Le “ragazze vincenti” scelgono il softball

Vi ricordate il film “Ragazze Vincenti” con Madonna, Geena Davis e Tom Hanks? Racconta la storia vera di un campionato di baseball tutto al femminile ambientato nell’America degli anni Quaranta. Dar vita a una lega femminile era il solo modo per compensare la mancanza dei giocatori uomini impegnati nella guerra e accontentare i tifosi. Il film racconta la storia di una di queste squadre, prima derisa dal pubblico, poi presa in simpatia, tifata e finalmente rispettata. Uno spazio per emergere “capitato per caso”, che queste donne hanno saputo sfruttare, per emanciparsi, in primis come atlete. Voglia di riscatto, spirito di squadra, femminismo e amore fraterno si ritrovano insieme alle protagoniste sullo stesso campo e ci fanno innamorare del “batti e corri”. Il softball, la versione rosa del baseball, è uno sport giocato principalmente al femminile, in un campo un po’ più piccolo rispetto a quello da baseball, utilizzando una palla più grossa e gialla, anziché bianca, con mazze in alluminio e non in legno. Queste sono alcune delle differenze tra le due discipline rigorosamente born in Usa.

La nascita del softball, come alternativa indoor al baseball, è legata a un episodio avvenuto alla fine dell’800 in un circolo velico di Chicago: un gruppo di uomini si era riunito in palestra per ascoltare i risultati dell’annuale sfida tra le università di Yale e Harvard. Decretata ufficialmente la vittoria di Yale e pagate le scommesse, uno di loro tirò un vecchio guantone da boxe contro un altro, che lo respinse con un bastone. Così fu inventato il softball. La prima comparsa in Italia risale al 1945, con l’avvento dei militari americani per cui si svolsero, in Lazio, regolari campionati maschili con squadre. A diffondersi e ad affermarsi, però, fu soprattutto il baseball, che già veniva praticato a fine anni Quaranta in campionati del nord-centro Italia. Il softball continuò ad essere praticato quasi esclusivamente da donne dalla fine degli anni Quaranta agli anni Cinquanta.

Con il passare del tempo, il baseball al femminile ha saputo ritagliarsi il proprio spazio e, in particolare a La Loggia, piccolo comune alle porte di Torino, il softball ha “trovato l’America”: la squadra loggese, dopo aver vinto diverse volte la Coppa Italia, ha raggiunto il tetto d’Europa aggiudicandosi il titolo di Vicecampione. Una delle componenti di questo team è Michela Musitelli, giocatrice professionista, Tecnico, Manager dell’Under 21 di La Loggia e coach delle ragazze dell’Avigliana Bees. “Ho cominciato a giocare a 7 anni, mentre la bambina più piccola che sto allenando ne ha 5, va ancora all’asilo ed è una vera tosta! Qualsiasi età è buona per cominciare purché seguiti in maniera adeguata da tecnici e allenatori preparati, data la giovane età delle atlete. Per quanto riguarda l’agonismo, si comincia dalla categoria Ragazze, dagli 8 ai 12 anni, disputando un campionato contro altre squadre vicine. Sebbene ci siano sempre vincitori e sconfitti, questo tipo di incontri serve a far giocare e divertire le atlete e non a conseguire un risultato finale. Il bello del softball è che non c’è un’età precisa per smettere: è uno sport che permette di giocare a lungo, anche fino a 35-40 anni, ovviamente fisico permettendo e in relazione al ruolo ricoperto”.

Il softball è molto tecnico

“Stabilire se una bambina è portata o meno per il softball non è una decisione immediata, perché sono necessari tempo e pratica. È uno sport molto tecnico e, soprattutto, richiede un grado di attenzione maggiore rispetto ad altri sport, proprio per le sue ripetute pause. Ci si innamora dei suoi aspetti peculiari che trovano corrispondenza con i valori più ampi della vita. Bisogna saper gestire l’emotività e la pressione di un gioco assolutamente imprevedibile e aperto sempre a ogni risultato, proprio perché non c’è una durata prestabilita. Si impara lo spirito di sacrificio, anteponendo il bene della squadra al proprio risultato individuale, la capacità di adattamento alla vita di gruppo, il rispetto dell’avversario e dei propri compagni, la disciplina sia durante il gioco che nella quotidianità”.

La disciplina vale anche per i genitori

“Il ruolo dei genitori ovviamente è molto importante, soprattutto in giovane età. Lo sport dei figli richiede qualche sacrificio, che va oltre l’aspetto esclusivamente economico (con la precisazione che la quota annuale d’iscrizione va generalmente dai 200 ai 300 euro). Impegnativo è accompagnare i figli agli allenamenti, alle partite: una fatica che però è motivo di grande soddisfazione e autostima per le bambine. Il softball non è uno sport che, almeno in Italia, arricchisce o rende famosi. Ci sono tuttavia genitori estremamente ambiziosi che rischiano di vanificare ciò che il proprio bambino o la propria bambina sta costruendo con fatica. Non perdiamo di vista il vero motivo per cui si ama scendere in campo: divertirsi e impegnarsi a dare il meglio di sé per e con i propri compagni”.

[Tatiana Zarik]

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