Scuole e videogame? Sì, grazie!

Spesso si ascoltano lamentele su quanto la nostra scuola e i metodi di insegnamento siano datati rispetto alle giovani generazioni. Eppure strumenti e approcci educativi nuovi sono dietro l’angolo, basta orientarsi e provarci. Di stimoli e sperimentazioni c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Questa volta ci piace segnalarne due. Il primo è un buon vecchio libro: si chiama “Come un videogioco – Insegnare e apprendere nella scuola digitale” (James Gee, ed. Cortina). L’idea centrale del libro non è portare i videogiochi tra i banchi di scuola: Gee è uno dei più noti e apprezzati linguisti statunitensi, si è occupato del rapporto tra linguaggio, educazione e media digitali e non è certamente il tipo di persona che attribuisce a un mezzo di comunicazione in particolare il potere di condurre un’intera società alla salvezza (o alla rovina eterna, secondo i punti di vista). Come già accaduto per la tv, e prima ancora per la radio e il cinema, anche i videogiochi non sono altro che un mezzo di comunicazione, uno strumento nelle mani di chi scrive e di chi legge. E come accade fin dai tempi dell’invenzione della stampa, la differenza sta in quello che si dice e non – perlomeno non così tanto come tendiamo a credere – nello specifico mezzo che decidiamo di utilizzare. L’idea del libro è un’altra: portare le dinamiche di apprendimento tipiche dei videogame all’interno della scuola e farne un nuovo strumento da affiancare a quelli tradizionali. Il ragionamento di Gee parte dalla constatazione di un fatto inconfutabile: messi di fronte a un nuovo videogame, i bambini si imbarcano pieni di entusiasmo e senza battere ciglio in percorsi di apprendimento strutturati, decisamente complessi, all’opposto di quel che accade a scuola, dove crollano sotto il peso del disinteresse o del senso di inadeguatezza. Perché accade tutto ciò? Cosa c’è in un videogame che manca nella scuola? È possibile prendere in prestito ai videogame un po’ di quella forza e applicarla all’interno della scuola? Gee è convinto di sì e ci accompagna in un’analisi dettagliatissima ma sempre scorrevole di cosa nasconde la struttura di un videogame per estrapolare una serie di principi (36 per la precisione) dell’apprendimento, lasciando agli insegnanti il compito di capire come applicare questi principi alle lezioni.

Se pensate che un progetto del genere sia condannato a restare lettera morta, andate a vedere cosa sta succedendo in un posto chiamato Institute of Play (www.instituteofplay.org), dove insegnanti e ricercatori universitari studiano modelli di apprendimento fondati proprio sui 36 principi individuati da Gee: per capire come funziona qualcosa non si imparano a memoria formule su formule (quello semmai arriva dopo) ma si crea una simulazione funzionante di quella cosa proprio come farebbe un game designer con cui giocare per testarne la validità e la capacità predittiva. Nulla di diverso da quello che fa uno scienziato quando elabora una teoria e ne testa la validità a furia di esperimenti.

[Davide Gomba e Massimo Potì]

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