Spiegare la diversità ai bambini

Gentile dottoressa,
qual è il modo giusto – se c’è – di spiegare la diversità ai bambini? E secondo lei è il caso di spiegarla, o rischiamo di trasmettere ai bambini un modo di categorizzare il mondo proprio degli adulti? Grazie, Elisabetta

“Perché lui è in carrozzina?”, “Perché tu e papà non state insieme come i genitori dei miei compagni?”, “Perché lui ha la pelle nera e io bianca?”. Queste sono solo alcune delle domande dei nostri figli che ci ricordano come i bambini siano degli ottimi osservatori. Notano le differenze ma non giudicano, si domandano per capire e non per puntare il dito.

Sono le nostre risposte a fare la differenza!

Spesso, colti di sorpresa, non sappiamo cosa rispondere, facciamo stare zitto il bambino per evitare il nostro imbarazzo in pubblico, tentiamo di abbozzare una risposta generica o ancora peggio adottiamo comunicazioni non verbali che trasmettono la “pericolosità” della diversità, prendendo per mano il bambino, come per rassicurarlo che l’incontro con il diverso sia solo un caso sfortunato o un qualcosa da evitare. Così il nostro imbarazzo si traduce in una indicazione comportamentale: meglio evitare di parlare di tutto ciò che è diverso da noi. Ed ecco innescato il seme del pregiudizio.

Il bambino non ha preconcetti né ha una comprensione a priori di cosa sia la normalità. Siamo noi genitori e sono le influenze sociali a forgiare il suo modo di interpretare il mondo e i suoi condizionamenti. Come fa notare Paolo Valerio, professore di Psicologia Clinica presso l’Università Federico II di Napoli: “Gli stereotipi agiscono in senso deumanizzante, in quanto veicolano i rapporti sociali sulla base di categorie predeterminate e non sulla conoscenza reale dell’altro”. Mentre il bambino nutre una sincera e naturale curiosità verso la diversità, l’adulto spesso la interpreta secondo i suoi condizionamenti. È la nostra stessa difficoltà di rapportarci alla diversità a creare in loro timore. La diversità dell’altro ci fa paura, è come uno specchio nel quale vediamo riflesse le parti ombra che non vogliamo accettare in noi stessi.

 

Imparare a guardare dentro di noi

Per spiegare e fare accettare ai nostri figli la diversità, occorre in primis che noi adulti prendiamo confidenza con i territori stranieri dentro di noi, con l’ignoto, con gli aspetti per i quali gli altri potrebbero prenderci in giro e vederci diversi. Guardare le nostre diversità permette di conoscerle e non averne paura. A questo punto il passo con i nostri figli è breve: è bene innanzitutto non sottrarsi all’argomento né edulcorare la pillola, evitare atteggiamenti discriminanti o di eccessiva pietà e usare parole semplici, che non neghino la verità.

Cerchiamo insomma di trasmettere il messaggio che essere diversi è normale, che ha in sé qualcosa di potente, perché essere diversi è quello che ci definisce e ci rende unici. E questa diversità va cercata, valorizzata, amata.
È bene non enfatizzare solo gli aspetti positivi, ma parlare – ad esempio – a nostro figlio del bambino disabile come un bambino che ha abilità “differenti”, che ha delle difficoltà nel relazionarsi con gli altri bambini, ma ha grandi capacità nel ricordare tutti i nomi dei calciatori. Possiamo aiutare i nostri bambini anche facendo loro domande sul compagno di classe “diverso” che però mettano in luce ciò che li accomuna o le capacità specifiche dell’altro, oppure invitare il bambino a una merenda in casa nostra. Insegnare a gestire l’emozione di questo incontro è importante in quanto ci permette di adattarci alla sua presenza e di comprenderla, di imparare a guardare le cose da un altro punto di vista; in una sola parola forma la nostra competenza sociale.

È bene inoltre spiegare la differenza tra equo e uguale: i bambini per esempio provano un senso di ingiustizia quando un compagno con delle difficoltà di apprendimento prende lo stesso voto loro con una verifica diversa, “facilitata”. Siamo noi adulti a dover spiegare che se il compagno disabile riesce a completare senza errori la verifica calibrata sulle sue competenze e possibilità merita il 10, come tutti i compagni che hanno ottenuto il massimo nella loro verifica e che questo significa che è stato trattato in modo equo e non uguale. Il compito di ognuno è di accettare l’altro come è. Il che significa accoglierlo e cercare le strategie per incontrarlo davvero.

Non si crea empatia negando la diversità.

 

Tutta un’altra storia. Come spiegare ai bambini la diversità

Il libro di Elisabetta Mauti (Erickson Editore) ci dà la possibilità di entrare con i nostri piccoli in un mondo abitato da personaggi diversi, con il preciso obiettivo di aiutarli a comprendere che della diversità non si deve avere paura né vergogna. Attraverso dieci favole ambientate negli scenari più insoliti, ci insegna che siamo tutti un po’ diversi dagli altri, sia dentro che fuori, ed è proprio questa differenza che ci contraddistingue, rendendoci unici.

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