Se il parto non va secondo le aspettative

da | 8 Mag, 2022 | Lifestyle

Oggetto di fantasie e curiosità, nella realtà il momento del parto è spesso molto diverso dalle aspettative 

Nove mesi trascorsi a immaginare come sarà quel momento, a schivare preoccupazioni e costruire fantasie sull’incontro più importante della vita. Poi, quel giorno arriva e nulla – o quasi – va come avevamo immaginato. Lo si racconta poco, ma accade spessissimo: anche quando fisiologicamente non ci sono grandi complicazioni o quando queste vengono superate senza conseguenze, difficilmente il parto risponde alle aspettative delle mamme. Come ci racconta Claudia, mamma di un bimbo che ha vissuto i suoi primi tre mesi in Tin ma che ora sta benissimo: “Ho avuto una bella gravidanza, mai nausee o malesseri. Solo, a 24 settimane sono partite le contrazioni, inarrestabili, e ho avuto un parto naturale di un bambino che pesava 850 grammi. I medici mi dissero che era stato un parto ‘da manuale’, ma io mi ero immaginata il giorno del parto mentre facevo l’ultima foto al pancione, andavo in ospedale con la valigia pronta e soprattutto, che appena nato, mi mettessero il mio bambino fra le braccia.

Tutto diverso da ciò che è successo”. Esperienza diversa, stessi sentimenti di Chiara che, invece, ha partorito Marco, il suo primo bambino, oltre il termine, con un cesareo d’urgenza: “Tutto quello che non volevo stava succedendo. Ho pensato che fosse colpa mia, che era andata male perché non mi ero informata abbastanza”, dice raccontando di una nascita arrivata al termine di una gravidanza senza complicazioni, ma resa stressante da alcuni problemi sul lavoro, e di un parto cesareo – non voluto – che non l’ha fatta sentire “completa come donna”.Anche Martina si porta dietro un grande cruccio.

La sua bambina, Olimpia, è nata dopo una gravidanza da manuale e un parto nel quale all’improvviso qualcosa è andato storto: la piccola è nata in fin di vita ed è stata rianimata per 30 minuti. Oggi, a due anni e mezzo di distanza, ha concluso il percorso di follow up post nascita e sta benissimo. Martina, intanto, ha scritto un libro, “Bucaneve”, nel quale ha raccontato la loro esperienza, per rielaborarla e provare a rispondere alla domanda che l’ha tormentata per molto tempo: “Come ho fatto a non capire che c’era qualcosa che non andava, proprio io che ho sempre pensato di poter tenere tutto sotto controllo?”.

Oltre le aspettative

Ma è davvero possibile “tenere tutto sotto controllo” quando si partorisce? “Il momento del parto è un concentrato di dissonanze emotive e cognitive, un miscuglio di emozioni e di pensieri che tra di loro possono essere anche opposti”, ci spiega Giovanna Gorla, psicologa e psicoterapeuta dello studio Metastudio95 di Milano, che si occupa di età evolutiva e psicoterapia sistemica. “È un momento generativo e potente, ma anche di estrema fragilità e dipendenza, nel quale convivono vita e dolore. Subentra subito la responsabilità del doversi prendere cura di qualcun altro, ma si è anche molto deboli e si vorrebbe riposare.

Non dimentichiamoci, poi, che se in quel momento il bambino è piccolo, anche mamma e papà sono ‘genitori piccoli’, appena nati come tali anche loro. È qui – sottolinea la psicologa – che nasce il primo inghippo: se pensiamo che si diventi genitori fatti e finiti dal minuto uno anzi, anche da prima, e poi il parto non va secondo le aspettative, ecco che pensiamo che siamo noi a ‘non essere capaci’. L’idea della delusione può essere connessa proprio a questa aspettativa di controllo”.

Insomma, il parto è un’esperienza talmente complessa e fatta di elementi anche contrapposti che “un po’ di scarto tra quello che immaginiamo e quello che viviamo è inevitabile. Per il primo parto, come per i successivi”.

Prepararsi il giusto

Chiara, per esempio, al suo secondo parto, dopo la prima difficile esperienza, aveva le idee chiare: “Mi sono presa il mio tempo, ho voluto un parto naturale anche se avevo avuto un primo cesareo, mi sono fatta seguire da un’ostetrica personale perché volevo al mio fianco un’alleata. Ed è stato tutto diverso. Il 90% della differenza lo ha fatto l’essere consapevole di quello che volevo”.

