ereditate dal preistorico popolo delle steppe. Per i primi sei anni di vita, il nostro mondo cresce di parole e emozioni, facce, numeri, colori e sensazioni a non finire. 

Finché arriva un giovedì di fine ottobre del primo anno nella nuova scuola, chiamata ”elementare”. In quel pomeriggio entra nella tua vita un altro vocabolo indoeuropeo. Una parola che ha il suono dei numeri. Ma non parla più delle cinque mele o delle otto carote e neppure della dolce cantilena che cantavi da uno a dieci. Sono invece numeri che parlano di te!

Quel pomeriggio incontri il tuo primo voto, nel senso che ha assunto la parola quando è nata la scuola. Da oggi non sei più solo Chicco o Dudù o tutti i nomignoli che ti piaceva sentire da mamma e da papà. Sei anche quel numero che la maestra ti ha dato in pagella.

Ti chiedi se quel voto che ormai delinea i tuoi contorni e decreta la tua silhouette, a casa e a scuola, giudichi almeno alcune delle qualità che ti servono veramente nella vita?

Quel voto include la fedeltà, l’ascolto, l’attenzione agli altri o ciò che serve nelle relazioni attuali e future? Rappresenta la capacità di risolvere i problemi, trovare soluzioni innovative, la bravura di prevedere i mercati o una di quelle cose che mamma fa al lavoro?

Parla almeno del tuo corpo, di come sai saltare e correre? Quel voto valuta se sei simpatico e amichevole come papà? Se hai Il coraggio e la resilienza della nonna? O la generosità del nonno? 

Ti chiedi, legittimamente, perché mamma e papà alla fine di ogni mese ti schiacciano sotto quel numero e parlano di te solo in quei termini? Sei tu, il tuo “sei” in matematica? Sei soltanto il tuo “nove” in italiano?

Poi un giorno sentirai di un poeta latino che conversa con un suo allievo toscano, in una commedia chiamata postuma ”divina”.  Dirà: “per fuggir lui lasciò qui loco vòto”. E troverai forse il senso che a te più piace del millenario viaggio di questo termine. Un luogo immenso, vacuo. E vuoto.

 

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