L’informazione, sapere cosa si desidera per sé e per il proprio bambino, frequentare corsi di accompagnamento alla nascita che diano informazioni utili e realistiche può, in effetti, fare la differenza. Ma – ci ricorda la psicologa – “in un’esperienza tanto complessa pensare di potersi preparare al 100% è più un desiderio che una possibilità effettiva. Meglio mettere in conto una quota di imperfezione e di incontrollabilità”.

L’importanza dell’ascolto

Questo non significa, però, sottovalutare l’importanza del giusto supporto, non solo strettamente medico. Alice racconta di due parti “traumatici entrambi. La differenza a livello fisico – spiega – è stata davvero poca, ma nel secondo mi hanno coinvolta, parlavano con me, mi sono sentita ascoltata e accolta”. Come lei, sono tante le mamme che raccontano di parti resi più difficili dalla mancanza di empatia da parte di ostetriche e personale medico, fino ai casi più estremi di violenza ostetrica.
L’imprevedibilità del parto – sottolinea Gorla – non vuol dire che non si debba pretendere rispetto, accoglienza e ascolto di quelle che sono le esigenze della mamma. Ognuno deve fare il suo pezzetto e la vicinanza fa molta differenza nel modo in cui è possibile vivere la nascita”.

I “genitori piccoli” e il ruolo dei papà

Un altro pezzetto importante lo fanno i papà. Eleonora ha partorito quattro volte: “Un primo parto classico con 12 ore di travaglio, il secondo e terzo più rispettosi della fisiologia, l’ultimo, che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca per alcune complicazioni che si sono risolte subito. Cosa è cambiato davvero tra il primo e gli altri? Innanzitutto – sorride – il compagno che avevo al mio fianco”.Al di là di situazioni particolari, la cosa davvero importante è tenere presente che per mamma e papà quella del parto è un’esperienza molto diversa dal punto di vista corporeo, e non solo.

“È come se si usasse in quel momento un codice diverso: può accadere che non ci sia una comprensione immediata. La differenza – spiega la psicologa – la fa la disponibilità all’ascolto reciproco, che va costruita da prima del parto e che nel momento della nascita può essere utile a colmare quel gap, con una disponibilità che dovrebbe essere maggior da parte dei papà, meno provati fisicamente. Ricordiamoci però sempre – ricorda ancora Gorla – che entrambi i genitori non nascono in quel momento, sono ‘genitori piccoli’ e compagni di un’esperienza che devono avere il tempo di metabolizzare, cercare di comprendere e condividere”.

Condividere è meglio

Il tarlo “sempre in testa” di Beatrice, mamma di due bambini, è invece un altro: “Non aver dato al secondo figlio quanto ho dato al primo, non averlo accolto, protetto e coccolato nel suo momento di venuta al mondo, il più difficile per lui”, proprio a causa di un parto più difficile rispetto a una prima esperienza “idilliaca”. Ma accettare l’imperfezione significa anche pensare “che un’esperienza così complessa non sia ripetibile. Anche se figli della stessa mamma, i bambini – ci dice Gorla – sono esseri viventi distinti che si incrociano, nella loro relazione con la mamma in pancia, in modo diverso.

Nel parto – prosegue la psicologa – e poi nel rapporto futuro col bambino entrano in gioco mille variabili: come staranno la mamma e il neonato, quali aiuti si avranno intorno, che genitori si hanno alle spalle e che tipo di genitore si pensa di diventare, per esempio”. Per questo, anche pensare che costruire una relazione col proprio bambino dopo un parto che ha disatteso le nostre aspettative sia più difficile è un’idea senza fondamento.

“Piuttosto, avere presente che sono tanti e diversi gli elementi che influenzano la costruzione della relazione aiuta a elaborare eventuali sensi di colpa sul parto e ci apre a più possibilità di azione. Ad esempio – è l’indicazione della psicologa – può aiutare molto condividere la propria fatica con altre mamme. Il parlarne, il raccontare facendo rete al femminile possono essere una salvezza: confrontarsi con altri genitori aiuta a superare il senso di inadeguatezza perché ci si rende conto che, come spesso accade nella genitorialità, anche nel caso delle fatiche del parto si tratta di sentimenti ed esperienze molto umani e condivisi”.

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